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martedì 30 luglio 2024

SFACELO OLIMPIONICO - CROLLO DELL'OCCIDENTE

 Ci sono delle svolte, nella Storia, che si comprendono dopo decenni dagli accadimenti. Noi ci troviamo, qui e adesso, in una di quelle svolte, ed è importante comprenderlo.

Prendiamo spunto dall’apertura olimpica di Parigi, ma il discorso è molto più grande e articolato, quindi dovremo farlo a tappe successive.

Nella mente del Presidente francese, Parigi 2024 doveva essere la ripetizione, molto più in grande, di Berlino 1936, ma sappiamo che la storia si ripete sempre passando dalla tragedia alla farsa.

Difficile dire se la cerimonia d'apertura sia stata più blasfema, volgare o cafona, anche perché si è andati molto oltre tutto questo. Concordiamo con Macron che quella andata in scena durante la cerimonia d’apertura delle olimpiadi è la vera Francia. In un momento di realismo ha detto la verità.

Questa è la Francia e, con un pò più di realismo, questa è l'Europa e tutto l'occidente.

Pressapochismo, illusione di magnifiche sorti e progressive, blasfemia promossa a nuovo idolo collettivo per celebrare la voglia di suicidio di una civiltà che ha prosperato per migliaia di anni.

Voglia di suicidio, senza neanche il coraggio del suicidio. In tutti i campi. Oltraggiando tutto.

Oltraggio alla religione cristiana, alla Storia, al buon senso, all’organizzazione, alla sicurezza, al buon gusto, per dire solo i principali da analizzare nel dettaglio.

Oltraggio e vilipendio della religione cristiana per fare spazio alle ideologie LGBT, Woke, cancel culture et similia, sconfinando nel puro satanismo. Le proteste dell’episcopato francese, pur sorprendenti, sono molto al di sotto di un minimo sindacale pur dovuto.  "Questa cerimonia purtroppo comprendeva scene di derisione e di scherno del cristianesimo, che deploriamo profondamente". Limitarsi a questo equivale a chiudere gli occhi su tutto il resto. Del resto la stessa apertura delle proteste vescovili lascia basiti: “La cerimonia di apertura proposta ieri sera dal Comitato organizzativo dei Giochi Olimpici ha regalato al mondo intero meravigliosi momenti di bellezza, di gioia, ricchi di emozioni e universalmente apprezzati”. Non sappiamo, e non lo sapremo mai, dov’è che i vescovi francesi abbiano visto questi momenti di bellezza e di gioia, ma questo è il cappello introduttivo a timida reprimenda.

Limitandoci alla sola parodia dell’ultima cena, niente è stato lasciato al caso. Oltre a nostro Signore, diventata una cicciona lesbica e gli apostoli proposti come trans improbabili, la stessa ghirlanda della lesbica centrale è a forma di ostia (con la minuscola) da cui si dipartono filamenti che rievocano il corona virus che tante soddisfazioni ci ha dato. Un simbolismo, cioè, studiato nei minimi dettagli e fanno solo ridere, o piangere, le scusa postume arrivate.

 Evitiamo di commentare i silenzi romani in merito.

Alcune proteste sono arrivate anche da ambienti “trans” non usi a frequentare i gay pride. Da ambiti atei e agnostici. Persino da ambienti musulmani si sono levate lamentele e proteste. Da Roma solo un silenzio assordante e vergognoso ammantato di fratellanza e misericordia pelosa.

Lo sfacelo si associa sempre con l’ipocrisia, ma analizziamolo nel dettaglio:

Oltraggio alla storia. Tra tante perle da inanellare, riescono solo a deridere una Maria Antonietta decapitata. Neanche il Re, la Regina con la testa in braccio. Carlo Magno non è mai esistito, come non sono esistiti molti altri della pur gloriosa e variegata Storia francese, da Napoleone al Re Sole a Santa Giovanna d'Arco.

Oltraggio organizzativo. Letti di carta pesta per gli atleti, materassi di plasticaccia, alloggi senza condizionatore, cibarie scadenti o insufficienti, turismo in caduta libera con prenotazioni inferiori del 15% a quelle dello scorso anno senza olimpiadi e ci fermiamo per non girare la piaga attorno al coltello.

Oltraggio al buon senso. Si sono lasciati decine di capi di Stato, compreso il nostro Mattarella, sotto la pioggia battente con solo la tribuna centrale di Macron coperta. Semplicistico pensare a pura e semplice stupidità quando le previsioni di pioggia si conoscevano.

Un miliardo e mezzo di Euro spesi inutilmente per rendere balneabile la Senna con il risultato di analisi che tracimavano di oltre 10 volte i limiti batterici massimi consentiti.. Adesso il Triatlon non si svolgerà sino a contrordine in un caos organizzativo che si autoesalta e senza neanche un piano “B” di riserva.

Il corteo di barche, provato e riprovato diverse volte nelle notti precedenti l'evento, trasformato in una caotica passerella anonima, con bandiere che spariscono dietro i cartelli con i nomi delle nazioni, atleti che neanche si vedono e perdendo tutto il pathos delle sfilate.

La  Corea del Sud scambiata per Corea del Nord con scuse ufficiali postume.

Ciliegina sulla torta, issare la bandiera olimpica capovolta.

Mai accaduto nella storia e abbiamo il dubbio che non si sia trattato di un errore, ma di un segno indotto dall’Alto, una constatazione da mostrare al mondo, visto che la bandiera capovolta è il simbolo internazionale di un estremo patimento, di una urgente richiesta di aiuto in condizioni drammatiche.

Oltraggio alla sicurezza.  Parigi bloccata da settimane e transenne ovunque impedendo ai residenti di poter finanche di circolare. Attentati a tutte e quattro le direttrici ferroviarie che si diramano da Parigi con blocco totale dell'alta velocità. Aeroporti bloccati a ripetizione.

Certo che gli attentati non sono prevedibili con certezza nella loro totalità, ma quì la lotta è tra dilettantismo e incompetenza.  A Parigi nelle settimane scorse erano già state bruciate cabine di comunicazione ferroviaria, interrompendo il transito dei treni TGV, evidentemente le prove generali per gli attentati futuri. Ma nessuno ha pensato che quanto accaduto poteva ripetersi su grande scala. Il presidio, se c'è stato, era da barzelletta. La polizia sapeva, o aveva forti sospetti su gruppi anarchici di sinistra. Ma importante era seguire le direttive paranoiche del ministro israeliano degli esteri, Israel Katz, che dava per certi gli attentati islamici di gruppi supportati dall'Iran. Nessuna prova a supporto di quello che Katz dice. L’Iran, pur contrapponendosi a Israele, sta cercando in tutti i modi di non allargare il conflitto e non arrivare ad uno scontro diretto. Non è certo dall’Iran che può arrivare, in questo momento, un attentato. Ma le tesi del Katz vanno riverite in via prioritaria.

Importante è guardare dall'altra parte quando ti stanno mettendo il fuoco sotto il sedere.

Importante è instillare la paura a comando e contro obiettivi predeterminati, meglio se inesistenti.

Pressapochismo, dilettantismo e incompetenza, unititi a dosi industriali di arroganza ostentata e gratuita. Dosi massicce di provocazione e satanismo in bella mostra.

Del resto, come dicevamo, questa è la rappresentazione del mondo occidentale di oggi.

Questa è la Francia di oggi, come ha confermato Macron. E' l'Europa e l'Occidente di oggi.

Entreremo nel merito con altre due riflessioni  sul tragico stato dell’arte.

Enzo Fedele

lunedì 29 luglio 2024

ANCORA SULLE OLIMPIADI DI PARIGI 2024

 

Ho visto che il mio articolo sulle Olimpiadi di Parigi e L’ultima cena ha riscosso un certo successo: evidentemente devo aver toccato un punto sentito acutamente da tanti. E qual è tale “punctum dolens”? Il fatto che del cristianesimo si può dire ciò che si vuole, lo si può denigrare, insultare, ridicolizzare anche per “partito preso”, senza alcuna motivazione effettiva e senza alcun fondamento né storico né logico.

Siccome i cristiani non sono violenti come gli islamici, allora possono essere bistrattati e derisi in ogni modo. In particolare ciò è evidente in Francia, che si trova ad essere messa a soqquadro dopo ogni affronto al Profeta o al Corano in una maniera incredibile (sono centinaia le chiese cattoliche devastate o rovinate in questi ultimi anni).  Perfino la cattedrale di Notre Dame, simbolo della cattolicità francese, è stata incendiata, e non mi si venga a dire che è stato un corto circuito casuale. Perché poi i musulmani integralisti se la prendano con i cattolici, questa è una questione interessante da affrontare. Probabilmente perché non capiscono la distinzione tra sfera religiosa e sfera civile, che esiste nel cristianesimo, ma non c’è nell’islam. Nel mondo musulmano non esiste nulla di paragonabile alla Chiesa, cioè ad una realtà sociale diversa dalla società civile e autonoma rispetto ad essa. Non esistono i preti, non esiste la gerarchia ecclesiastica, non esiste il Papa, che peraltro c’è solo nella Chiesa cattolica. I capi religiosi sono semplicemente degli studiosi e degli esperti del Corano, ma non sacerdoti, anche perché non esistono neanche i Sacramenti e quindi non c’è l’Ordine Sacro. Allora per i musulmani l’Occidente e il Cristianesimo sono una cosa sola e qualunque sgarro fatto da persone occidentali ricade sulla Chiesa cattolica. Come si possa sostenere ciò anche nell’attuale Francia, questa è una bella questione. Io credo che solo la non conoscenza della realtà dei Paesi occidentali e una totale ignoranza del cristianesimo possano giustificare tale posizione.

Basti vedere appunto la cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi di Parigi 2024: non solo non c’è alcun riferimento alla fede cristiana, ma vi è sbandierato il dileggio più sfrenato di tutto ciò che è cattolico, comprese le rappresentazioni pittoriche. Come si fa ad identificare, adesso, la Francia con “la figlia primogenita della Chiesa”?

Questa cerimonia è stata un condensato di tutti i luoghi comuni più beceri del laicismo occidentale, come manifestazioni grottesche e patetiche, nella loro virulenza anticattolica. Tra di esse spicca, oltre la rappresentazione blasfema dell’Ultima cena, anche la farsa sulla Rivoluzione francese. Anche qui si sono raggiunte vette di cattivo gusto notevoli, con una presa in giro di Maria Antonietta che reggeva la propria testa mozzata, cantando “Ah, ca ira”, un refrain caro ai rivoluzionari.

E che dire del fiume di sangue scaturito in conseguenza di tale evento? Il sangue viene addirittura esaltato, diventa una fonte di orgoglio nazionale, come peraltro già nell’inno francese. La Marsigliese, infatti, è una continua glorificazione della “guerra giusta” contro chi ha il “sangue impuro”, che, essendo tale, deve scorrere a fiotti e formare dei torrenti insanguinati. Credo che non esista un altro inno nazionale così sanguinario, violento e guerresco come la Marsigliese! Per quanto riguarda le parole, ovviamente; la musica sembra sia stata bellamente “scopiazzata” dal “Tema e variazioni in Do maggiore” dell’italiano Giovanni Battista Viotti, musicista di corte. La melodia, ripresa pari pari, fu scritta nel 1781, ossia undici anni prima dell’attribuzione del 1792.

Ma la cascata sanguinaria non si fermò a Parigi: con la rivoluzione (che introdusse la leva militare obbligatoria) fu attuato il primo genocidio sistematico dell’epoca moderna: quello della Vandea, che si era sollevata in difesa della fede cristiana. Vogliamo parlare di tolleranza, di inclusione, di diritti umani? La Rivoluzione francese ha sancito la totale separazione dei diritti dal rispetto della persona umana: i diritti hanno assunto “vita a sè stante”, sono stati assolutizzati e sganciati da qualunque riferimento a realtà concrete, alla cultura della gente, alle tradizioni locali. I diritti dell’uomo (decisi peraltro da una esigua minoranza proveniente dall’aristocrazia) sono stati imposti con la forza, con la guerra, con il sangue.

In questo senso l’attuale ideologia gender e la lobby LGBTQ+ (e chi più ne ha più ne metta) è un portato diretto della Rivoluzione francese e dell’illuminismo che ne sta alla base: i diritti hanno preso vita a sé, sono validi indipendentemente dalle situazioni concrete, dalle persone cui si rivolgono, dalle culture dei popoli. Vanno imposti “tout court”, perché sono giusti di per sé, “a prescindere” dalla realtà dei fatti e della gente.

E lo scopo primario della Rivoluzione francese quale fu? Inutile dirlo: l’annientamento della Chiesa cattolica. Furono uccisi preti e suore, furono bruciate chiese e ridotte a magazzini, decapitate le statue dei santi, etc etc. Avevo letto che i rivoluzionari francesi non avevano distrutto le vetrate della Chiesa di Notre Dame perché non avrebbero saputo come ricostruirle. Il che, indirettamente, indica una stima per la tecnologia medievale non da poco.

Ma la Chiesa continua ancora, non è stata annichilita; continua perché in essa è presente Uno che ha vinto il mondo e che la sorregge; continua perché non è la somma delle incoerenze di coloro che ne fanno parte, bensì il luogo della comunicazione del divino agli uomini. I cristiani resistono, come diceva di san Paolo: “perseguitati, ma non abbandonati: colpiti, ma non uccisi”.

Vorrei concludere citando un aneddoto, che non so se sia effettivamente accaduto, ma rende l’idea: si narra che, durante un colloquio con il cardinal Consalvi, Segretario di stato, Napoleone abbia detto: “Distruggeremo la Chiesa nel giro di due anni!”. Il cardinale lo guardò, con aria compassionevole, e rispose: “Ma se non ci siamo riusciti neanche noi preti in duemila anni!”

domenica 28 luglio 2024

OLIMPIADI PARIGI 24 E L'ULTIMA CENA

 

Siamo stati inondati delle immagini della rappresentazione blasfema dell’Ultima cena all’inaugurazione delle Olimpiadi di Parigi 2024. Anzitutto devo premettere una considerazione: concordo con chi ritiene non solo inutile, ma addirittura dannoso continuare a far vedere immagini di questo tipo. Infatti, moltiplicando le visualizzazioni dell’obbrobrio per suscitare ribrezzo o scandalo, se ne aumenta la diffusione e si finisce con l’ingigantirne l’importanza; cresce la consistenza di tale provocazione. 

Perché di provocazione di tratta, ovviamente: è l’ennesimo atto di dissacrazione di ciò che sta più a cuore ai cristiani, cioè la persona e l’azione di Gesù. E il ridicolo tentativo di sminuirne l’obiettivo non sta in piedi nemmeno una frazione di secondo. Sentirsi dire da uno che ha lavorato per due anni a tale “messa in scena” che l’ha fatto perché “voleva che nessuno si sentisse escluso”, dà più l’impressione di uno che si “arrampica sugli specchi” piuttosto di uno che dice la verità. La motivazione è evidentemente la messa in ridicolo dell’Ultima cena, la cui versione più famosa e più bella è quella di Leonardo, nel refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano.

A questo punto uno potrebbe chiedersi: “ma che cosa c’entra l’Ultima cena con le Olimpiadi”? Perché hanno scelto di iniziare con una evidente denigrazione e ancor più ridicolizzazione di uno dei capolavori dell’arte cristiana di tutti i tempi? Anzi, forse il più emblematico, per quanto riguarda la fede cristiana?

Evidentemente, per quanto possa sembrare paradossale, gli organizzatori di questa sceneggiata hanno la convinzione che la fede cristiana c’entri con tutto, anche con le Olimpiadi. La fede coinvolge tutti gli aspetti della vita e forma la mentalità della gente, per cui essi identificano il cristianesimo come il nemico da distruggere. In particolare è il cattolicesimo “tradizionale”, la fede cristiana autentica l’obiettivo dei loro strali dissacratori.

Devo ammettere che c’è una certa intelligenza nella scelta dell’ultima cena. Ho l’impressione che chi opera “dietro le quinte” di tale rappresentazione oscena ci abbia pensato bene. Sembra che ci sia un’intelligenza “diabolica” (forse proprio in senso letterale). Perché dico ciò?  

Perché questo è un attacco mirato al cuore della fede cristiana e quindi all’essenza della Chiesa come realtà umana, come “corpo sociale” agente nella storia, nella quale è presente il divino. Tale realtà non è assimilabile ad alcun potere mondano, per cui costituisce il vero “pericolo” per chi detiene le “leve del comando” nel mondo.

Facciamo un passo indietro: cosa avviene nell’ultima cena? Il momento fissato da Leonardo è quello dell’istante in cui Gesù pronuncia la frase “uno di voi mi tradirà” e i discepoli, sconvolti, si chiedono chi sia il traditore o smentiscono di esserlo. Ma l’ultima cena è soprattutto il momento dell’istituzione dell’Eucarestia, quando Gesù Cristo si dona totalmente agli apostoli e decide di darsi fisicamente a loro e di conseguenza a tutti gli uomini. Decide di continuare ad essere presente in mezzo a noi nella forma della carne (l’Ostia consacrata) e del sangue (il vino santo).

Nell’Eucarestia si compie il Mistero dell’Incarnazione: Dio si rende presente in maniera talmente fisica da essere “mangiato e bevuto” e in tal modo entrare nella carne di ognuno di noi per darci la vera vita. Questa è una cosa che non è nemmeno pensabile dalla mente umana: che Dio, incommensurabile e onnipresente, si renda presente in un pezzo di pane e in un sorso di vino, che l’infinito si concretizzi in un particolare infimo, non può essere immaginato dall’uomo. Chi glielo farebbe fare? Perché Dio dovrebbe “rinunciare” alla sua “assolutezza” per diventare “finito”, cioè “definito” in una piccola parte di materia? E’ talmente assurda questa “scelta di Dio” che non esiste in nessun’altra religione, anzi quelle successive al cristianesimo l’hanno abolita e sono ritornate alla concezione di Dio come totalmente diverso dall’uomo, perfettissimo e incorruttibile e quindi assolutamente irraggiungibile dagli uomini.

E’ solo nel cristianesimo, e in particolare nel cattolicesimo, che si stabilisce un contatto tra Dio e l’uomo, in quanto Dio, facendosi uomo, si rende incontrabile, toccabile, addirittura mangiabile, appunto nell’Eucarestia. E questo Dio-uomo ha scelto di nascere in una famiglia normalissima, composta da un padre e una madre, e di vivere la vita delle persone di quel luogo e di quel tempo esattamente come uno di loro. Non ha fatto alcuna “rivoluzione”, nel senso che non ha assolutamente azzerato e nemmeno ridotto la tradizione e i costumi che lo circondavano, bensì li ha portati a compimento, senza dimenticare nulla di ciò che era stato tramandato. Nemmeno uno iota della legge andrà perduto: questo è il “motto” che sta alla base del pensiero e dell’azione dell’Uomo-Dio.

Ma tornando alla radice della questione, chi glielo ha fatto fare, a Dio, di diventare un uomo? E di soffrire come nessun altro? E di comunicarsi con il corpo e il sangue a chiunque lo voglia? Rischiando di essere deriso, denigrato o addirittura calpestato?

La risposta è una sola, anch’essa impensabile dalla mente umana; l’amore per l’uomo, per ogni uomo, per tutti gli uomini da Lui voluti e continuamente ri-creati. L’essenza di Dio è amore, come ci ricordava Papa Benedetto XVI nella sua prima enciclica “Deus est caritas”, ed è amore incondizionato, senza limiti, infinito. Non è solo misericordia per i peccati: non è un pur a e semplice “copertura” delle colpe commesse dagli uomini; è totale dono di sé all’altro. D’altronde l’essenza di Dio è amore totale tra le tre Persone, che si donano continuamente una all’altra. Dio stesso non è un singolo individuo, bensì una “piccola comunità” di tre persone, che si vogliono talmente bene da formare una cosa sola.

Don Giussani diceva: - “Dio” sono tre amici-

martedì 23 luglio 2024

L' INDUSTRIA DELL' OLOCAUSTO

 

Introduzione 

Questo libro si propone di essere un'anatomia dell'Industria dell'Olocausto e un atto d'accusa nei suoi confronti. Nelle pagine che seguono, dimostrerò che «l'Olocausto» è una rappresentazione ideologica dell'Olocausto nazista. Come la maggior parte delle ideologie, mantiene un legame, per quanto labile, con la realtà. 

L'Olocausto non è un concetto arbitrario, si tratta piuttosto di una costruzione intrinsecamente coerente, i cui dogmi-cardine sono alla base di rilevanti interessi politici e di classe. Per meglio dire, l'Olocausto ha dimostrato di essere un'arma ideologica indispensabile grazie alla quale una delle più formidabili potenze militari del mondo, con una fedina terrificante quanto a rispetto dei diritti umani, ha acquisito lo status di «vittima», e lo stesso ha fatto il gruppo etnico [10] di maggior successo negli Stati Uniti. Da questo specioso status di vittima derivano dividendi considerevoli, in particolare l'immunità alle critiche, per quanto fondate esse siano. Aggiungerei che coloro che godono di questa immunità non sono sfuggiti alla corruttela morale che di norma l'accompagna. Da questo punto di vista, il ruolo di Elie Wiesel come interprete ufficiale dell'Olocausto non è un caso. Per dirla francamente, non è arrivato alla posizione che occupa grazie al suo impegno civile o al suo talento letterario (3): Wiesel ha questo ruolo di punta perché si limita a ripetere instancabilmente i dogmi dell'Olocausto, difendendo di conseguenza gli interessi che lo sostengono. 

Lo stimolo iniziale per questo libro è stato uno studio fondamentale di Peter Novick, The Holocaust in American Life [L'Olocausto nella vita americana], che ho recensito per una rivista letteraria inglese. (4) Le pagine che seguono sono pervase del dialogo critico che ho avviato con Novick e ciò spiega la messe di riferimenti al suo studio. Più un insieme di intuizioni provocatorie che un saggio critico strutturato, The Holocaust in American Life si colloca nel solco della venerabile tradizione americana della denuncia di scandali. Ma, come la maggior parte dei cacciatori di scandali, Novick si concentra solamente sugli abusi più clamorosi. Per quanto pungente e piacevole in molti punti, The Holocaust in American Life non è una critica radicale. Gli as[11]sunti di base non vengono messi in discussione. Pur rimanendo all'interno dell'orizzonte delle opinioni tradizionali, il libro, né scontato né eretico, si colloca agli estremi margini di questo stesso orizzonte, su posizioni controverse e, come prevedibile, ha avuto una vasta eco, suscitando commenti sia positivi sia negativi sui media americani. 

La categoria analitica centrale di Novick è la «memoria». Attualmente di gran moda tra gli intellettuali, il concetto di «mernoria» è senza dubbio il più impoverito fra quelli prodotti negli ultimi anni dal mondo accademico. Con l'allusione d'obbligo a Maurice Halbwachs, Novick mira a dimostrare come la «memoria dell'Olocausto» sia stata forgiata da «preoccupazioni di oggi». C'era un tempo in cui gli intellettuali dell'opposizione mettevano in campo robuste categorie politiche come «potere», «interessi» da una parte e «ideologia» dall'altra. Tutto quello che resta oggi è il fiacco, spoliticizzato linguaggio di «preoccupazioni» e «memoria». Eppure, data la documentazione che Novick adduce, la memoria dell'Olocausto è una costruzione ideologica elaborata sulla base di precisi interessi. Secondo Novick, per quanto scelta, la memoria

dell'Olocausto è «il più delle volte» arbitraria; questa scelta, cioè, non verrebbe tanto condotta in base a un «calcolo di vantaggi e svantaggi», quanto piuttosto «senza dare troppo peso... alle conseguenze». (5) Al di là di queste sue parole, però, la do[12]cumentazione che lui stesso raccoglie suggerisce la conclusione opposta. 

Il mio interesse nei confronti dell'Olocausto nazista prese le mosse da vicende personali. Mia madre e mio padre erano dei sopravvissuti al ghetto di Varsavia e ai campi di concentramento. Tranne loro, tutti gli altri membri dei due rami della mia famiglia furono sterminati dai nazisti. Il mio primo ricordo, per così dire, dell'Olocausto nazista è l'immagine di mia madre incollata davanti al televisore a seguire il processo ad Adolf Eichmann (1961) quando io rientravo a casa da scuola. Anche se erano stati liberati dai campi solamente sedici anni prima del processo, nella mia mente un abisso incolmabile separò sempre i genitori che conoscevo da quella cosa. A una parete del soggiorno erano appese fotografie di parenti di mia madre. (Nessuna foto della famiglia di mio padre sopravvisse alla guerra.) In pratica non riuscii mai a mettere in relazione me stesso con quelle facce, men che mai a immaginare quello che era successo. Erano le sorelle, il fratello e i genitori di mia madre, non le mie zie, mio zio e i miei nonni. Ricordo di avere letto da bambino The Wall [Il muro di Varsavial, di John Hersey, e Mila 18, di Leon Uris, due romanzi ambientati nel ghetto di Varsavia. (Mi torna alla mente mia madre che si lamentava perché, immersa nella lettura di The Wall aveva sbagliato fermata andando al lavoro.) Per quanto mi sforzassi, non riuscii [13] mai, nemmeno per un istante, a fare quel salto d'immaginazione che saldava i miei genitori, con tutta la loro normalità, a quel passato. Francamente, non ci riesco neanche ora. 

Ma il punto più importante è un altro: se si esclude questa presenza spettrale, non ricordo intrusioni dell'Olocausto nazista nella mia infanzia e la ragione principale sta nel fatto che a nessuno, fuori della mia famiglia, sembrava interessare quello che era accaduto. I miei amici di gioventù leggevano di tutto e discutevano appassionatamente degli avvenimenti contemporanei, eppure, in tutta onestà, non ricordo un solo amico (o un suo genitore) che abbia fàtto una sola domanda su quello che mia madre e mio padre avevano passato. Non era un silenzio dettato dal rispetto, era semplice indifferenza. Sotto questa luce, non si possono che accogliere con scetticismo le manifestazioni di dolore dei decenni seguenti, quando era ormai consolidata. 

A volte penso che la «scoperta» dell'Olocausto nazista da parte dell'ebraismo americano sia stata peggiore del suo oblio. I miei genitori continuavano a ripensarci nel loro Privato e la sofferenza che patirono non ricevette pubblici riconosciment . Ma non fu forse meglio dell'attuale, volgare sfruttamento del martirio degli ebrei? Prima che l'Olocausto nazista divenisse l'Olocausto, sull'argomento furono pubblicati solo pochi [14] studi scientifici, come The Destruction ofThe European jews [La distruzione degli ebrei d'Europa], di Raul Hilberg, e testimonianze come Man's Search for Meaning [Alla ricerca di un significato della vita], di Viktor Frankl, e Prisoners of Fear [Prigionieri della paura], di Ella Lingens-Reiner. (6) Eppure questa piccola raccolta di gemme è migliore degli scaffali di cianfrusaglie che ora affollano biblioteche e librerie. 

I miei genitori, pur rivivendo giorno dopo giorno il passato fino alla fine della loro vita, negli ultimi anni persero interesse per l'Olocausto come pubblico spettacolo. Uno degli amici di più lunga data di mio padre era stato con lui ad Auschwitz ed era, o almeno sembrava, un incorruttibile idealista di sinistra che per principio rifiutò dopo la guerra il risarcimento tedesco. In seguito divenne un dirigente del museo israeliano dell'Olocausto, lo Yad Vashem. Con riluttanza e sinceramente deluso, mio padre dovette ammettere che perfino un uomo come quello era stato corrotto dall'industria dell'Olocausto, adattando le proprie idee al potere e al profitto. Dal momento che l'interpretazione dell'Olocausto assumeva forme sempre più assurde, a mia madre piaceva citare, non senza ironia, Henry Ford: «La storia è una sciocchezza». I racconti dei «sopravvissuti all'Olocausto» (tutti prigionieri dei campi di concentramento, tutti eroi della resistenza) a casa mia erano una fonte particolare di amaro divertimento. D'al[15]tronde già molto tempo fa John Stuart Mill aveva compreso che «le verità se non sottoposte a continua revisione, cessano di essere verità. E, attraverso le esagerazioni, diventano falsità». 


Mio padre e mia madre si chiesero spesso perché m'indignassi di fronte alla falsificazione e allo sfruttamento del genocidio perpetrato dai nazisti. La risposta più ovvia è che è stato usato per giustificare la politica criminale dello Stato d'Israele e il sostegno americano a tale politica. Ma c'è anche un motivo personale. Ho infatti a cuore che si conservi la memoria della persecuzione della mia famiglia. L'attuale campagna dell'industria dell'Olocausto per estorcere denaro all'Europa in nome delle «vittime bisognose dell'Olocausto» ha ridotto la statura morale del loro martirio a quella di un casinò di Montecarlo. Ma anche tralasciando queste preoccupazioni, resto convinto che sia importante preservare l'integrità della ricostruzione storica e lottare per difenderla. Alla fine di questo libro sostengo che nello studio dell'Olocausto nazista possiamo imparare molto non solamente riguardo ai «tedeschi» o ai «gentili», ma a noi tutti. Eppure penso che per fare questo, cioè per imparare sinceramente dall'Olocausto nazista, occorra ridurre la sua dimensione fisica ed enfatizzarne quella morale. Troppe risorse pubbliche e private sono state investite nella commemorazione del genocidio e gran parte di questa produzione è indegna, un tributo [16] non alla sofferenza degli ebrei, ma  all'accrescimento del loro prestigio. È da tempo che dobbiamo aprire il nostro cuore alle altre sofferenze dell'umanità: questa è la lezione più importante impartitami da mia madre. Non l'ho mai sentita dire: «Non fare paragoni». Lei li fece sempre. Certo si devono fare distinzioni storiche, ma porre distinzioni morali tra la «nostra» sofferenza e la «loro» è a sua volta un travisamento morale. «Non potete mettere a confronto due sventurati» osservò Platone «e dire quale dei due sia più felice.» Di fronte alle sofferenze degli afroamericani, dei vietnamiti e dei palestinesi, il credo di mia madre fu sempre: siamo tutti vittime dell'Olocausto. 

 

Norman G. Finkelstein Aprile 2000 New York [19] 

sabato 25 maggio 2024

Avvocati e giornalisti perseguitati in Tunisia

 

Défense des migrants : des avocats et journalistes persécutés en Tunisie

 

Des avocats et membres des médias critiques du gouvernement et de ses politiques migratoires, sont pour certains arrêtés et d’autres intimidés.

 

Le 6 mai 2024, la police a arrêté là militante antiraciste Saadia Mosbah, opposante à la hausse du racisme à l’encontre des migrants noirs et des Tunisiens noirs. Elle est une victime de la série d’arrestations visant des détracteurs du gouvernement contre le traitement déshumanisant que subit des migrants, pour la plupart originaires du sud du Sahara, ainsi que de la montée des discours xénophobes dans le pays.

Selon Amnesty International, les forces de sécurité ont multiplié des expulsions collectives illégales de réfugié(e)s et de migrant(e)s, et ont procédé à un certain nombre d’évictions forcées, et ont arrêté et condamné des propriétaires pour avoir loué des appartements à des migrants sans permis.

Des actes à l'antipode du Pacte international relatif aux droits civils et politiques, dont la Tunisie est signataire. Le pays est supposé assurer le respect et la sauvegarde des libertés d’expression, d’association et de rassemblement pacifique.

Le Bureau des droits de l’homme de l’ONU dénonce « l’intimidation et le harcèlement » dont sont victimes en Tunisie des avocats et membres des médias critiques du gouvernement et de ses politiques migratoires. Le  Haut-Commissariat des Nations Unies aux droits de l’homme, à travers son porte-parole Ravina Shamdasani, souligne que : « Les droits humains de tous les migrants doivent être protégés et les discours de haine xénophobe doivent cesser ».


Décret à problème

Depuis l’élection du président de la République Kais Saied en 2019, la situation des Droits de l’homme connaît un net recul. Après le décret promulgué en septembre 2022 pour réprimer la diffusion des « fausses nouvelles », plus de 60 personnes dont des journalistes, des avocats et des opposants ont fait l’objet d’arrestation sur la base de ce texte, selon le Syndicat des journalistes.

Le 12 mai 2024, 300 personnes se sont rassemblées à l'appel du Front du salut national (FSN), la principale coalition de l’opposition, pour demander la libération de tous les prisonniers politiques, parmi lesquels une quarantaine de militants et de hauts responsables du FSN. Les acteurs politiques ainsi que les organismes internationaux appellent à la fin de “l’État policier”.

Amnesty International, quant à elle,  demande l'ouverture d'une enquête pour s’assurer que l’État tunisien n’est pas complice de violations des droits fondamentaux des migrants et des réfugiés, ni de la répression exercée contre des médias, des avocats, des migrants et des militants.

 

Par Djimi Amadou Ahidjo

sabato 9 marzo 2024

L' 8 marzo? Una festa della donna "inventata"

 "Una festa inventata" di Vittorio Messori


9 Marzo 2003 - C'erano una volta delle operaie tutte lavoro, fede socialista e sindacato; e c'era un padrone cattivo. Un giorno, le lavoratrici si misero in sciopero e si asserragliarono nella fabbrica. Qualcuno (il padrone stesso, a quanto si dice) appiccò il fuoco e 129 donne trovarono atroce morte. Era l'8 marzo 1908, a New York. Due anni dopo, la leggendaria femminista tedesca Clara Zetkin propose, al Congresso socialista di Copenaghen, che l'8 marzo, in ricordo di quelle martiri sociali, fosse proclamato "giornata internazionale della donna".

Storia molto commovente, letta tante volte in libri e in giornali, fatta argomento di comizi, di opuscoli di propaganda, di parole d'ordine per le sfilate e le manifestazioni: prima del femminismo e poi di tutti. Si, storia commovente. Con un solo difetto; che è falsa. Eh già, nessun epico sciopero femminile, nessun incendio si sono verificati un 8 marzo del 1908, a New York. Qui, nel 1911 (quando già la "Giornata della donna" era stata istituita), se proprio si vogliono spulciar giornali, bruciò, per cause accidentali, una fabbrica, ci furono dei morti, ma erano di entrambi i sessi. Il sindacalismo e gli scioperi non c'entravano. E neanche il mese di marzo.

Piuttosto imbarazzante scoprire di recente (e da parte di insospettabili quanto deluse femministe) che il mitico 8 marzo si basa su un falso che, a quanto pare, fu elaborato dalla stampa comunista ai tempi della guerra fredda, inventando persino il numero preciso di donne morte: 129. Ma è anche straordinario constatare quanto sia plagiabile proprio quella cultura che più si dice "critica", che guarda con compatimento (per esempio) chi prenda ancora sul serio quelle "antiche leggende orientali" che sarebbero il Natale, la Pasqua, le altre ricorrenze cristiane.

E, dunque, a qualcuno che facesse dell'ironia sulle vostre, di feste e pratiche religiose (messa, processioni, pellegrinaggi), provate a ricordargli quanti 8 marzo ha preso sul serio, senza mai curarsi di andare a controllare che ci fosse dietro.



Da "Pensare la Storia" di VIttorio Messori, Ed. San Paolo

L'aborto è un diritto?

 

                                 L’aborto è un diritto?

 

Il Parlamento francese ha appena approvato, il 5 marzo scorso, una modifica alla Costituzione che inserisce, per la prima volta nel mondo, l’interruzione volontaria della gravidanza come diritto fondamentale dell’uomo. L’Assemblea era composta da deputati e senatori e in 780 hanno votato a favore; i contrari sono stati 20. La prima osservazione che mi viene da fare, di fronte a queste notizie sbandierate dalla stampa, è: cosa hanno fatto gli altri parlamentari? Infatti le camere riunite francesi raggiungono un totale di 925 membri, per cui o si sono astenuti oppure erano assenti ben 125 deputati e senatori. Ma tant’è, la narrazione dominante non entra in questi “dettagli”, per non offuscare il “trionfo” del progressismo. Trionfo che è stato suggellato da un demagogico commento di Gabriel Attal, il capo del Governo, il quale, tributando omaggio a Simone Veil, che ha fatto introdurre nel 1975 la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza, ha detto che le donne hanno diritto di disporre del proprio corpo come vogliono e che nessuno può impedirglielo. Affermazioni trite e ritrite del più bolso femminismo occidentale che non trovano riscontro né dal punto di vista scientifico né dal punto di vista morale. Solo chi non vuol tener conto né delle convinzioni religiose ma neanche della scienza e della natura può sostenere che l’essere appartenente alla specie umana che si trova nel grembo di una donna sia semplicemente una parte del suo corpo e non abbia una propria individualità.

Ma veniamo alla questione giuridica: l’aborto può essere considerato un diritto fondamentale dell’uomo da inserire nella Costituzione di un Paese? Per rispondere alla domanda occorre chiarire il significato delle parole che usiamo, utilizzando quella che nel “buio” medioevo si chiamava la “explicatio terminorum”. Cos’è un diritto? E, più precisamente, un diritto soggettivo? La definizione che dobbiamo insegnare tutt’ora è la seguente. “un potere o pretesa di veder riconosciuto e tutelato un proprio interesse”. E già qui si può individuare il nocciolo della questione: si può parlare di “diritto soggettivo” nel momento in cui si vuole vedere riconosciuto e tutelato un PROPRIO interesse, non quando si vuole decidere riguardo ad un interesse ALTRUI, cioè non allorché si voglia gestire qualcosa che coinvolge un altro soggetto. In altre parole, non può essere considerato un diritto la decisione che riguarda un altro, ma solo ciò che riguarda se stessi. E’ per tale motivo che gli abortisti insistono ossessivamente sull’affermazione che il feto sia una parte del corpo della donna, perché se fosse vero questo allora sarebbe giustificabile il diritto all’aborto! Ma poiché ciò non ha senso né dal punto di vista delle religioni, né da quello della scienza, né da quello della morale, tale affermazione si configura come puramente ideologica: è un assunto indiscutibile che non può essere soggetto ad alcuna critica e non ha bisogno di essere dimostrato, perché è un passo inevitabile del radioso cammino verso il progresso inarrestabile. Ad ogni modo, se invece il feto è un essere individuale appartenente alla specie umana, il diritto all’aborto si configura come un “monstrum” in qualunque ordinamento giuridico, in quanto è una applicazione dello “ius vitae ac necis” del diritto romano, che credevamo superato per sempre! Paradossalmente il diritto all’aborto è un passo indietro di duemila anni, ai tempi in cui non si riconosceva ancora la persona umana come soggetto di diritto, a prescindere dalla sua età anagrafica! E’ un ritorno al paganesimo, scelto dalla mentalità materialista e atea di una notevole parte del Parlamento francese!

 

prof. Pietro Marinelli

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