LA VERA STORIA DEL REGNO DEL MAROCCO E DELLA LOTTA DEL POPOLO BERBERO PER LA LIBERTA'

 


Il Regime del Terrore: La barbarie degli Alawiti e il secolare massacro dell'Identità Amazigh

di Mohamed Juba Ziani 

Introduzione: Il peccato originale della centralizzazione

La storiografia del Nord Africa (attuali Marocco, Algeria e Tunisia) è solcata da una frattura insanabile tra l'orizzontalità democratica delle confederazioni tribali berbere (Imazighen) e il centralismo autocratico dello Stato imperiale. Se gli imperi autoctoni degli Almoravidi e degli Almohadi crollarono proprio a causa della difficoltà strutturale di conciliare la frammentazione delle tribù con un potere centrale centralizzato, l’ascesa della dinastia Alawita, a partire dalla seconda metà del XVII secolo, ha inaugurato una strategia radicalmente diversa. Per evitare le debolezze dei predecessori, il nuovo potere ha intrapreso una sistematica e secolare opera di sottomissione coercitiva, distruzione culturale e terrorismo di Stato contro le popolazioni berbere, interpretando l'irriducibile desiderio di libertà degli Imazighen come una minaccia esistenziale alla Corona che andava sradicata con la forza.

L'anatomia del potere: L'origine del Makhzen e la frattura geografica

Per comprendere la violenza alawita, occorre analizzare la struttura stessa del potere politico in Marocco, storicamente definito Makhzen. L'etimologia di questo termine svela la sua natura puramente predatoria: deriva dall'arabo khazana (خَزَنَ), che significa letteralmente "immagazzinare" o "depositare".

In origine, il Makhzen indicava il magazzino centrale o la tesoreria reale del Sultano: il luogo fisico in cui venivano ammassati il grano, l'oro e i tributi estorti alle popolazioni con le armi, e da cui i funzionari e i soldati ricevevano i propri salari. Con il tempo, per metonimia, il termine è passato a definire lo Stato autocratico stesso: un'élite burocratica, clientelare e militare strettamente legata alla Corona. Da questa radice araba le lingue europee hanno ereditato le parole "magazzino" (italiano) e "almacén" (spagnolo).

La voracità fiscale e politica dello Stato-Magazzino ha spaccato storicamente il territorio in due aree nettamente distinte e in perenne stato di guerra:

• Bilad al-Makhzen (la "terra del governo"): le pianure fertili, le ricche città costiere e le capitali imperiali (Fès, Marrakech, Meknès). Qui il Sultano esercitava un controllo assoluto e riscuoteva regolarmente le tasse.

• Bilad al-Siba (la "terra della dissidenza" o "della libertà"): le impervie catene montuose dell'Atlante e del Rif (zona settentrionale del Marocco), abitate prevalentemente dai Berberi. Gli Imazighen del Bilad al-Siba rifiutavano categoricamente le tasse, i giudici e le leggi del Makhzen, pur geographicamente riconoscendo al Sultano un'esclusiva autorità spirituale. La Siba non era l'anarchia caotica descritta dalla propaganda di corte e dai successivi colonizzatori per giustificare la repressione, ma una scelta cosciente di resistenza contro la sottomissione coloniale interna operata dal re.

Il sangue del XVII secolo: Moulay al-Rashid e il buio culturale

Le fondamenta della dinastia poggiano sulla violenza brutale della conquista. Prima di espugnare le città di Fès e Marrakech, il fondatore Moulay al-Rashid accumulò le risorse finanziarie necessarie a pagare i propri mercenari attraverso il saccheggio e l'assassinio del ricchissimo mercante ebreo Ibn Mashal a Taza.

La sua marcia verso il potere assoluto incluse massacri sistematici di clan rivali. L'atto storicamente più devastante della sua ascesa fu la distruzione della confraternita berbera di Dila nel 1668. Dila non era solo un nucleo di potere autonomo, ma il più importante centro monastico e culturale del sapere Amazigh. Moulay al-Rashid la rase al suolo e diede alle fiamme le sue immense biblioteche, disperdendo secoli di testi teologici, storici e archivi redatti in lingua locale. Questa distruzione mirata non fu un danno collaterale, ma un atto di terrorismo culturale volto a cancellare la memoria storica dei Berberi e a privarli di una legittimazione intellettuale alternativa a quella del sovrano, inaugurando un cono d'ombra documentale durato quasi tre secoli.

La guardia degli Abid al-Bukhari e l'orrore delle corti imperiali

Sotto il fratello e successore di Rachid, il sultano Moulay Isma'il (1672-1727), la sottomissione militare toccò livelli di inaudita ferocia con la creazione degli Abid al-Bukhari. Questa milizia spietata non era un semplice esercito, ma una guardia imperiale composta esclusivamente da schiavi neri prelevati dall'Africa subsahariana o nati nel paese, sottratti alle famiglie in tenera età e addestrati al culto cieco del sovrano.

La precisione terminologica sul loro funzionamento è fondamentale: il loro nome deriva dal fatto che questi soldati venivano costretti a prestare un giuramento di fedeltà assoluta non su testi religiosi generici, ma sul Sahih al-Bukhari, la più autorevole raccolta di Hadith (i detti e i racconti attribuiti al profeta Maometto) nell'Islam sunnita. Giurando su questo testo sacro accanto al Sultano, gli Abid al-Bukhari legavano la propria obbedienza militare a un vincolo religioso inviolabile: il sovrano diventava l'unico interprete della volontà divina sulla terra.

Questa micidiale macchina da guerra venne scatenata contro le tribù ribelli del Medio Atlas per espandere i confini del Bilad al-Makhzen tramite il terrore. Le atrocità commesse a Marrakech e Fès trovarono riscontro nelle scioccanti testimonianze dei prigionieri europei e dei diplomatici dell'epoca. Il prigioniero francese Germain Moüette, nei suoi diari di schiavitù, descrisse con spavento l'arbitrarietà sanguinaria del palazzo:

"Il Sultano non esitava a uccidere a sangue freddo e di propria mano i prigionieri e i sudditi per il minimo sgarro o sospetto, ordinando che le loro teste venissero appese alle mura e alle porte di Fès e Marrakech affinché la popolazione vivesse nel terrore costante."

Allo stesso modo, i padri Trinitari e i Mercedari inviati dalle chiese europee per il riscatto dei prigionieri confermarono nei loro rapporti confidenziali la barbarie della corte, descrivendo la macabra abitudine di erigere piramidi di teste mozzate dei ribelli berberi alle porte delle città per fiaccare ogni velleità di resistenza.

Agraw contro Makhzen: lo scontro antropologico tra assemblea eletta dal popolo e lo Stato centralizzato

Mentre il Makhzen imponeva una struttura verticale, piramidale e autocratica, le tribù del Bilad al-Siba resistevano praticando l'Agraw (la grande assemblea comunitaria). L'Agraw rappresenta l'antitesi politica dell'assolutismo alawita: un consiglio orizzontale in cui i capi delle famiglie e i saggi si riunivano per prendere decisioni all'unanimità basandosi sull'Azref (il diritto consuetudinario berbero) e non sulla legge del Sultano. Nell'Agraw, il potere era temporaneo, elettivo e revocabile.

L'accanimento plurisecolare della dinastia trova la sua chiave di lettura in questo scontro di mentalità. Il Makhzen non poteva tollerare l'esistenza dell'Agraw; lo Stato-Magazzino doveva distruggere il Bilad al-Siba. Schiacciare i Berberi significava eliminare un modello sociale democratico e radicalmente alternativo che minacciava la pretesa di sottomissione assoluta avanzata dalla Corona. Nell’organizzazione “Agraw” infatti ogni singolo villaggio aveva la sua assemblea eletta dai capi-famiglia; la persona eletta per partecipare all’assemblea veniva chiamato Amghar, che significa “il saggio anziano”, in quanto l’età avanzata era sinonimo di sapienza.

Il Novecento coloniale e le ammissioni di Guillaume

La penetrazione coloniale francese e spagnola all'inizio del XX secolo non fece che ereditare e affilare le armi del Makhzen. Il generale francese Albert Guillaume, artefice della sanguinosa sottomissione militare delle ultime tribù berbere dell'Alto Atlante (culminata nella battaglia del Bougafer nel 1933), esplicitò nelle sue relazioni politiche il disprezzo e, al contempo, il timore per l'indomito spirito Amazigh:

"I Berberi sono una razza fiera e guerriera che non riconosce altra legge se non quella della forza bruta. Non si può pretendere di governare questo paese senza spezzare definitivamente la spina dorsale della loro organizzazione tribale."

Nelle sue memorie sulla pacificazione del Marocco, Guillaume ribadì che l'annientamento dell'autonomia berbera era la condizione imprescindibile per la sopravvivenza dello Stato centrale:

"L'estensione dell'autorità del Sultano sulle zone di dissidenza richiede la distruzione sistematica dei loro vecchi consigli comunitari."

Questa dottrina della forza passò intatta dalle autorità coloniali al Marocco post-indipendenza, dove i teorici del partito nazionalista dell'Istiqlal avviarono una spietata politica di assimilazione forzata, vietando l'uso della lingua Tamazight e bollando la cultura nativa come una minaccia all'unità arabo-islamica del regno.

Gli "Anni di Piombo": Il Napalm di Hassan II e l'orrore di Tazmamart

Il culmine della barbarie moderna si consumò sotto il regno di Hassan II (1961-1999) durante i famigerati Anni di Piombo. Già tra il 1958 e il 1959, in veste di capo dell'esercito, il principe ereditario Hassan aveva represso brutalmente la rivolta del Rif. In quell'occasione, le forze armate non esitarono a utilizzare il napalm e le bombe al fosforo per bombardare i villaggi berberi, facendo terra bruciata di raccolti e bestiame ed eseguendo migliaia di esecuzioni sommarie. Hassan II mantenne per tutta la vita un odio viscerale verso il nord dissidente, arrivando a definire pubblicamente i rifiani come "straccioni" (awbash) e "nemici giurati della Corona".

Per stroncare i successivi tentativi di colpo di Stato militari (come quelli del 1971 a Skhirat e del 1972) — molti dei quali videro il coinvolgimento di ufficiali di origine berbera stanchi della corruzione del Makhzen — Hassan II istituzionalizzò una spietata politica di terrore psicologico e sparizioni forzate. Simbolo supremo di questa barbarie fu il carcere segreto di Tazmamart, costruito nel deserto profondo.

A Tazmamart, centinaia di oppositori politici e militari venivano gettati in minuscole celle sotterranee, completamente buie, prive di luce naturale, letti o servizi igienici, in condizioni di isolamento totale e inumano. Il regime applicava una vera e propria ingegneria della morte lenta: i detenuti venivano lasciati morire di stenti, malattie e freddo, e i loro corpi venivano sepolti nel cortile coperti di acido per cancellarne ogni traccia. Chi non finiva a Tazmamart subiva le torture sistematiche nei centri clandestini del Makhzen (come il Derb Moulay Cherif): pestaggi, la tortura del "pollo arrosto" (sospensione a testa in giù), scariche elettriche e annegamenti simulati. Il terrore veniva deliberatamente proiettato sulle famiglie dei dissidenti, i cui membri sparivano nel nulla nel cuore della notte per terrorizzare l'intera popolazione e scoraggiare qualsiasi accenno di ribellione.

Il XXI Secolo e la Generazione Z: La rivoluzione digitale del Hirak

Con la morte di Hassan II nel 1999 e l'ascesa di Mohammed VI, il Marocco ha cercato di ripulire la propria immagine internazionale attraverso concessioni formali, culminate nell'inserimento del Tamazight come lingua ufficiale nella Costituzione del 2011. Tuttavia, la struttura profonda dello Stato-Magazzino e i suoi metodi repressivi sono rimasti inalterati.

Per la Generazione Z, nata a ridosso degli anni 2000, la sottomissione non è più un'opzione. La rabbia storica è riesplose con il movimento del Hirak del Rif (2016-2017), scatenato dall'orribile morte del giovane venditore di pesce Mouhcine Fikri, schiacciato all'interno di un compattatore di rifiuti su ordine della polizia locale. I giovani della Generazione Z, cresciuti nell'era dei social media ma strangolati dalla disoccupazione e dal deliberato sotto-sviluppo economico delle loro regioni, hanno dato vita a imponenti proteste pacifiche, chiedendo la demilitarizzazione del territorio, ospedali oncologici (dati gli alti tassi di tumore nel Rif dovuti anche ai gas tossici usati storicamente nei bombardamenti) e università.

La risposta del Makhzen ha ricalcato la consueta linea della violenza di Stato: militarizzazione delle città, arresti di massa, torture documentate nelle questure e pesantissime condanne detentive (fino a 20 anni di reclusione) inflitte ai leader del movimento, come Nasser Zefzafi. Oggi, la Generazione Z combatte una battaglia esistenziale: usa la rete per denunciare la censura digitale e il controllo poliziesco, decisa a scardinare il secolare sistema di dominio che ha cercato di trasformare gli "uomini liberi" in sudditi obbedienti dello Stato-Magazzino.

Conclusione

Dai roghi delle antiche biblioteche di Dila nel 1668 all'isolamento tombale di Tazmamart, fino alle attuali prigioni di massima sicurezza, la storia della dinastia alawita rivela una ferrea continuità basata sulla barbarie e sul terrore istituzionale. Il "miraggio della monarchia" in Marocco si è retto esclusivamente sul tentativo di soffocare l'autodeterminazione Amazigh per proteggere i privilegi del Makhzen. Ciononostante, la resilienza storica del popolo dell'Atlante e del Rif dimostra che la memoria dell'Agraw e la fiera identità degli Imazighen rimangono una ferita aperta nel cuore del potere centrale, impossibile da rimarginare con la forza.

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