martedì 10 marzo 2026

SULLE ORME DI SAN FRANCESCO


 

Settimana scorsa sono andato nella città di san Francesco, per l’ostensione delle spoglie del santo. Era la prima volta, da 800 anni a questa parte, che venivano esposte al pubblico, e quindi mi sembrava una occasione da non perdere. L’idea è nata in una pizzeria, con amici, quando Teresa mi ha proposto questo viaggio: io ho aderito subito e ho mantenuto la promessa, anche alcuni si sono tirati indietro. Alla fine siamo andati in tre, Teresa, Lauretta ed io, con la consapevolezza che è meglio fare ciò in cui si crede senza dover necessariamente aspettare di essere in un certo numero per muoversi. Oltretutto “tre” è il numero perfetto! E’ il numero di Dio!

Poi io credo che dovremmo smetterla di essere “ricattati dall’esito”, come diceva don Giussani; è meglio fare ciò che serve, ciò che fa crescere, indipendentemente dal risultato, il quale peraltro non dipende da noi. Anche perché il vero risultato è che la persona si muova, agisca, pensi, prenda decisioni: il vero risultato è che la persona viva! Gli antichi dicevano “gloria Dei vivens homo”: non c’è miglior modo di rendere gloria a Dio che quello di essere persone vive, pensanti ed agenti.

Che dire di questo pellegrinaggio, breve ma intenso? Sono stati tre giorni (anche qui, vedi sopra) in cui abbiamo visitato tante cose: la Basilica Superiore con gli affreschi di Giotto, la Basilica Inferiore e le spoglie di san Francesco, la chiesa di san Rufino (il Duomo), la chiesa di Santa Maria Maggiore con la salma di san Carlo Acutis, come tappe più significative.

Impressionante vedere ciò che rimane del santo di Assisi: le ossa del disposte in maniera ordinata e ben conservate, se si tiene presente quanto tempo è passato; chi voleva poi ha potuto scrivere una preghiera o un’intenzione che ha lasciato all’uomo di Dio.

Ci ha colpiti ancora di più vedere san Carlo Acutis: sembrava vivo quasi dormisse; a me ha ricordato la salma di Bernadette Soubirous, che tra i corpi incorrotti è il più stupefacente. Raccontano che dopo la prima riesumazione, a trent’anni di stanza dalla morte, la santa avesse ancora il fegato molle, come quello di una persona vivente.

Alloggiavamo all’Hotel Domus Pacis, proprio attaccato a Santa Maria degli Angeli: era fantastico svegliarsi la mattina e poter andare a pregare alla Porziuncola, dove morì san Francesco.

Il filo conduttore del pellegrinaggio è stato la vita e le azioni del Poverello, per cui siamo andati anche al santuario del Sacro Tugurio di Rivotorto, vicino Assisi, che fu la prima dimora di Francesco e dei suoi seguaci, nel quale si ritiravano per pregare e accudire i lebbrosi.

Non potevamo poi non visitare l’Eremo delle carceri, luogo scelto da Francesco per ritirarsi a pregare e meditare in solitudine.

Infine abbiamo fatto una tappa, sulla via del ritorno, al santuario della Verna, in provincia di Arezzo, dove il santo ricevette le stigmate. Lassù il santo divenne realmente l’alter Christus, trasformato tutto nel ritratto visibile di Gesù Cristo crocifisso. Raccontano le “Fonti francescane”: “La figura di un serafino, con sei ali tanto luminose quanto infocate, discese dalle sublimità dei cieli: esso, con rapidissimo volo, giunse, tenendosi librato nell’aria, vicino all’uomo di Dio, e allora apparve non solo alato, ma anche crocifisso. Aveva le mani e i piedi stesi e confitti sulla croce e le ali disposte, da una parte e dall’altra, in così meravigliosa maniera, che due ne drizzava sopra il capo, due le stendeva per volare e con le due rimanenti avvolgeva e velava tutto il corpo”.  

Cosa ci ha colpiti di più, in questo pellegrinaggio? Anzitutto il numero della gente, proveniente da tutte le parti del mondo: moltissimi i frati e le suore, ma anche molti fedeli di gruppi di preghiera (in particolare i gruppi di preghiera di padre Pio, molo diffusi nel Meridione). Per vedere le spoglie di san Francesco bisognava fare una fila lunghissima ed aspettare ore; noi siano stati fortunati perché avevamo prenotato alle 0800 di mattina, per cui siamo entrati quasi in orario, arrivando una quarantina di minuti prima. Ci ha colpito anche la compunzione e la serietà della stragrande maggioranza della gente, anche se il tempo che ci davano per rimanere vicini alle spoglie era veramente poco: sembrava abbastanza una “catena di montaggio”. Davanti alla salma di san Carlo Acutis non si poteva neanche sostare “di fronte” e le suore ci facevano più volte segno di andare avanti.

Comunque l’impressione è stata fortissima e l’esempio di quest’uomo, che fondò la “Custodia di Terra Santa” e andò fino a Damietta, in Egitto, per parlare con il Sultano, è di una attualità sconcertante in questi tempi, nei quali sembra ritornare l’inevitabilità della guerra e dell’uso della forza come unico modo di risolvere le situazioni conflittuali.

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