mercoledì 15 luglio 2026

I LEFEBVRIANI PRESENTANO RICORSO CONTRO LO SCISMA

 


Colpo di scena: la Fraternità sacerdotale San Pio X ha presentato un ricorso preliminare contro la scomunica ricevuta il 2 luglio 2026. L’istanza è stata depositata presso il Dicastero per la Dottrina della Fede, l’organismo che ha emesso formalmente l’atto, l’11 luglio 2026, in conformità al Codice di Diritto Canonico. Infatti il canone 1734 stabilisce che chi voglia chiedere la sospensione dell’esecuzione della sanzione debba chiedere per iscritto la revoca o la correzione del decreto al suo autore, e debba farlo entro il termine perentorio di dieci giorni; ma tali condizioni sono state rispettate dalla Fraternità e quindi il ricorso è valido.

Quali sono i suoi effetti? Anzitutto la sospensiva dell’esecuzione del decreto di scomunica, in attesa di una valutazione nel merito della questione. Il ricorso si basa sul canone 1353, il quale stabilisce come l’appello contro decreti che infliggono sanzioni li sospenda immediatamente. Per tale motivo da adesso in poi, fino a quando la questione non venga risolta, la scomunica non produce effetti.

Inoltre deve essere esaminata la richiesta, da parte della Fraternità, di ottenere la rettifica di tale provvedimento, considerato dai lefebvriani un atto amministrativo lesivo.

Bisogna aggiungere la sospensione degli effetti è puramente procedurale, cioè finché dura il ricorso, e non pregiudica l’esito conclusivo. Detto in parole semplici, la Fraternità ha ottenuto solo di fermare le ostilità ma non ha avuto la vittoria finale.

Tale decisione viene definita una “mossa strategica”, da parte di una realtà ecclesiale che ha sempre contestato la legittimità del Codice di Diritto canonico e considerato dal lefebvriani intriso di errori dottrinali. E’ paradossale che adesso la Fraternità si appelli proprio a quel Codice per chiedere l’annullamento di una sanzione.

Nel 1988, quando avvenne la scomunica, da parte di Papa Giovanni Paolo II, dei vescovi nominati senza mandato pontificio da Monsignor Marcel Lefebvre, non fu presentato alcun appello da parte della Fraternità San Pio X.

C’è un’altra questione importante da chiarire: se l’atto sia da qualificare come semplice disobbedienza disciplinare oppure come “delitto di scisma”; nel primoevitare la rottura totale caso infatti sarebbe meno grave e si potrebbe arrivare ad una composizione delle divergenze; nel secondo sarebbe molto più difficile.

Il punto è che il Vaticano lo ha definito come scisma vero e proprio, in quanto rifiuto pratico del primato del Papa, e ha esteso le conseguenze della scomunica, in una certa misura, anche ai fedeli che aderiscono formalmente e coscientemente alla Fraternità.

Come finirà? E’ quasi certo che il ricorso non sarà accolto, ma sicuramente questa mossa della Fraternità San Pio X è nell’ottica di mantenere un rapporto con la Santa Sede e quindi, a mio parere, va vista come un tentativo di evitare la rottura totale con Roma.

Magari, più che non per vie legali, potrebbe esserci una riconciliazione, ma questa richiederebbe un pentimento e soprattutto il riconoscimento dell’autorità del Papa regnante, cosa che la Fraternità San Pio X non sembra intenzionata a fare.

Forse la presentazione del ricorso è più in vista di una dilazione nel tempo dell’atto del Dicastero per la Dottrina della Fede ed è stato fatto più per proteggere i sacerdoti e soprattutto i fedeli aderenti alla Comunità

Esso appare più come una manovra interna che come un atto volto ad ottenere effettivamente l’annullamento della scomunica.

prof. Pietro Marinelli

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