giovedì 9 luglio 2026

CRONACA DI UNO SCISMA ANNUNCIATO

 


La Fraternità sacerdotale San Pio X, il 1° luglio 2026, ha consacrato quattro vescovi, senza mandato pontificio, ad Econe, in Svizzera. Più precisamente, i due vescovi, il consacrante Alfonso de Galarreta e il co-consacrante Bernard Fellay hanno proceduto, senza mandato pontificio, alla consacrazione di quattro vescovi, don Pascal Schreiber (svizzero), don Michael Goldade (statunitense), don Michel Poinsinet de Sivry (francese), don Marc Hanappier (francese).

A seguito di ciò sono incorsi “ipso facto” (automaticamente) nella scomunica “latae sententiae”, che viene comminata per la semplice commissione del fatto. Il giorno dopo, 2 luglio 2026, il cardinale Victor Manuel Fernandez, Prefetto del Dicastero della Dottrina della Fede ha firmato un decreto, dichiarando che l’atto è di “natura scismatica” in quanto eseguito senza mandato pontificio e contro la volontà del Papa. Sono stati direttamente colpiti dalla scomunica i due vescovi consacranti e i quattro nuovi vescovi ordinati, ma le conseguenze della scomunica sono state estese all’intera Fraternità.

Il decreto del 2 luglio fa rientrare nella scomunica anche i ministri sacri (i sacerdoti) che aderiscono alla Fraternità; afferma che sono illeciti i sacramenti da loro amministrati (in particolare, il matrimonio e la penitenza sono invalidi). Non sono invece automaticamente scomunicati i fedeli laici, ma solo quelli che aderiscono formalmente alla Fraternità con piena consapevolezza e deliberato consenso. Allo stesso modo i partecipanti occasionali non sono automaticamente scomunicati.  

I fedeli sono invitati ad astenersi dalle celebrazioni della Fraternità e viene previsto un percorso per ritornare nella piena comunione con la Chiesa Cattolica.

Questo sono gli ultimi fatti, nudi e crudi; vediamo di “contestualizzarli”, come si dice in gergo scolastico.

La Fraternità sacerdotale San Pio X fu fondata da monsignor Marcel Lefebvre nel 1970 a Friburgo, in Svizzera; il suo attuale Superiore generale è don Davide Pagliarani, italiano. Secondo le ultime stime, in questo momento, della Fraternità fanno parte sei vescovi, 729 sacerdoti, 145 fratelli professi, 250 suore oblate, 268 seminaristi. Il numero dei fedeli che aderiscono alla Fraternità non è facile da calcolare, ma è molto probabile che si aggiri, in tutto il mondo, sulle 600.000 unità, piuttosto che sul milione sbandierato dai giornalisti conservatori sostenitori del lefebvriani. Per una realtà ecclesiale come la Chiesa cattolica, che si aggira sul miliardo e quattrocento milioni di fedeli, oltre 400.000 sacerdoti e 5.430 vescovi, si potrebbe parlare di una “scheggia impazzita” da non prendere neanche in considerazione. Il problema consiste nell’ordinazione dei vescovi, che assicurano la continuità apostolica, cioè il legame diretto con i discepoli di Gesù Cristo.

E, se dobbiamo proprio dirla tutta, il problema era interno alla Fraternità San Pio X, in quanto, a seguito della morte di monsignor Bernard Tissier de Mallerais, avvenuta l’8 ottobre 2024, si poneva la “questione della continuità dell’opera della Fraternità, che ormai conta solo due vescovi”, come dichiarò il Superiore generale don Pagliarani. Il quale, il 2 febbraio 2026, sentito il parere unanime del suo Consiglio, comunicò che il 1° luglio la Fraternità avrebbe proceduto a nuove consacrazioni episcopali. E lo scrisse in una lettera a Fernandez il 18 febbraio.

Il Dicastero per la dottrina della fede, il 13 maggio, con una nota, ricordò che le ordinazioni episcopali senza mandato pontificio avrebbero costituito un “atto scismatico”, con conseguente scomunica.

Il 26 maggio la Fraternità sacerdotale San Pio X annunciò i nominativi dei quattro futuri vescovi.

Il 29 giugno Papa Leone scrive una lettera al Superiore generale della Fraternità, chiedendogli di rinunciare alle consacrazioni.  

Già da queste date si può notare una differenza di atteggiamento: la Chiesa cattolica appare più prudente e più lenta ad adottare provvedimenti, mentre la Fraternità San Pio X sembra più decisa ad attuare immediatamente i propri obiettivi.

Se poi riandiamo alla storia pregressa, dobbiamo dire che Lefebvre fu sospeso “a divinis” da Papa Paolo VI nel 1976 e che Giovanni Paolo II scomunicò il 30 giugno 1988 i quattro vescovi ordinati dalla Fraternità senza mandato pontificio, oltre allo stesso Lefebvre.

Si dirà: ma la scomunica fu ritirata da Papa Benedetto XIV il 21 gennaio 2009! Sì, è vero, ma tale revoca non comportò automaticamente la piena comunione canonica, in quanto la Fraternità rimaneva priva di status giuridico e i vescovi continuavano ad essere sospesi “a divinis”. Poi alcuni osservano che questa volta la scomunica è stata più dura della precedente, quella adottata da Giovanni Paolo II, che si riferiva solo ai vescovi. Questo è vero, in quanto ne rimangono coinvolti tutti i sacerdoti aderenti alla Fraternità e anche i fedeli laici che aderiscono pienamente e consapevolmente alla Fraternità. Diciamo che forse se la sono un attimino “cercata”, come si suol dire, i membri di questa comunità, che non ha voluto in alcun modo accettare un dialogo con la Santa Sede.

Il mio parere personale è che la Chiesa avrebbe bisogno di ben altro che di un nuovo scisma; avrebbe bisogno di maggior unità, che non significa appiattimento o tradimento delle proprie radici, ma confronto sereno e soprattutto costruttivo. Non fa certo bene al Corpo di Cristo subire un’altra lacerazione, da parte poi di gente che si professa cattolica. Ma si può essere cattolici e non seguire il Papa? Che senso ha riconoscere in astratto l’autorità di Leone XIV e poi ignorare il suo esplicito divieto di procedere alle consacrazioni episcopali senza il mandato pontificio? Eppure questo è ciò che ha fatto la Fraternità di Lefebvre.

Ma ancora più radicalmente, cos’è la Tradizione cattolica? E’ uno schema fisso e immutabile oppure è una realtà viva e dinamica? E chi ha il compito di interpretarla, per renderla più comprensibile?

 prof. Pietro Marinelli

 

giovedì 2 luglio 2026

LIBERIAMO L'INFORMAZIONE

 



C'è un grosso problema, in Italia, che condiziona un po' tutto: i mezzi d'informazione non si sostengono con le proprie forze economiche, ma hanno finanziamenti pubblici. Ciò li rende dipendenti dal potere in una maniera un attimino esagerata: per fare solo un esempio, nel nostro Paese un deputato, peraltro famoso per il suo assenteismo in Parlamento, controlla tre quotidiani nazionali di una certa tiratura. La famiglia Angelucci ha la proprietà de "Il Giornale", "Il Tempo" e "Libero". Ma questa è solo la "punta dell'iceberg" di un sistema che vede la quasi totalità della stampa aver bisogno assoluto del denaro pubblico per poter sopravvivere.

E cosa determina questo? Che l'informazione viene completamente appiattita sui "diktat" del potere, senza alcuna possibilità di voci critiche o di analisi oggettive. Basti pensare alla demonizzazione della Russia in questi ultimi quattro anni e mezzo, che ha portato a dare armi e mezzi finanziari all'Ucraina in un modo che sarebbe stato dichiarato incostituzionale fino a poco prima. Basti pensare alla mancanza totale di sanzioni ad Israele, ai voti contrari dell'Italia in tal senso e alla continua spedizioni di armamenti ad una Nazione che li utilizza per sterminare impunemente popolazioni intere, da Gaza alla Cisgiordania, al Libano, etc. 

Se ci fosse un'informazione corretta il governo italiano avrebbe dovuto prendere posizione in maniera chiara contro le sistematiche violazioni del diritto internazionale operate dallo Stato ebraico; invece la maggioranza della popolazione italiana è "inebetita" dall'informazione che va per la maggiore, che riesce a riempire telegiornali e pagine intere di quotidiani della questione Garlasco anche a distanza di decenni (l'uccisione di Chiara Poggi avvenne il 13 agosto 2007).

Come mai tale controllo dell'informazione? Perché il vero spauracchio, la cosa che più atterrisce i potenti nostrani ed europei, è che la gente prenda coscienza della realtà e si muova. Ciò che veramente spaventa è la possibilità che il popolo si unisca e si mobiliti, come è avvenuto in tempi recentissimi in diversi Paesi con la cosiddetta "Generazione Z".

Che cosa possiamo fare, allora, noi poveri tapini, cittadini qualunque? Possiamo anzitutto cercare di rendere più libera l'informazione nostrana, togliendo il finanziamento pubblico ai giornali, quello che è stato definito "reddito di giornalanza". Diverse organizzazioni, tra cui l'Associazione Schierarsi di Alessandro Di Battista, hanno promosso questa iniziativa. C'è ancora tempo per firmare: per proporre il referendum occorre raggiungerne 500.000 e al momento sono circa 220.000.

Basta soldi ai giornali - Referendum e iniziative popolari. 

https://www.bastasoldiaigiornali.it       https://www.associazioneschierarsi.it

venerdì 26 giugno 2026

A LI MORTACCI SUA

 


La sudditanza psicologica della maggioranza degli italiani al potere americano è tale che entra a valanga nel linguaggio; spesso anche gli acronimi utilizzati sono sbagliati, in quanto scimmiottatura acritica di quelli anglosassoni.

L’esempio più lampante è l’acronimo USA,
che è un acronimo della lingua inglese (United States of America) ma non ha alcun senso nella nostra lingua. In italiano infatti bisognerebbe dire SUA (Stati Uniti d’America) che, oltre ad essere corretto, ha esattamente lo stesso
numero di lettere, smentendo il solito luogo comune della sinteticità della lingua inglese rispetto a quella italiana.

E’ per tale motivo che ho dato questo titolo al presente articolo: l’amministrazione degli Stati Uniti d’America (da ora in poi rigorosamente “SUA”) è una iattura per il nostro Paese. A dire il vero lo è da ottant’anni, anzi da ottantatrè,
cioè da quel maledetto 3 settembre 1943, che viene impropriamente chiamato “armistizio di Cassibile”. In quell’occasione il generale Giuseppe Castellano firmò, congiuntamente al generale Walter Bedell Smith in rappresentanza del generale Dwight Eisenhower, la resa
incondizionata dell’esercito italiano all’esercito degli SUA. Tale resa incondizionata fu pubblicizzata ufficialmente cinque giorni dopo, l’8 settembre 1943, prima da Eisenhower, tramite Radio Algeri e poi, un’ora e un quarto
dopo, dal capo del governo Pietro Badoglio per l’Italia.

Neanche la dichiarazione della resa incondizionata fu fatta prima dall’Italia, o almeno simultaneamente, tanto era succube lo Stato Maggiore nostrano!

Quindi chi parla di “riscatto” (leggi: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella) riferendosi all’armistizio dell’8 settembre, o non conosce la Storia o è in mala fede.

Fu un totale cedimento, senza neanche tentare di resistere. Da ciò ne conseguì l’impiantare le basi statunitensi e OTAN (acronimo esatto, in italiano, che indica l“Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord”, invece dell’inglese “NATO” – “North Atlantic Treaty Organization”). Se adesso in Italia abbiamo circa 140 basi tra basi SUA e OTAN lo dobbiamo a questa resa incondizionata. La Germania ne ha
circa 180, avendo dato la resa incondizionata nel 1945, dopo essere stata assurdamente bombardata dagli Alleati, che hanno provocato circa sei milioni di morti, soprattutto
civili.

Ma l’amministrazione SUA non si è accontentata di controllare militarmente l’Italia: ha sempre esercitato un influsso notevole anche dal punto di vista politico, giungendo a stigmatizzare i governanti poco malleabili nei
propri confronti.

Emblematico il caso Craxi, che si oppose fermamente alle richieste del presidente Ronald Reagan di consegnare immediatamente ai militari SUA i terroristi palestinesi che
avevano dirottato la nave da crociera Achille Lauro. Craxi sostenne che i reati, essendo stati commessi su una nave italiana, fossero di competenza esclusivamente italiana. Fu
uno dei pochi casi di affermazione della sovranità italiana nei confronti del “padrone” americano, e forse fu una delle
ragioni per cui l’allora capo del governo italiano fu poi distrutto politicamente e costretto all’esilio.

Adesso abbiamo una classe politica talmente priva di nerbo che si fa strapazzare in tutti i modi: il ministro della difesa Crosetto si trova a Dubai in vacanza mentre iniziano gli
attacchi aerei degli SUA all’IRAN e dice di non essere stato neanche avvertito; il capo del governo Meloni viene presa in
giro da Trump, che dice di “essere stato implorato” da lei per un foto-scatto da soli (il “selfie”), e così via. Tutto ciò dopo aver ceduto sui dazi e sull’aumento delle spese militari al 5% del PIL, dopo aver difeso a spada tratta l’Ucraina con conseguente invio di tredici pacchetti di armi,
dopo aver continuato a dare armi ad Israele e aver votato contro le sanzioni allo Stato ebraico, etc., etc.

L’ultima figura di “palta” a questo governo di finti sovranisti gliel’ha fatta fare Mark Rutte, l’attuale segretario OTAN (NATO), quando ha dichiarato che 500 aerei statunitensi sono partiti dalle basi italiane per supportare l’operazione
“Furia epica” (“Epic fury”) verso l’Iran. I casi sono due: o le affermazioni di Rutte corrispondono a verità, e allora il
governo ha scavalcato allegramente l’art. 11 della Costituzione, oppure sono false.
Ma se lo fossero vorrebbe dire che il segretario dell’OTAN ritiene di poter dire ciò che vuole ad una Nazione che conta quanto il due di briscola e che viene usata semplicemente come “trampolino di lancio” per le operazioni militari di altre organizzazioni.

prof. Pietro Marinelli

domenica 21 giugno 2026

AVEVO BISOGNO DI UN PO' DI SANO ORGOGLIO NAZIONALE

 


Questa la frase pronunciata da Giorgia Meloni a Telefriuli, durante la visita a sorpresa a Gemona al raduno degli alpini del Triveneto. E ha aggiunto: “e, se non si trova qui, non so dove altro lo si possa trovare”.

Ahimé, stavolta devo proprio dare ragione al presidente del consiglio in carica: gli alpini sono tra i pochi che abbiano mantenuto un “sano orgoglio nazionale”. Peccato che la sua stessa affermazione si ritorca immediatamente contro di lei, che di “orgoglio nazionale” ne ha sempre di meno, tanto da doverne fare rifornimento in un raduno di reduci che hanno dato tanto alla Patria.

Sarebbe stata una manifestazione di “orgoglio nazionale” il patetico “scontro” con Trump, nel quale la suddetta ha accettato, come sempre, di essere trattata come una servetta? Donald è arrabbiato con lei perché non è riuscito ad utilizzare l’Italia come trampolino di lancio per la guerra in Iran? Ma se non è stata lei a decidere, bensì il presidente Mattarella, che ha convocato lo Stato Maggiore per scongiurare l’intervento diretto dell’Italia in questo folle conflitto?

Sarebbe stata una manifestazione di "orgoglio nazionale" l'accettazione senza fiatare dei dazi, dell'aumento della spesa militare al 5% del PIL, l'accollarsi l'ennesimo invio di armi a Zelensky, perché Donald non vuole più saperne? E' una manifestazione di "orgoglio nazionale" non aver mai preso chiaramente posizione contro lo sterminio che Netanyahu e Ben Gvir stanno facendo a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, anzi l'aver sempre votato contro le sanzioni ad Israele e permettere che i soldati israeliani vengano a trastullarsi in Sardegna?

La Giorgia nazionale, comunque, non si scompone per così poco: è abituata a dire tutto e il contrario di tutto a seconda delle circostanze e delle persone a cui si rivolge. Infatti subito dopo ha ribadito che lei vuole rispettare gli accordi per il mantenimento delle basi statunitensi.

Ma qualcuno le ha spiegato che in realtà più che di “accordi” sarebbe meglio parlare di “imposizioni”? Che l’esercito italiano ha dato la resa incondizionata a quello degli Stati Uniti, il 3 settembre 1943, a Cassibile? Che poi è stata ratificata l'8 settembre 1943, quello che solo l'ineffabile Sergio Mattarella ha definito un "riscatto", mentre è stato un cedimento totale? Infatti, come può essere chiamato un “accordo” una resa incondizionata?

Qualcuno ha detto alla Meloni che le basi statunitensi in Italia costano ai contribuenti italiani dai 150 ai 200 milioni di euro all’anno?

Cara Giorgia, anche noi avremmo bisogno di un po' di "sano orgoglio nazionale".

Ma da parte tua.

prof. Pietro Marinelli

sabato 13 giugno 2026

ALZAD LA MIRADA

 


“Alzate lo sguardo” – questo è stato il motto della visita di Papa Leone XIV in Spagna ed è sicuramente un invito a tutti noi, che spesso viviamo ripiegati sui problemi che ci angustiano.  Finché “guardiamo il nostro ombelico”, come diceva don Giussani, non ne caveremo un ragno dal buco. E’ alzare la testa, fissare lo sguardo in alto, che ci serve per affrontare le circostanze della vita e per non lasciarci dominare da esse.

Questo viaggio del Papa ci aiuta a vedere le cose di lassù ma anche quelle di quaggiù che sono inizio del mondo nuovo.

L’accoglienza calorosa del Re e della Regina, entusiasti di questo Papa che parla il loro “idioma” come se fosse la sua lingua madre, la “standing ovation” di dieci minuti al Parlamento spagnolo, davanti al quale un Papa non aveva mai parlato prima, dimostrano che tutte le remore dei giornalisti sul legame della Spagna con la Chiesa cattolica erano infondate. O meglio, erano messe ad arte, per alimentare un’immagine di un Paese una volta cattolico ma ora sempre più lontano dal cristianesimo.

Il Papa ha esortato i fedeli iberici a non rimanere legati al passato, a non guardare unicamente il patrimonio culturale cattolico, ma ad andare verso il futuro, ad essere Chiesa in crescita che annuncia il messaggio di Cristo.

La visita ha superato ogni aspettativa, come ha detto l’arcivescovo di Madrid, José Cobo Cano, in particolare per la risposta della gente. Ne sono prova le folle oceaniche di Madrid - un milione e duecentomila persone alla Messa e i 600.000 giovani alla veglia di preghiera allo Stadio, in ginocchio davanti al Santissimo.

Ma forse il momento più toccante è stata la cerimonia dell’inaugurazione della Torre di Gesù Cristo della Sagrada Familia, a cento anni esatti dalla morte di Antoni Gaudì. Uno spettacolo di luci e suoni per festeggiare quella che è diventata la Chiesa più alta del mondo, con il suoi 172 metri, simbolo chiaro della fede del suo architetto e del popolo intero.


mercoledì 27 maggio 2026

VIAGGIO IN NEPAL - I PRIMI INCONTRI

 


Sono appena tornato dal Nepal, distrutto per la stanchezza ma contento per l’esperienza vissuta in questi ultimi venti giorni. Il periodo impiegato in realtà è stato più lungo, in quanto il viaggio sia di andata che di ritorno è durato circa ventiquattro ore. Abbiamo preso il volo Air China, perché contava molto meno del solito: circa 700 euro, invece di 1400/1500! Poi devo dire che la compagnia cinese era abbastanza decorosa: volo molto silenzioso, per cui abbiamo dormito alla grande, e abbondanza di cibarie: le hostess passavano in continuazione, o a portare bevande o pranzo e cena. Il problema è stato più lo scalo, durato cinque ore all’andata e addirittura otto al ritorno; siamo dovuti rimanere nell’aeroporto di Chengdu, ovviamente, non potendo entrare in Cina. Non sapendo cosa fare abbiamo cambiato un po’ di euro in yuan, constatando ancora una volta che la moneta europea è fortissima: con venti euro abbiamo avuto centodieci yuan, con i quali abbiamo comprato birre, aperitivi e poi c’è rimasto abbastanza per una cena sostanziosa, innaffiata ancora di altre birre! Roba che a Malpensa avremmo speso almeno il triplo!

Non parliamo poi del cambio con la rupia nepalese, scesa ulteriormente dopo la recente rivoluzione: il cambio normale si aggira intorno alle 175 rupie ogni euro, ma varia ogni giorno e noi siamo riusciti ad averlo a ben 181 rupie per euro!

Ci si sente dei pascià, in Nepal, ma non perché si sia più danarosi, bensì in quanto il cambio, per noi, è estremamente favorevole e quindi tutti ti guardano come il ricco europeo venuto a divertirsi.

Ma che dirò del mio viaggio personale in questa terra che si trova dall’altra parte del mondo? Anzitutto che non l’ho scelta a tavolino, su indicazione di un’agenzia turistica: ho aderito ad una proposta di Utsav e della moglie Laxmi, che dovevano andare lì per un periodo di preghiera e meditazione di una settimana e così mi hanno chiesto se avrei voluto venire anch’io. Ho detto di sì perché mi sembrava un “coronamento” della mia esperienza con i nepalesi, che dura da tredici anni, da quando cioè ho preso in casa Fajil, poi Utsav, poi Arjun, Roshan e diversi altri. Avevo conosciuto Fajil in un internet point nel quale lavorava e mi era sembrato un ragazzo serio; io in quel momento non avevo nessuno in casa, in quanto i ragazzi albanesi che ho ospitato per quattordici anni se n’erano andati, e così ho deciso di prendere in casa prima Fajil e Utsav e poi altri che si sono alternati nel tempo.

Quando mi chiedevano se ero mai stato in Nepal, rispondevo: “No, non ci sono mai stato: è il Nepal che è venuto a me”.

Adesso finalmente ci sono andato, e ne sono contento perché invitato da gente del posto; abbiamo parlato di tutto, abbiamo condiviso feste, pranzi e cene e anche giri turistici, ma non solo; abbiamo vissuto insieme!.

Tanto per cominciare sono stato ospite del fratello di Laxmi, Madhu, un uomo simpaticissimo che mi invitava in continuazione a venire in Nepal, ogni sei mesi (every six months). Mi ha regalato anche un libro sulla storia del Nepal e in particolare sulle rivoluzioni popolari che vi sono avvenute. 

Ho conosciuto poi la moglie Bhabana, attivista del Partito Comunista Nepalese, con la quale sono andato anche ad una festa popolare, durante la quale mi hanno chiesto di fare un intervento. Vorrei precisare, per coloro che “storcono il naso” appena si parla di comunismo, che la società del Nepal è molto diversa da quella italiana; anzitutto è basata sulla divisione in caste e poi la donna non ha esattamente le stesse possibilità di un uomo. Per tali ragioni un’ideologia fondata sull’eguaglianza tra tutti ha una valenza molto diversa rispetto alle società occidentali. Dopo averne visto la realtà effettiva, mi è venuto da pensare che un po’ di comunismo farebbe bene alla vita della gente di quella Nazione!

Con Madhu il vivacissimo figlio Prince e un suo amico insegnante in pensione, siamo andati anche a Pokhara, forse la città più bella dal punto di vista turistico, e abbiamo fatto una gita sul lago Begnas che è stata una vera “esperienza”, come si può vedere dal video!

venerdì 1 maggio 2026

Il Camerun, la visita di Papa Leone XIV e oltre

 


Indubbiamente la visita di Papa Leone XIV in Africa è stata un’occasione per la gente di quei Paesi ma anche per il mondo intero: infatti ha messo in evidenza le situazioni di quei popoli, troppo spesso dimenticati. Delle quattro Nazioni visitate dal Papa mi interessa maggiormente il Camerun, perché conosco quella Nazione e mi piace parlare di quello che so per esperienza personale o per racconti di persone che vivono sul luogo.

Questo Paese, chiamato “l’Africa in miniatura”, ha tutte le contraddizioni e le positività del Continente Nero: dotato di ingenti risorse, soffre di “mala gestione” da parte del governo locale, che raggiunge vette di corruzione difficilmente immaginabili in un contesto europeo.

Anzitutto ha il dittatore (pardon, il presidente della Repubblica) più longevo del mondo intero: Paul Biya, vegliardo novantatreenne, al potere da 43 anni, eletto (si fa per dire) per otto volte consecutive. Noto con rammarico che la stampa occidentale, e in particolare quella italiana, non lo classifica assolutamente come autocrate e non mette minimamente in dubbio la correttezza delle elezioni, soprattutto le ultime, che hanno determinato l’assurda situazione per la quale Biya dovrebbe rimanere in carica fino all’età di 100 anni, essendo il mandato presidenziale camerunense di sette anni. Non si è parlato delle proteste dell’opposizione, dei cinquanta morti durante le manifestazioni, dei brogli spudorati (è stato trovato un uomo addirittura a Roma che aveva una caterva di schede elettorali truccate con il nome di Paul Biya). Tutto va bene, per l’Occidente “democratico”, quando ci sono gli interessi politico-economici da coprire. E il Italia non vengono neanche date le notizie “scomode”, come quella che ho sentito da fonti locali di una spesa di 76 milioni di euro per la visita del Papa. Poi magari non sono così tanti, ma anche se fossero 50, di milioni di euro, sarebbe una cifra esorbitante per un Paese nel quale mancano le infrastrutture di base.

Ma l’Africa è tutta così: c’è un fiume di denaro che arriva, a vario titolo, come finanziamento, al governo, e poi viene “insabbiato” oppure “depistato” nelle tasche dei ministri o dei membri dell’apparato. Per intenderci, il governo aveva avuto un finanziamento di 4 milioni di euro per costruire dei pozzi per estrarre l’acqua e tale cifra sarebbe stata sufficiente a costruirne almeno 270; cosa è successo: che di questi 4 milioni ne sono stati impiegati solo una parte, 1,5, costruendo strutture poco in profondità, per risparmiare, e il resto è “sparito” nelle tasche di chi di dovere. Hanno preferito costruire degli “accumuli” di acqua, che trattenessero la pioggia, piuttosto che pozzi profondi, con la conseguenza che c’è acqua quando piove, perché viene accumulata, ma durante l’estate, quando servirebbe maggiormente, non ce n’è più.

E vogliamo parlare del sistema bancario? Chi conosce la situazione reale sa che le banche in Camerun chiedevano, quindici anni fa, il 36% di interesse annuo (sì, avete letto, bene, il trentasei per cento di interesse all’anno). Considerando che c’era la tangente del 15% da pagare, perché la corruzione è ancora normale, si arrivava ad un costo iniziale del 51 per cento, cosa che rendeva praticamente impossibile ottenere un profitto, in quanto se si raggiungeva il venti per cento era già tanto. Adesso la situazione è migliorata, mi dicono: gli interessi bancari sono scesi al 15%, anche se complessivamente poi arrivano al venti, ma rimane la tangente da pagare. Perciò di fatto si riesce a realizzare qualche opera solo con denaro proprio, senza passare dalle banche.

E’ in quest’ottica che io avevo finanziato la costruzione del pozzo per estrarre l’acqua nel villaggio di Foutchouli, nel Comune di Dschang, nell’Ovest del Paese. Ridendo e scherzando avevo impiegato 19.000 euro; poi il Comune aveva finanziato la costruzione della scuola materna ed era avvenuta l’inaugurazione del complesso, con la cerimonia solenne di taglio del nastro e la festa successiva. Devo dire che ciò è stato grazie anche al sindaco di Dschang, recentemente scomparso per un aneurisma, che era una grande persona, fuori da ogni contesto di favoritismi vari.

Ci sono anche delle grandi persone, in Africa, ed è su quelle che bisogna puntare, se si vuole aiutare lo sviluppo di quelle Nazioni.  


CRONACA DI UNO SCISMA ANNUNCIATO

  La Fraternità sacerdotale San Pio X, il 1° luglio 2026, ha consacrato quattro vescovi, senza mandato pontificio, ad Econe, in Svizzera. Pi...