giovedì 16 luglio 2026

IL CASO ROGGERO

 


Il ministro della giustizia Carlo Nordio ha chiesto la grazia per Mario Roggero al presidente della Repubblica, il quale ha risposto che la grazia è sua prerogativa esclusiva.  La richiesta della grazia da parte del ministro è stata fatta ancora prima che Roggero andasse in carcere. Anche il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini ed altri esponenti del centro-destra sono intervenuti a sostegno del gioielliere ed è in corso una raccolta di firme a suo favore che ha raggiunto le 83.000 sottoscrizioni. Tutto il mondo di centro-destra sembra non parlare d'altro, tanto che il 90 per cento dei "post" dei politici governativi sono su questo fatto.

Questo perché la Corte di cassazione ha condannato in via definitiva Mario Roggero a 14 anni e 9 mesi di reclusione, confermando la pena stabilita in appello, che aveva ridotto quella decisa in primo grado di 17 anni, e mantenendo la colpevolezza per omicidio volontario e tentato omicidio.

Ma vediamo i fatti accaduti: il 28 aprile 2021 tre rapinatori entrano nella gioielleria di Mario Roggero, a Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo, svuotando la cassaforte di 70.000 euro e minacciando di morte la figlia e la moglie. Puntano una pistola che poi si scopre essere un giocattolo al quale era stato tolto il tappo rosso. Dopo la rapina escono e si dirigono verso l'auto: Roggero li insegue nel parcheggio e ne uccide due, Giuseppe Mazzarino di 58 anni e Andrea Spinelli di 44 e ne ferisce un terzo, Alessandro Modica. 

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso della difesa, sostenendo che non si può trattare di legittima difesa in quanto i rapinatori stavano già fuggendo e quindi non si può parlare di "pericolo attuale", come richiesto dall'art. 52 del codice penale. L'azione del gioielliere è stata ritenuta sproporzionata e non giustificata rispetto al fatto subito. In sintesi, se avesse sparato alle gambe l'atto avrebbe potuto essere qualificato come proporzionato rispetto all'offesa, ma l'uccisione di due dei malviventi e il tentato omicidio di un terzo è un fatto molto più grave di quello ricevuto.

Tale sentenza della cassazione arriva dopo oltre cinque anni dall'evento ed è il terzo grado di giudizio, per cui non si può sostenere che i giudici non vi abbiano pensato. Come non si può sostenere che la giustizia sia stata pesante, essendo le pene previste per l'omicidio molto più gravi: almeno 21 anni di reclusione per quello volontario, e almeno 14 per il tentato omicidio. Se i giudici avessero voluto infierire avrebbero potuto comminare ben 66 anni (21 + 21 + 14). Mi sembra perciò che la sentenza sia stata equa rispetto a quanto accaduto. Anche il risarcimento di 700.000 complessivi non si può considerare esagerato, a patto di non dare importanza alla vita di due uomini, che comunque anche loro avranno avuto una famiglia.

Ciò che più mi amareggia, comunque, è l'uso politico che ne fa il centro-destra, che strumentalizza anche fatti molto dolorosi, per farne il proprio "cavallo di battaglia", come se fosse in perenne campagna elettorale.

Siccome adesso c'è il "pericolo Vannacci", cioè la possibilità di perdere voti nell'elettorato arrabbiato contro la delinquenza, allora bisogna cavalcare la tigre dell'indignazione popolare per riconquistare terreno. 

prof. Pietro Marinelli

mercoledì 15 luglio 2026

I LEFEBVRIANI PRESENTANO RICORSO CONTRO LO SCISMA

 


Colpo di scena: la Fraternità sacerdotale San Pio X ha presentato un ricorso preliminare contro la scomunica ricevuta il 2 luglio 2026. L’istanza è stata depositata presso il Dicastero per la Dottrina della Fede, l’organismo che ha emesso formalmente l’atto, l’11 luglio 2026, in conformità al Codice di Diritto Canonico. Infatti il canone 1734 stabilisce che chi voglia chiedere la sospensione dell’esecuzione della sanzione debba chiedere per iscritto la revoca o la correzione del decreto al suo autore, e debba farlo entro il termine perentorio di dieci giorni; ma tali condizioni sono state rispettate dalla Fraternità e quindi il ricorso è valido.

Quali sono i suoi effetti? Anzitutto la sospensiva dell’esecuzione del decreto di scomunica, in attesa di una valutazione nel merito della questione. Il ricorso si basa sul canone 1353, il quale stabilisce come l’appello contro decreti che infliggono sanzioni li sospenda immediatamente. Per tale motivo da adesso in poi, fino a quando la questione non venga risolta, la scomunica non produce effetti.

Inoltre deve essere esaminata la richiesta, da parte della Fraternità, di ottenere la rettifica di tale provvedimento, considerato dai lefebvriani un atto amministrativo lesivo.

Bisogna aggiungere la sospensione degli effetti è puramente procedurale, cioè finché dura il ricorso, e non pregiudica l’esito conclusivo. Detto in parole semplici, la Fraternità ha ottenuto solo di fermare le ostilità ma non ha avuto la vittoria finale.

Tale decisione viene definita una “mossa strategica”, da parte di una realtà ecclesiale che ha sempre contestato la legittimità del Codice di Diritto canonico e considerato dal lefebvriani intriso di errori dottrinali. E’ paradossale che adesso la Fraternità si appelli proprio a quel Codice per chiedere l’annullamento di una sanzione.

Nel 1988, quando avvenne la scomunica, da parte di Papa Giovanni Paolo II, dei vescovi nominati senza mandato pontificio da Monsignor Marcel Lefebvre, non fu presentato alcun appello da parte della Fraternità San Pio X.

C’è un’altra questione importante da chiarire: se l’atto sia da qualificare come semplice disobbedienza disciplinare oppure come “delitto di scisma”; nel primoevitare la rottura totale caso infatti sarebbe meno grave e si potrebbe arrivare ad una composizione delle divergenze; nel secondo sarebbe molto più difficile.

Il punto è che il Vaticano lo ha definito come scisma vero e proprio, in quanto rifiuto pratico del primato del Papa, e ha esteso le conseguenze della scomunica, in una certa misura, anche ai fedeli che aderiscono formalmente e coscientemente alla Fraternità.

Come finirà? E’ quasi certo che il ricorso non sarà accolto, ma sicuramente questa mossa della Fraternità San Pio X è nell’ottica di mantenere un rapporto con la Santa Sede e quindi, a mio parere, va vista come un tentativo di evitare la rottura totale con Roma.

Magari, più che non per vie legali, potrebbe esserci una riconciliazione, ma questa richiederebbe un pentimento e soprattutto il riconoscimento dell’autorità del Papa regnante, cosa che la Fraternità San Pio X non sembra intenzionata a fare.

Forse la presentazione del ricorso è più in vista di una dilazione nel tempo dell’atto del Dicastero per la Dottrina della Fede ed è stato fatto più per proteggere i sacerdoti e soprattutto i fedeli aderenti alla Comunità

Esso appare più come una manovra interna che come un atto volto ad ottenere effettivamente l’annullamento della scomunica.

prof. Pietro Marinelli

venerdì 10 luglio 2026

LUCIA DI LAMMERMOOR DI NUOVO IN SCALA




9 luglio 2026

Torna al teatro alla Scala un titolo celeberrimo del cigno di Bergamo Gaetano Donizetti. 

Arrivati alla quinta recita, si percepisce che lo spettacolo è più che consolidato in tutte le sue parti. 

Prima di commentare l'aspetto registico c'è da onorare fasti e plausi all'orchestra e di conseguenza alla efficientissima bacchetta della Maestra Speranza Scappucci che dimostra di aver studiato approfonditamente la musica di Donizetti ridonando tutte le sfumature sonore dovute dalla partitura.

Parlando ora della regia di Yannis Kokkos e ripresa da Marco Monzini, essa non disturba e non influisce negativamente sulla resa musicale e scenica nonostante la modernizzazione.

Dominano le tinte cupe e il rosso sangue di cui si macchierà la protagonista, unico personaggio vestito di bianco quasi a simboleggiarne il ruolo di olocausto, di vittima sacrificale. 

Le luci, di Vinicio Cheli, e i video di Eric Duranteau ben si sposano e avvolgono le scene. Di disarmante semplicità ed efficacia la scena della tempesta a inizio del terzo atto.

Passando al cast il reparto maschile, tolto Michele Pertusi, non brilla ahimè né per vocalità né per interpretazione.

Il lord Enrico Ashton cantato da Boris Pinkasovich dovrebbe essere spietato, algido ed egoista ma risulta solo piatto e con un estensione vocale più da tenore "corto" che da vero baritono. 

Edgardo, interpretato da Piero Pretti, ha una buona lama ma non sembra poter dare più di tanto in volume.

Per assurdo più penetrante e generoso il breve intervento del Lord Arturo di Leonardo Cortellazzi.

Unico vero basso bronzeo ed espressivo rimane Raimondo, interpretato magistralmente da Michele Pertusi.

Rimane ancora più opaco degli altri uomini del cast la voce poco profonda e poco proiettata di Paolo Antognetti nel ruolo comprimario di Normanno.

Vero astro luminoso della serata Rosa Feola che interpreta Lucia in maniera quasi disumana! Non ci si capacita di come alla quinta recita abbia ancora tutta la forza e lo struggimento necessario per esprimere con una solidità tecnica e interpretativa invidiabile tutte le sfumature e tutte le agilità richieste da Donizetti. 

Altro grande protagonista il coro, diretto dal Maestro Alberto Malazzi. Preciso quasi sempre, a parte un piccolo scivolamento sulla stretta finale nel secondo coro del primo atto.

Nonostante questa piccola sbavatura per il resto dello spettacolo il coro porta un suono compatto e potente.

Sempre sulla bacchetta della Scappucci, malgrado si riconosca il puntuale e approfondito studio della partitura, c'è da notare che ogni tanto i "crescendo" dell'orchestra e i  "forte/fortissimo" fagocitano coro e solisti.

Nel complesso si può dire che lo spettacolo funzioni e sia ben studiato. 

Bisogna però anche ammettere che, pur rimanendo questo equilibrio tra regia e momento musicale, in generale lo spettacolo risulta opaco e senza la naturale e densissima energia tragica tipica dell'opera.

Veri protagonisti a reggere le sorti dello spettacolo (i "salvatori  dell'opera"), il coro e la magnifica Rosa Feola.

Voto 7.5/10

Elvis Zini

giovedì 9 luglio 2026

CRONACA DI UNO SCISMA ANNUNCIATO

 


La Fraternità sacerdotale San Pio X, il 1° luglio 2026, ha consacrato quattro vescovi, senza mandato pontificio, ad Econe, in Svizzera. Più precisamente, i due vescovi, il consacrante Alfonso de Galarreta e il co-consacrante Bernard Fellay hanno proceduto, senza mandato pontificio, alla consacrazione di quattro vescovi, don Pascal Schreiber (svizzero), don Michael Goldade (statunitense), don Michel Poinsinet de Sivry (francese), don Marc Hanappier (francese).

A seguito di ciò sono incorsi “ipso facto” (automaticamente) nella scomunica “latae sententiae”, che viene comminata per la semplice commissione del fatto. Il giorno dopo, 2 luglio 2026, il cardinale Victor Manuel Fernandez, Prefetto del Dicastero della Dottrina della Fede ha firmato un decreto, dichiarando che l’atto è di “natura scismatica” in quanto eseguito senza mandato pontificio e contro la volontà del Papa. Sono stati direttamente colpiti dalla scomunica i due vescovi consacranti e i quattro nuovi vescovi ordinati, ma le conseguenze della scomunica sono state estese all’intera Fraternità.

Il decreto del 2 luglio fa rientrare nella scomunica anche i ministri sacri (i sacerdoti) che aderiscono alla Fraternità; afferma che sono illeciti i sacramenti da loro amministrati (in particolare, il matrimonio e la penitenza sono invalidi). Non sono invece automaticamente scomunicati i fedeli laici, ma solo quelli che aderiscono formalmente alla Fraternità con piena consapevolezza e deliberato consenso. Allo stesso modo i partecipanti occasionali non sono automaticamente scomunicati.  

I fedeli sono invitati ad astenersi dalle celebrazioni della Fraternità e viene previsto un percorso per ritornare nella piena comunione con la Chiesa Cattolica.

Questo sono gli ultimi fatti, nudi e crudi; vediamo di “contestualizzarli”, come si dice in gergo scolastico.

La Fraternità sacerdotale San Pio X fu fondata da monsignor Marcel Lefebvre nel 1970 a Friburgo, in Svizzera; il suo attuale Superiore generale è don Davide Pagliarani, italiano. Secondo le ultime stime, in questo momento, della Fraternità fanno parte sei vescovi, 729 sacerdoti, 145 fratelli professi, 250 suore oblate, 268 seminaristi. Il numero dei fedeli che aderiscono alla Fraternità non è facile da calcolare, ma è molto probabile che si aggiri, in tutto il mondo, sulle 600.000 unità, piuttosto che sul milione sbandierato dai giornalisti conservatori sostenitori del lefebvriani. Per una realtà ecclesiale come la Chiesa cattolica, che si aggira sul miliardo e quattrocento milioni di fedeli, oltre 400.000 sacerdoti e 5.430 vescovi, si potrebbe parlare di una “scheggia impazzita” da non prendere neanche in considerazione. Il problema consiste nell’ordinazione dei vescovi, che assicurano la continuità apostolica, cioè il legame diretto con i discepoli di Gesù Cristo.

E, se dobbiamo proprio dirla tutta, il problema era interno alla Fraternità San Pio X, in quanto, a seguito della morte di monsignor Bernard Tissier de Mallerais, avvenuta l’8 ottobre 2024, si poneva la “questione della continuità dell’opera della Fraternità, che ormai conta solo due vescovi”, come dichiarò il Superiore generale don Pagliarani. Il quale, il 2 febbraio 2026, sentito il parere unanime del suo Consiglio, comunicò che il 1° luglio la Fraternità avrebbe proceduto a nuove consacrazioni episcopali. E lo scrisse in una lettera a Fernandez il 18 febbraio.

Il Dicastero per la dottrina della fede, il 13 maggio, con una nota, ricordò che le ordinazioni episcopali senza mandato pontificio avrebbero costituito un “atto scismatico”, con conseguente scomunica.

Il 26 maggio la Fraternità sacerdotale San Pio X annunciò i nominativi dei quattro futuri vescovi.

Il 29 giugno Papa Leone scrive una lettera al Superiore generale della Fraternità, chiedendogli di rinunciare alle consacrazioni.  

Già da queste date si può notare una differenza di atteggiamento: la Chiesa cattolica appare più prudente e più lenta ad adottare provvedimenti, mentre la Fraternità San Pio X sembra più decisa ad attuare immediatamente i propri obiettivi.

Se poi riandiamo alla storia pregressa, dobbiamo dire che Lefebvre fu sospeso “a divinis” da Papa Paolo VI nel 1976 e che Giovanni Paolo II scomunicò il 30 giugno 1988 i quattro vescovi ordinati dalla Fraternità senza mandato pontificio, oltre allo stesso Lefebvre.

Si dirà: ma la scomunica fu ritirata da Papa Benedetto XIV il 21 gennaio 2009! Sì, è vero, ma tale revoca non comportò automaticamente la piena comunione canonica, in quanto la Fraternità rimaneva priva di status giuridico e i vescovi continuavano ad essere sospesi “a divinis”. Poi alcuni osservano che questa volta la scomunica è stata più dura della precedente, quella adottata da Giovanni Paolo II, che si riferiva solo ai vescovi. Questo è vero, in quanto ne rimangono coinvolti tutti i sacerdoti aderenti alla Fraternità e anche i fedeli laici che aderiscono pienamente e consapevolmente alla Fraternità. Diciamo che forse se la sono un attimino “cercata”, come si suol dire, i membri di questa comunità, che non ha voluto in alcun modo accettare un dialogo con la Santa Sede.

Il mio parere personale è che la Chiesa avrebbe bisogno di ben altro che di un nuovo scisma; avrebbe bisogno di maggior unità, che non significa appiattimento o tradimento delle proprie radici, ma confronto sereno e soprattutto costruttivo. Non fa certo bene al Corpo di Cristo subire un’altra lacerazione, da parte poi di gente che si professa cattolica. Ma si può essere cattolici e non seguire il Papa? Che senso ha riconoscere in astratto l’autorità di Leone XIV e poi ignorare il suo esplicito divieto di procedere alle consacrazioni episcopali senza il mandato pontificio? Eppure questo è ciò che ha fatto la Fraternità di Lefebvre.

Ma ancora più radicalmente, cos’è la Tradizione cattolica? E’ uno schema fisso e immutabile oppure è una realtà viva e dinamica? E chi ha il compito di interpretarla, per renderla più comprensibile?

 prof. Pietro Marinelli

 

giovedì 2 luglio 2026

LIBERIAMO L'INFORMAZIONE

 



C'è un grosso problema, in Italia, che condiziona un po' tutto: i mezzi d'informazione non si sostengono con le proprie forze economiche, ma hanno finanziamenti pubblici. Ciò li rende dipendenti dal potere in una maniera un attimino esagerata: per fare solo un esempio, nel nostro Paese un deputato, peraltro famoso per il suo assenteismo in Parlamento, controlla tre quotidiani nazionali di una certa tiratura. La famiglia Angelucci ha la proprietà de "Il Giornale", "Il Tempo" e "Libero". Ma questa è solo la "punta dell'iceberg" di un sistema che vede la quasi totalità della stampa aver bisogno assoluto del denaro pubblico per poter sopravvivere.

E cosa determina questo? Che l'informazione viene completamente appiattita sui "diktat" del potere, senza alcuna possibilità di voci critiche o di analisi oggettive. Basti pensare alla demonizzazione della Russia in questi ultimi quattro anni e mezzo, che ha portato a dare armi e mezzi finanziari all'Ucraina in un modo che sarebbe stato dichiarato incostituzionale fino a poco prima. Basti pensare alla mancanza totale di sanzioni ad Israele, ai voti contrari dell'Italia in tal senso e alla continua spedizioni di armamenti ad una Nazione che li utilizza per sterminare impunemente popolazioni intere, da Gaza alla Cisgiordania, al Libano, etc. 

Se ci fosse un'informazione corretta il governo italiano avrebbe dovuto prendere posizione in maniera chiara contro le sistematiche violazioni del diritto internazionale operate dallo Stato ebraico; invece la maggioranza della popolazione italiana è "inebetita" dall'informazione che va per la maggiore, che riesce a riempire telegiornali e pagine intere di quotidiani della questione Garlasco anche a distanza di decenni (l'uccisione di Chiara Poggi avvenne il 13 agosto 2007).

Come mai tale controllo dell'informazione? Perché il vero spauracchio, la cosa che più atterrisce i potenti nostrani ed europei, è che la gente prenda coscienza della realtà e si muova. Ciò che veramente spaventa è la possibilità che il popolo si unisca e si mobiliti, come è avvenuto in tempi recentissimi in diversi Paesi con la cosiddetta "Generazione Z".

Che cosa possiamo fare, allora, noi poveri tapini, cittadini qualunque? Possiamo anzitutto cercare di rendere più libera l'informazione nostrana, togliendo il finanziamento pubblico ai giornali, quello che è stato definito "reddito di giornalanza". Diverse organizzazioni, tra cui l'Associazione Schierarsi di Alessandro Di Battista, hanno promosso questa iniziativa. C'è ancora tempo per firmare: per proporre il referendum occorre raggiungerne 500.000 e al momento sono circa 220.000.

Basta soldi ai giornali - Referendum e iniziative popolari. 

https://www.bastasoldiaigiornali.it       https://www.associazioneschierarsi.it

venerdì 26 giugno 2026

A LI MORTACCI SUA

 


La sudditanza psicologica della maggioranza degli italiani al potere americano è tale che entra a valanga nel linguaggio; spesso anche gli acronimi utilizzati sono sbagliati, in quanto scimmiottatura acritica di quelli anglosassoni.

L’esempio più lampante è l’acronimo USA,
che è un acronimo della lingua inglese (United States of America) ma non ha alcun senso nella nostra lingua. In italiano infatti bisognerebbe dire SUA (Stati Uniti d’America) che, oltre ad essere corretto, ha esattamente lo stesso
numero di lettere, smentendo il solito luogo comune della sinteticità della lingua inglese rispetto a quella italiana.

E’ per tale motivo che ho dato questo titolo al presente articolo: l’amministrazione degli Stati Uniti d’America (da ora in poi rigorosamente “SUA”) è una iattura per il nostro Paese. A dire il vero lo è da ottant’anni, anzi da ottantatrè,
cioè da quel maledetto 3 settembre 1943, che viene impropriamente chiamato “armistizio di Cassibile”. In quell’occasione il generale Giuseppe Castellano firmò, congiuntamente al generale Walter Bedell Smith in rappresentanza del generale Dwight Eisenhower, la resa
incondizionata dell’esercito italiano all’esercito degli SUA. Tale resa incondizionata fu pubblicizzata ufficialmente cinque giorni dopo, l’8 settembre 1943, prima da Eisenhower, tramite Radio Algeri e poi, un’ora e un quarto
dopo, dal capo del governo Pietro Badoglio per l’Italia.

Neanche la dichiarazione della resa incondizionata fu fatta prima dall’Italia, o almeno simultaneamente, tanto era succube lo Stato Maggiore nostrano!

Quindi chi parla di “riscatto” (leggi: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella) riferendosi all’armistizio dell’8 settembre, o non conosce la Storia o è in mala fede.

Fu un totale cedimento, senza neanche tentare di resistere. Da ciò ne conseguì l’impiantare le basi statunitensi e OTAN (acronimo esatto, in italiano, che indica l“Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord”, invece dell’inglese “NATO” – “North Atlantic Treaty Organization”). Se adesso in Italia abbiamo circa 140 basi tra basi SUA e OTAN lo dobbiamo a questa resa incondizionata. La Germania ne ha
circa 180, avendo dato la resa incondizionata nel 1945, dopo essere stata assurdamente bombardata dagli Alleati, che hanno provocato circa sei milioni di morti, soprattutto
civili.

Ma l’amministrazione SUA non si è accontentata di controllare militarmente l’Italia: ha sempre esercitato un influsso notevole anche dal punto di vista politico, giungendo a stigmatizzare i governanti poco malleabili nei
propri confronti.

Emblematico il caso Craxi, che si oppose fermamente alle richieste del presidente Ronald Reagan di consegnare immediatamente ai militari SUA i terroristi palestinesi che
avevano dirottato la nave da crociera Achille Lauro. Craxi sostenne che i reati, essendo stati commessi su una nave italiana, fossero di competenza esclusivamente italiana. Fu
uno dei pochi casi di affermazione della sovranità italiana nei confronti del “padrone” americano, e forse fu una delle
ragioni per cui l’allora capo del governo italiano fu poi distrutto politicamente e costretto all’esilio.

Adesso abbiamo una classe politica talmente priva di nerbo che si fa strapazzare in tutti i modi: il ministro della difesa Crosetto si trova a Dubai in vacanza mentre iniziano gli
attacchi aerei degli SUA all’IRAN e dice di non essere stato neanche avvertito; il capo del governo Meloni viene presa in
giro da Trump, che dice di “essere stato implorato” da lei per un foto-scatto da soli (il “selfie”), e così via. Tutto ciò dopo aver ceduto sui dazi e sull’aumento delle spese militari al 5% del PIL, dopo aver difeso a spada tratta l’Ucraina con conseguente invio di tredici pacchetti di armi,
dopo aver continuato a dare armi ad Israele e aver votato contro le sanzioni allo Stato ebraico, etc., etc.

L’ultima figura di “palta” a questo governo di finti sovranisti gliel’ha fatta fare Mark Rutte, l’attuale segretario OTAN (NATO), quando ha dichiarato che 500 aerei statunitensi sono partiti dalle basi italiane per supportare l’operazione
“Furia epica” (“Epic fury”) verso l’Iran. I casi sono due: o le affermazioni di Rutte corrispondono a verità, e allora il
governo ha scavalcato allegramente l’art. 11 della Costituzione, oppure sono false.
Ma se lo fossero vorrebbe dire che il segretario dell’OTAN ritiene di poter dire ciò che vuole ad una Nazione che conta quanto il due di briscola e che viene usata semplicemente come “trampolino di lancio” per le operazioni militari di altre organizzazioni.

prof. Pietro Marinelli

domenica 21 giugno 2026

AVEVO BISOGNO DI UN PO' DI SANO ORGOGLIO NAZIONALE

 


Questa la frase pronunciata da Giorgia Meloni a Telefriuli, durante la visita a sorpresa a Gemona al raduno degli alpini del Triveneto. E ha aggiunto: “e, se non si trova qui, non so dove altro lo si possa trovare”.

Ahimé, stavolta devo proprio dare ragione al presidente del consiglio in carica: gli alpini sono tra i pochi che abbiano mantenuto un “sano orgoglio nazionale”. Peccato che la sua stessa affermazione si ritorca immediatamente contro di lei, che di “orgoglio nazionale” ne ha sempre di meno, tanto da doverne fare rifornimento in un raduno di reduci che hanno dato tanto alla Patria.

Sarebbe stata una manifestazione di “orgoglio nazionale” il patetico “scontro” con Trump, nel quale la suddetta ha accettato, come sempre, di essere trattata come una servetta? Donald è arrabbiato con lei perché non è riuscito ad utilizzare l’Italia come trampolino di lancio per la guerra in Iran? Ma se non è stata lei a decidere, bensì il presidente Mattarella, che ha convocato lo Stato Maggiore per scongiurare l’intervento diretto dell’Italia in questo folle conflitto?

Sarebbe stata una manifestazione di "orgoglio nazionale" l'accettazione senza fiatare dei dazi, dell'aumento della spesa militare al 5% del PIL, l'accollarsi l'ennesimo invio di armi a Zelensky, perché Donald non vuole più saperne? E' una manifestazione di "orgoglio nazionale" non aver mai preso chiaramente posizione contro lo sterminio che Netanyahu e Ben Gvir stanno facendo a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, anzi l'aver sempre votato contro le sanzioni ad Israele e permettere che i soldati israeliani vengano a trastullarsi in Sardegna?

La Giorgia nazionale, comunque, non si scompone per così poco: è abituata a dire tutto e il contrario di tutto a seconda delle circostanze e delle persone a cui si rivolge. Infatti subito dopo ha ribadito che lei vuole rispettare gli accordi per il mantenimento delle basi statunitensi.

Ma qualcuno le ha spiegato che in realtà più che di “accordi” sarebbe meglio parlare di “imposizioni”? Che l’esercito italiano ha dato la resa incondizionata a quello degli Stati Uniti, il 3 settembre 1943, a Cassibile? Che poi è stata ratificata l'8 settembre 1943, quello che solo l'ineffabile Sergio Mattarella ha definito un "riscatto", mentre è stato un cedimento totale? Infatti, come può essere chiamato un “accordo” una resa incondizionata?

Qualcuno ha detto alla Meloni che le basi statunitensi in Italia costano ai contribuenti italiani dai 150 ai 200 milioni di euro all’anno?

Cara Giorgia, anche noi avremmo bisogno di un po' di "sano orgoglio nazionale".

Ma da parte tua.

prof. Pietro Marinelli

IL CASO ROGGERO

  Il ministro della giustizia Carlo Nordio ha chiesto la grazia per Mario Roggero al presidente della Repubblica, il quale ha risposto che l...