martedì 25 agosto 2026

E L'ITALIA GIOCAVA ALLE CARTE, E PARLAVA DI CALCIO NEI BAR

 


In questo periodo mi ritrovo ad essere inondato di messaggi che riguardano giocatori di calcio e mi informano sulle nuove acquisizioni delle società calcistiche, sui possibili cambiamenti e novità inerenti alle formazioni di questa disciplina ginnica. Mi spiegano le dinamiche dei mercati degli attaccanti più richiesti, se la Roma piuttosto che il Milan ha scelto di puntare su un determinato “fenomeno” per rafforzare la propria compagine, e così via. Dovrei pendere dalle labbra di queste comunicazioni ed avere la bava alla bocca per sapere l’esito delle contrattazioni relative ad uno che colpisce un pallone per farlo entrare in una rete, secondo loro.

Mi chiedo: perché tanti messaggi di questo tipo? Perché spedirli anche a me, che sono totalmente all’oscuro di questi problemi e non mi sono mai andato allo Stadio in vita mia?

Evidentemente questo profluvio di “notizie” viene mandato a tutti indiscriminatamente, a prescindere dall’età, dalla condizione sociale e dagli interessi.

Mi chiedo allora: a che scopo inondare di messaggi riguardanti il calcio tutti gli utenti della rete?

Credo che una risposta possa essere: perché evitino di pensare ad altro. O sarebbe meglio dire: perché evitino di pensare.

Mi viene in mente una canzone di Giorgio Gaber, che si intitola “La presa del potere” dell’Album “Far finta di essere sani” (1973); questa canzone racconta di come alcuni gruppi di persone si impadroniscano del potere, mentre la stragrande maggioranza della gente non se ne accorge neanche, impegnata com’è a discutere di frivolezze. Prima i laureati e gli studiosi, poi l’intellighenzia e gli scienziati, infine i tecnocrati italiani, occupano i posti di comando (anche la RAI, le grandi industrie, i sindacati). Tutto ciò mentre l’Italia si lasciava deviare dalle “armi di distrazione di massa” del tempo.

Infatti il ritornello dice “E l’Italia giocava alle carte, e parlava di calcio nei bar, e l’Italia rideva e cantava….”

Oggi bisognerebbe aggiornare queste parole, sostituendo al gioco delle carte i giochini sul cellulare e ai “bar” le reti sociali, ormai diventate per lo più luogo di intrattenimento ludico virtuale. Anche il riso e il canto fatto in prima persona direi che sono stati in gran parte sostituiti con gli spettacoli musical-canori ai quali si assiste in maniera recettiva.

Ma l’effetto prodotto è lo stesso: il disinteresse verso la politica, le questioni di attualità, e una quasi totale assenza di partecipazione diretta alla vita sociale. Spesso discuto con persone, per lo più giovani ma non solo, che mi dicono di non essere interessate alla politica e che preferiscono guardare il loro “orticello”, cioè pensare ai loro immediati problemi personali piuttosto che alle questioni che riguardano tutti, che non vogliono neanche prendere in considerazione.

D’altronde è sintomatico che, in un periodo come questo, in cui sembra che debba scoppiare da un momento all’altro una guerra mondiale, siano praticamente sparite le manifestazioni per la pace.

L’Italia partecipa attivamente al riarmo europeo, dando soldi e armi a Zelensky per la tredicesima volta e partecipando comunque alle riunioni dei “volenterosi” britannici e francesi, ma ciò non suscita rivolte popolari. Sono probabilmente quasi tutti contrari al riarmo, ma questo non risulta in maniera apparente, anche perché i grandi mezzi di comunicazione sono tutti a favore della guerra.

L’unica cosa che Giorgia Meloni sostiene, diversamente da Emmanuel Macron e dal primo ministro Andy Burnham, l’ultima marionetta messa al posto di Keir Starmer come capo del governo del Regno Unito, è che non devono essere mandati soldati italiani al fronte. Ma la furbacchiona si riferisce esclusivamente alla guerra Russo-Ucraina, in quanto, tanto per fare un esempio, da marzo 2026, 700 soldati italiani sono stati mandati in Arabia Saudita, per sostenere la guerra contro l’Iran decisa da Donald Trump.

E questa “missione di pace” in Arabia Saudita non era neanche stata approvata dal Parlamento italiano.

prof. Pietro Marinelli

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