Settimana scorsa sono andato nella città di san
Francesco, per l’ostensione delle spoglie del santo. Era la prima volta, da 800
anni a questa parte, che venivano esposte al pubblico, e quindi mi sembrava una
occasione da non perdere. L’idea è nata in una pizzeria, con amici, quando
Teresa mi ha proposto questo viaggio: io ho aderito subito e ho mantenuto la
promessa, anche alcuni si sono tirati indietro. Alla fine siamo andati in tre,
Teresa, Lauretta ed io, con la consapevolezza che è meglio fare ciò in cui si
crede senza dover necessariamente aspettare di essere in un certo numero per
muoversi. Oltretutto “tre” è il numero perfetto! E’ il numero di Dio!
Poi io credo che dovremmo smetterla di essere
“ricattati dall’esito”, come diceva don Giussani; è meglio fare ciò che serve,
ciò che fa crescere, indipendentemente dal risultato, il quale peraltro non
dipende da noi. Anche perché il vero risultato è che la persona si muova,
agisca, pensi, prenda decisioni: il vero risultato è che la persona viva! Gli
antichi dicevano “gloria Dei vivens homo”: non c’è miglior modo di rendere
gloria a Dio che quello di essere persone vive, pensanti ed agenti.
Che dire di questo pellegrinaggio, breve ma
intenso? Sono stati tre giorni (anche qui, vedi sopra) in cui abbiamo visitato
tante cose: la Basilica Superiore con gli affreschi di Giotto, la Basilica
Inferiore e le spoglie di san Francesco, la chiesa di san Rufino (il Duomo), la
chiesa di Santa Maria Maggiore con la salma di san Carlo Acutis, come tappe più
significative.
Impressionante vedere ciò che rimane del santo di
Assisi: le ossa del disposte in maniera ordinata e ben conservate, se si tiene
presente quanto tempo è passato; chi voleva poi ha potuto scrivere una
preghiera o un’intenzione che ha lasciato all’uomo di Dio.
Ci ha colpiti ancora di più vedere san Carlo
Acutis: sembrava vivo quasi dormisse; a me ha ricordato la salma di Bernadette
Soubirous, che tra i corpi incorrotti è il più stupefacente. Raccontano che
dopo la prima riesumazione, a trent’anni di stanza dalla morte, la santa avesse
ancora il fegato molle, come quello di una persona vivente.
Alloggiavamo all’Hotel Domus Pacis, proprio
attaccato a Santa Maria degli Angeli: era fantastico svegliarsi la mattina e
poter andare a pregare alla Porziuncola, dove morì san Francesco.
Il filo conduttore del pellegrinaggio è stato la
vita e le azioni del Poverello, per cui siamo andati anche al santuario del
Sacro Tugurio di Rivotorto, vicino Assisi, che fu la prima dimora di Francesco
e dei suoi seguaci, nel quale si ritiravano per pregare e accudire i lebbrosi.
Non potevamo poi non visitare l’Eremo delle
carceri, luogo scelto da Francesco per ritirarsi a pregare e meditare in
solitudine.
Infine abbiamo fatto una tappa, sulla via del
ritorno, al santuario della Verna, in provincia di Arezzo, dove il santo
ricevette le stigmate. Lassù il santo divenne realmente l’alter Christus,
trasformato tutto nel ritratto visibile di Gesù Cristo crocifisso. Raccontano
le “Fonti francescane”: “La figura di un serafino, con sei ali tanto luminose
quanto infocate, discese dalle sublimità dei cieli: esso, con rapidissimo volo,
giunse, tenendosi librato nell’aria, vicino all’uomo di Dio, e allora apparve
non solo alato, ma anche crocifisso. Aveva le mani e i piedi stesi e confitti
sulla croce e le ali disposte, da una parte e dall’altra, in così meravigliosa
maniera, che due ne drizzava sopra il capo, due le stendeva per volare e con le
due rimanenti avvolgeva e velava tutto il corpo”.
Cosa ci ha colpiti di più, in questo
pellegrinaggio? Anzitutto il numero della gente, proveniente da tutte le parti
del mondo: moltissimi i frati e le suore, ma anche molti fedeli di gruppi di
preghiera (in particolare i gruppi di preghiera di padre Pio, molo diffusi nel
Meridione). Per vedere le spoglie di san Francesco bisognava fare una fila
lunghissima ed aspettare ore; noi siano stati fortunati perché avevamo
prenotato alle 0800 di mattina, per cui siamo entrati quasi in orario,
arrivando una quarantina di minuti prima. Ci ha colpito anche la compunzione e
la serietà della stragrande maggioranza della gente, anche se il tempo che ci
davano per rimanere vicini alle spoglie era veramente poco: sembrava abbastanza
una “catena di montaggio”. Davanti alla salma di san Carlo Acutis non si poteva
neanche sostare “di fronte” e le suore ci facevano più volte segno di andare
avanti.
Comunque l’impressione è stata fortissima e
l’esempio di quest’uomo, che fondò la “Custodia di Terra Santa” e andò fino a
Damietta, in Egitto, per parlare con il Sultano, è di una attualità
sconcertante in questi tempi, nei quali sembra ritornare l’inevitabilità della
guerra e dell’uso della forza come unico modo di risolvere le situazioni
conflittuali.
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