BILANCIO DI TRE ANNI MELONIANI
Io sono sempre più restio a scrivere, perché vedo che la stragrande maggioranza degli articoli o dei commenti che vengono pubblicati sono “d...
Io sono sempre più restio a scrivere, perché vedo che la stragrande maggioranza degli articoli o dei commenti che vengono pubblicati sono “d...
Io sono sempre più restio a scrivere,
perché vedo che la stragrande maggioranza degli articoli o dei commenti che
vengono pubblicati sono “di pancia” oppure rozzamente ideologici e di parte.
Poi mi è capitato di leggere l’articolo di Marcello Veneziani del 21 dicembre
su “La Verità”. Tale scritto tenta un bilancio di questi tre anni del governo Meloni.
Ho letto e riletto l’articolo, cercando un giudizio un attimino approfondito e
soprattutto cercando qualche riferimento a fatti, a decisioni prese dal governo,
ma niente da fare: solo generiche affermazioni adattabili peraltro a qualunque
tipo di esecutivo. Allora mi sono detto: “se questo, che viene considerato uno
dei massimi “pensatori” del centro-destra, può scrivere questo cumulo di
banalità, degno di una portinaia (con tutto il rispetto per le guardiane dei
condomini), che cosa mi impedisce di farlo anch’io?”.
L’articolo esordisce con la solenne
affermazione che “tutto è rimasto come prima”, dopo oltre tre anni di “Gioggia”.
Già questo mi lascia un po’ perplesso, in quanto, da misero insegnante di
economia politica, oltre che di diritto, ho sempre saputo che non esiste una
posizione statica, nelle questioni economiche: o si va avanti o si torna
indietro. Per esempio, se io prendo una pensione di 2000 euro e me la aumentano
di 3 euro mentre l’inflazione è all’1,8 per cento, non c’è nemmeno l’adeguamento
al costo della cita e io perdo 36 euro al mese. Sempre dando per scontato che
le cifre comunicate dall’ISTAT rispecchino la realtà effettiva dell’aumento dei
prezzi, perché se l’aumento dei prezzi fosse superiore ci perderei ancora di
più. Insomma, per esserci un aumento reale esso deve essere più alto del tasso
d’inflazione. Comunque, era per dire che la frase “tutto è rimasto come prima”
è la quintessenza del vuoto cosmico della ragione, quando non viene utilizzata
per dare giudizi sulla realtà ma solo osservazioni che non scontentino nessuno.
E soprattutto non scontentino i proprietari del giornale sul quale si scrive,
che potrebbero adontarsi per critiche più pesanti di qualche ovvio luogo
comune.
Ma venendo alla nostra Giorgia
nazionale, la prima constatazione da fare è che di “nazionale” lei ha fatto ben
poco: la sua preoccupazione principale, durante tutto questo periodo, è stata
quella di mandare soldi ed armi all’Ucraina, Paese che non fa parte né dell’UE
né della Nato. La difesa a tutti i costi di Zelensky, i baci e gli abbracci a
tale individuo losco non sono saltati un minuto. Qualunque scandalo ci fosse
stato, qualunque acquisto eseguito dal guitto eroinomane non hanno scalfito la
fede assoluta che la Meloni ha sempre riposto in lui. E che continua a riporre:
un'altra elargizione di 90 miliardi è stata recentemente decisa. Si dira’: ma è
un prestito! Come se il regime ucraino si fosse distinto per la correttezza in
campo economico e militare! Come se l’Ucraina non commerciasse nella rivendita
delle armi che le vengono date! Ma tamt’è: Giorgia ha deciso di stare dalla “parte
giusta” e contro la Russia in tutti i modi, facendo interrompere la fornitura
di gas russo e facendolo acquisire (liquido) ad un prezzo cinque volte
superiore. Però è gas “buono”, perché è “yankee”! Come sono “buoni” anche i missili
statunitensi, che Giorgia vuol far acquistare per 300 milioni di euro, come se
non avessimo armi a sufficienza!
E che dire dei contratti che ha fatto
stipulare dalla Leonardo per la vendita di armamenti per l’importo di 40
miliardi di dollari con gli Emirati Arabi Uniti? O quelli con la Turchia di
Erdogan, che va bene perché fa parte della NATO? Anche queste decisioni
consistono nel non far niente? Nel lasciare tutto come prima?
La realtà, che pochi vogliono
ammettere, è che con questo governo si è raggiunto un grado di bellicosità e di
attività di produzione di armi mai raggiunto nel dopoguerra; la Leonardo fa
ottimi profitti, ma la gente comune stringe la cinghia per arrivare alla fine
del mese. Con questo governo si è accentuato il processo di “proletarizzazione
del ceto medio”, per citare Marco Rizzo, e ciò è veramente paradossale con un
governo che in teoria sarebbe di centro-destra. Ma che ha favorito il sistema
bancario in maniera un attimino esagerata, tanto che tra le prime dieci imprese
italiane adesso figurano sette banche. E certo, molte grandi imprese non sono
più italiane, avendo trasferito la sede legale all’estero. Con questo governo
continua imperterrita la lotta delle banche al contante; in Italia sono sparite
le banconote da 500 euro e sono viste con grande sospetto quelle da 200 e
addirittura quelle da 100! Ciò non succede in altri Paesi: in Francia, ad
esempio, non hanno nessun problema ad accettare le banconote di grande taglio.
Si dirà: ma è per la lotta alle attività illegali! Con la scusa di contrastare
la malavita si penalizzano soprattutto le piccole e medie imprese, che sono il
fulcro dell’economia italiana. Si indottrina la gente sull’utilizzo dei mezzi
di pagamento elettronici, facendoli passare come necessari per essere “al passo
con i tempi”, mentre il contante sarebbe “antiquato”. E te credo, le banche
hanno fatto, nel 2023, 9 miliardi di euro di guadagni solo con le commissioni
relative ai bancomat e alle carte di credito! Un mio amico che gestisce un piccolo
ristorante con quattro dipendenti, mi ha detto che, se lui non dovesse pagare
le commissioni bancarie, avrebbe uno stipendio: potrebbe assumere una
persona in più.
Questo non significa “lasciare tutto
come prima”, perché ci si ingerisce nell’economia in maniera invasiva,
condizionando l’andamento del mercato. Come si condiziona l’andamento delle
attività favorendo le imprese cinesi, che sono considerate “al di fuori” delle
leggi italiane e non vengono sottoposte a controlli, potendo permettersi, loro
sì, di pagare immediatamente con i contanti anche l’acquisto di esercizi
commerciali o di immobili. Anche in questo caso la situazione, con il governo
Meloni, è addirittura peggiorata e siamo invasi da locali gestiti da gente dell’Estremo
Oriente.
Ma vogliamo parlare poi del milione
di euro dato ad una organizzazione terroristica islamica per il rilascio di una
italiana che peraltro si era convertita all’Islam? Questo è accaduto con
Meloni. E con Meloni si è raggiunto un numero di immigrati clandestini che ha
fatto impallidire le ondate precedenti: circa 300.00 in tre anni!
Però, a dire il vero, qualcosa mi
sembra cambiato, nella politica italiana: la faccia tosta di Meloni nel dire,
con estrema convinzione, tutto e il contrario di tutto a seconda delle
circostanze e nel fare esattamente l’opposto di quanto blaterato in campagna
elettorale. Nel non avere la minima coerenza e nel non cercare nemmeno di “salvare
l’apparenza”, continuando ad affermare ipocritamente di fare l’interesse degli
italiani.
In sintesi, non riesco a capire il vantaggio di avere un governo di centro-destra invece che un altro governo: l’argomentazione più diffusa, da parte di coloro che devono a tutti i costi giustificare l’attuale esecutivo, è che “se ci fosse la sinistra sarebbe peggio”.
A questo riguardo mi
permetto di dare al governo un suggerimento per una proposta di emendamento
alla legge di bilancio 2026: uno stanziamento di fondi per la costruzione di
una statua ad Elly Schlein e a Giuseppe Conte. Senza di loro, infatti, la Meloni
non sarebbe ancora lì.
Quest'anno le assi del Piermarini risuonano della violentissima e titanica musica di Dmitri...
Quest'anno le assi del Piermarini risuonano della violentissima e titanica musica di Dmitrij Schostakovič, di cui corre il 50esimo anniversario della scomparsa.
Un titolo particolarissimo e di non facile ascolto per gli amanti del melodramma nostrano di Verdi o Puccini. Il primo ostacolo è linguistico poiché il libretto è in russo.
Prima di parlare di regia e cast mi sembra doveroso fare un grandissimo plauso alla magnifica orchestra della Scala che ha fatto tremare la sala con dei "fortissimo" raramente uditi con una pasta timbrica impareggiabile nei pianissimo e una ritmica eseguita alla perfezione e al limite della maniacalità ossessiva.
Va di conseguenza medesimo plauso al Maestro R. Chailly che con bacchetta efficacissima tiene le redini di questa poderosa orchestra e dei meccanismi strutturali dell'opera stessa.
Parlando invece della regia di Vasily Barchatov (lo stesso "scandaloso" regista della Turandot messa in scena al San Carlo di Napoli) , escluso il primo atto in cui era doveroso, se non necessario, creare un sentimento totale di disgusto, ribrezzo e irrecivibilità per la abbietta scena di stupro ahimè edulcorata, è abbastanza aderente drammaturgicamente al libretto.
Elegante e fredda la resa scenica di Zinovij Margolin e le luci di Alexander Sivavev che hanno ben reso le analessi volute, ma non scritte dai librettisti e dal compositore, dal regista.
Splendidi i costumi di Olga Shaishmelashvili, forse però rendono poco la gutturalità sorda e cieca della Russia zarista e del borghese arricchito ma ignorante.
Plauso a metà per i solisti. A. Rolavets produce un ricco personaggio psicologico ma un po' povero in alcun punti vocali nel suocero; Y. Akimiv invece brilla vocalmente come figlio e "marito legittimo" di Katerina con qualche problema di vibrato largo.
S. Jakubjak , la protagonista la vera Lady Macbeth, riluce di personalità data da libretto ma tende a portare indietro il suono e la pronuncia è molte volte poco intellegibile.
N. Mavljanov, Sergej amante di Katerina, brilla poco nel primo atto e per vocalità e per presenza scenica, ma dal secondo atto in poi svela le doti canore e la profondità psicologica di un "Pinkerton" qualsiasi.
Tutto il lungo reparto di comprimari ben si muove e ben canta le proprie parti in maniera puntuale e precisa.
Grande delusione per la scena madre del primo atto, lo stupro ai danni di Katerina da parte di Sergej che diventa goffo al limite del comico mentre la musica indica e incalza una violenza inaudita e difficile psicologicamente da digerire, magistralmente dipinta dall'orchestra.
Dubbi altissimi per il finale atroce che vedrebbe la protagonista e Sonetka, magistralmente interpretata dalla bronzea voce di E. Maximov, annegare ma che invece vede le due bruciate vive.
Altro grandissimo plauso al coro, egregiamente diretto dal M° A. Malazzi , vero secondo protagonista al pari dell'orchestra.
In generale un opera magnificente, cruda, abbietta, inascoltabile quindi sublime nel senso romantico e Kantiano di "orrore dilettevole" che dipinge un umanità sgomenta , paurosa di se stessa che grida, urla , il proprio dolore attraverso la furia cieca e la NON redenzione.
Orchestra, coro e direttore M° Chailly eccelsi, quasi in mistica apoteosi ma, ahimè, regia deludente per troppi dettagli e appuntamenti mancati.
Voto: 8
Elvis Zini
Non esiste, nel mondo di oggi, una religione che sia più osteggiata del cristianesimo: si calcola che oltre 380 milioni di cristiani siano...
Non esiste, nel mondo di oggi, una religione che sia più osteggiata del cristianesimo: si calcola che oltre 380 milioni di cristiani siano perseguitati e discriminati a causa della loro fede. Nel Medio Oriente, terra natale di Cristo e dei primi suoi seguaci, la presenza cristiana rischia addirittura di sparire: è stata ridotta, da circa un milione e mezzo di fedeli, a poche migliaia. Chiese antichissime, ricche di storia e di tradizioni, sono ormai una sparuta minoranza, anche per l’esodo dei cristiani, che cercano condizioni di vita migliori in altri Paesi.
Ma
in questo periodo l’epicentro della persecuzione è in Africa, soprattutto in
Nigeria, Paese nel quale, solo negli ultimi duecento giorni, sono stati uccisi
oltre 7000 cristiani e non meno di 7800 sono stati rapiti. L’ultimo fatto
allucinante è il rapimento di 303 studenti della Saint Mary Catholic School di
Papiri ad opera di Boko Haram. Alcuni di questi ragazzi suno riusciti a fuggire
(una cinquantina) ma gli altri rischiano di essere ammazzati dagli estremisti
islamici. Una piccola parentesi: sapete cosa significa l’espressione “Boko
Haram”? Vuol dire: “L’istruzione occidentale è peccato”. E per “istruzione
occidentale i terroristi islamici intendono anche quella cristiana, tanto è
vero che attaccano scuole ed Università, nelle quali si forma la gioventù. Così
hanno fatto in Kenya nel 2015, quando hanno massacrato 148 studenti di un college. Così hanno fatto in Algeria, perché nelle
Università di Orano e Algeri andava a studiare tutta l’Africa. Per inciso, in
Algeria, negli anni ’90 del secolo scorso, ci fu una vera e propria guerra ,
condotta dai fondamentalisti, per islamizzare la Nazione, con 200.000 morti,
villaggi dati a fuoco ed ogni sorta di nefandezze.
Ciò
che lascia veramente basiti è l’inerzia quasi totale delle autorità, a
cominciare dall’Unione europea, che non ha ancora nominato il rappresentante
per la libertà religiosa. Vi sono ogni tanto delle dichiarazioni, come quella
di Donald Trump sulla Nigeria, alle quali però non segue alcuna reale decisione
e che quindi non sortiscono alcun effetto: le stragi e i rapimenti continuano
come se niente fosse. I cristiani in tanti Paesi sono tutti dei potenziali
martiri e spesso lo diventano, mentre l’Occidente tollera queste uccisioni e fa
di tutto per non vedere. E’ vero che la persecuzione dei cristiani è sempre
stata una costante, nel tempo; però si sono alternate delle fasi più miti a
fasi di recrudescenza. Quella attuale sembra la fase più violenta del tentativo
di annientare la presenza cristiana, perché avviene a livello planetario e con
acquiescenza da parte dei potenti.Da ultimo mi chiedo: “dove prendono le armi,
queste organizzazioni terroristiche islamiche? Non mi risulta che vi siano
fabbriche di armi, in Africa. Probabilmente le comprano dal Qatar e dagli
Emirati Arabi Uniti, i quali a loro volta le comprano dall’Occidente (Italia
compresa). Colei che afferma di essere “complice della pace”, infatti, ha
siglato, tanto per fare un esempio, una serie di accordi per la vendita di armi
della Leonardo agli Emirati Arabi Uniti per un valore di 40 miliardi di
dollari. Non c’è male, come modalità di
portare la pace in Africa!
Sempre più spesso, in questo periodo, stanno avvenendo rivolte contro i regimi da parte della popolazione infuriata, e talvolta...
Sempre più spesso, in questo periodo, stanno avvenendo rivolte contro i regimi da parte della popolazione infuriata, e talvolta le proteste assumono la forma di una vera e propria rivoluzione Questo è sicuramente ciò che è accaduto in Nepal, dove i giovani hanno guidato la rabbia della gente e hanno dato l’assalto ai palazzi dei politici, arrivando addirittura a dar fuoco al Parlamento. La protesta è stata così forte che il governo si è dimesso ed ora c’è una amministrazione provvisoria per sei mesi, per rendere possibili nuove elezioni.
Io sto seguendo la
questione dall’inizio, ma faccio molta fatica a fidarmi dell’informazione dei
media italiani, e preferisco chiedere direttamente ai miei amici nepalesi. L’altro
ieri, per esempio, durante una festa dell’Associazione dei nepalesi residenti
all’estero alla quale ero stato invitato, ho chiesto ad uno di essi di
raccontarmi le cose fondamentali di questo cambiamento. Lui mi ha detto. “è
stata una rivoluzione!”. Poi ha aggiunto. “tutto il mondo ne parla, ma in
Italia no”. “Ci sono stati 80 morti e circa 4000 feriti”. “L’esercito sparava
direttamente sulla gente; i soldati miravano alla testa e al cuore, per
ammazzare, mentre dovrebbero prima sparare in aria e poi nelle gambe”. E
continuava a ripetere: “sparavano nella fronte, per uccidere!”. Poi aggiunse. “il
primo giorno sono stati i giovani, poi c’erano degli uomini che ci sapevano
fare….”. “professionisti”, suggerisco io. “Sì, esatto, proprio professionisti”.
Ma se un popolo mite
come quello del Nepal arriva a tanto, penso io, la situazione deve essere stata
veramente grave! Io conosco tante persone di quel Paese e noto che tutti
lavorano, anzitutto: non c’è nessuno che non faccia nulla e non mi risulta che
nessuno di loro spacci droga o sia nel giro della prostituzione, come invece
avviene in altri gruppi etnici. Amano trovarsi per mangiare la cucina nepalese
e per danzare i balli della loro Nazione, ed è immancabile il coro in piedi
per l’inno nazionale. Fanno molte feste induiste e talvolta anche buddiste, ma
non disdegnano di organizzarsi anche per il Natale.
Quindi, cari
giornalisti nostrani, una domanda potreste porvela. Evidentemente la corruzione
dei politici era arrivata ad un punto eccessivo, per cui quando il governo ha
vietato l’uso delle piattaforme sociali escluse quelle cinesi la popolazione
non ne ha potuto più e si è ribellata.
Ma cosa fanno i
nostri addetti all’informazione, per non far pensare la gente? Enfatizzano
delle notizie marginali per ridimensionare quelle veramente importanti: mandano
in onda un servizio di dieci minuti sui cinque italiani morti in Nepal per
evitare di parlare in maniera approfondita di quanto sta succedendo in quel
Paese. Ora, è chiaro che la disgrazia che ha colpito quei nostri sventurati
connazionali è una tragedia, ma dieci minuti in un telegiornale sono un’eternità,
ed è il modo con il quale si vuole catalizzare l’attenzione su quel fatto,
trascurando la questione veramente importante, cioè la rivoluzione avvenuta dal
basso.
Si ha l’impressione
che l’informazione italiana, salvo rari casi, sia tutta per il potere
costituito e non veda di buon occhio la partecipazione popolare, che spesso
viene etichettata come “i ribelli”. Ribelli a chi? All’ordine costituito, che
viene considerato giusto ed immutabile. Il popolo deve sottostare a chi comanda,
chiunque esso sia.
Altro esempio
lampante, che anch’esso ho seguito da vicino, è quello delle ultime elezioni in
Camerun: è stata data una notizia laconica, che Paul Biya è stato rieletto. Dei
50 morti e centinaia di feriti, nessuna traccia. Dell’arresto di un camerunense,
a Roma, che aveva pacchi di schede truccate per far vincere Paul Biya, meglio
non parlare. Della rivolta della gente del nord del Paese che ha marciato su Yaounde,
la capitale, perché il candidato dell’opposizione era del nord, tu ne hai
sentito dire qualcosa?
Beh, d’altronde i
regimi sono dittatoriali solo quando non sono allineati al potere occidentale,
no? Che un presidente della Repubblica faccia cambiare la Costituzione per rimanere
al potere vita natural durante e lo sia già da quarantatrè anni, questo non fa
porre alcuna domanda sulla reale democrazia in quel Paese. Basta che sia
filo-francese, filo-occidentale, et voila’.
Per cui se un uomo
di novantatrè anni viene eletto e il mandato presidenziale è di sette anni, come
in Camerun, si trova assolutamente naturale il fatto che egli possa rimanere al
potere fino all’età di cento anni.
Ieri, 8 novembre 2025, sono andato nel Duomo di Milano per il Giub...
Ieri, 8 novembre 2025, sono andato nel Duomo di Milano per il Giubileo dei cori. Uso il passato prossimo invece del passato remoto, che sarebbe corretto nella lingua italiana, non solo perché è una abitudine lombarda, ma anche in quanto subisco ancora l’effetto di tale evento meraviglioso. Per me non è un fatto accaduto nel passato, ma un avvenimento che ha cambiato il mio presente.
Il Giubileo delle
corali avrebbe dovuto svolgersi nel Santuario di Rho, ma la massiccia adesione
delle compagini musicali che servono la liturgia ne ha consigliato l’effettuazione
nella cattedrale milanese. Non ci saremmo stati, nel santuario di Rho! E questo
alla faccia di chi scrive che “la cristianità è davvero finita” e non ha alcuna
esperienza concreta della realtà ecclesiale!
E’ stato grandioso
vedere circa duemila coristi, appartenenti a centoquarantatrè cori liturgici
provenienti da tutta la Lombardia, cantare insieme! Seguire un unico direttore,
fare le prove, pregare come una sola cosa! L’organizzazione ci aveva
raggruppati per voce, dando a ciascuna voce una striscia distintiva di un
colore diverso: verde per i bassi, giallo per i tenori, blu per i contralti e
bianco per i soprani. Le donne, come sempre, erano molte di più degli uomini:
più del doppio, ma secondo me anche il triplo del cosiddetto sesso forte.
Ci siamo trovati
presto, verso le 08.15, per ottenere il “pass”, con il quale siamo entrati,
malgrado il disappunto dei turisti che non avevano capito essere la mattinata
riservata ad una celebrazione religiosa.
Una volta dentro
abbiamo provato i canti della prima parte e abbiamo ascoltato la meditazione di
don Fausto Gilardi sul significato dell’anno giubilare. Don Fausto è partito
dal Levitico: “conterai sette settimane di anni….il decimo giorno del settimo
mese farai echeggiare il suono del corno”, ed ci avevano fatto sentire il suono
del corno, per introdurci nella meditazione. Poi è stato letto il brano del
Vangelo di Luca in cui Gesù entra nella sinagoga di Nazareth e legge il rotolo
del profeta Isaia e qui abbiamo cantato la parte centrale del brano, in cui
dice “lo Spirito del Signore è su di me”, ed è stato emozionante! In seguito don
Fausto ha individuato dette percorsi spirituali per accompagnarci nella nostra
vita e nel servizio alle comunità.
Dopo la
meditazione guidata è stato lasciato un periodo di riflessione personale e di
possibilità di confessarsi, per ottenere l’indulgenza plenaria. Per fortuna
sono riuscito a confessarmi, malgrado le file fossero molto lunghe; uno degli
effetti del Giubileo è l’enorme numero di persone che si accostano al
sacramento della riconciliazione.
Ma la Messa è
stata il punto centrale e devo dire che anche l’omelia dell’Arcivescovo Mario Delpini
è stata molto bella, sul significato del canto e la sua utilità pedagogica;
alla fine egli ha anche richiamato la necessità di aiutare l’assemblea a
cantare bene, guidandola ed insegnando i canti.
Io ho partecipato
con il mio coretto della GMG (chiesa di Gesù, Maria e Giuseppe, in via Mac
Mahon a Milano); ho conosciuto coristi di Legnano, di Rho, di Monza, di Cantù,
per cui credo che la maggior parte dei partecipanti fosse di fuori Milano. Come
credo che la maggior parte dei coristi fosse di mezza età, se non addirittura
di tarda età. D’altronde io stesso ho appena compiuto sessantanove anni, e non
so se rientro nella categoria degli “uomini di mezza età” o nella “terza età”.
L'oppositore Issa Tchiroma Bakary rivendica una "vittoria chiara" contro...
L'oppositore Issa Tchiroma Bakary
rivendica una "vittoria chiara" contro Paul Biya
In attesa dei risultati
ufficiali, Issa Tchiroma promette di pubblicare un rapporto dettagliato per
regione a sostegno della sua pretesa di vittoria.
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Mentre i
risultati ufficiali delle elezioni presidenziali camerunesi di domenica sono
attesi solo tra due settimane, l’ex ministro e candidato dell’opposizione Issa
Tchiroma Bakary ha rivendicato la vittoria martedì 14 ottobre con un messaggio
pubblicato sulla sua pagina Facebook.
«La
nostra vittoria è chiara. Deve essere rispettata», ha dichiarato Tchiroma,
sfidando il presidente uscente Paul Biya, al potere da quarantatré anni. Ha
quindi esortato il regime ad «accettare la verità delle urne» oppure a «trascinare
il paese nel caos». «Il popolo ha scelto, e questa scelta deve essere
rispettata», ha insistito, annunciando la pubblicazione di un rapporto
dettagliato dei risultati per regione.
Proclamazione
ufficiale da parte del Consiglio Costituzionale
Secondo
la legge camerunese, è consentito rendere pubblici i verbali di ciascun seggio
elettorale, ma è vietato proclamare i risultati prima dell’annuncio ufficiale
del Consiglio costituzionale. «Questa è la linea rossa da non oltrepassare», ha
ricordato il ministro dell’Amministrazione territoriale, Paul Atanga Nji,
durante una conferenza stampa domenica sera.
Le
autorità non hanno ancora comunicato il tasso di partecipazione né la data
precisa della proclamazione, che dovrà comunque avvenire entro il 26 ottobre.
Crescono intanto i timori di brogli a favore di Paul Biya, 92 anni, rieletto
con oltre il 70% dei voti per più di due decenni.
Nel 2018,
in occasione dell’ultima presidenziale, Maurice Kamto – arrivato secondo e la
cui candidatura è stata respinta quest’anno – si era proclamato vincitore il
giorno dopo il voto. Era poi stato arrestato e i raduni dei suoi sostenitori
dispersi con lacrimogeni e cannoni ad acqua. Decine di manifestanti erano stati
arrestati e alcuni si trovano ancora in prigione.
E' sicuramente una bella notizia l'annuncio di una tregua tra Israele e Hamas da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trum...
E' sicuramente una bella notizia l'annuncio di una tregua tra Israele e Hamas da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump; bisogna però precisare anzitutto che non è stato siglato un accordo di pace vero e proprio, bensì solo una tregua. occorre poi aggiungere che la tregua è già stata violata da Israele, che vuol mantenere il controllo di alcune zone strategiche della Striscia di Gaza. Il rilascio degli ostaggi dovrà avvenire domani, domenica 12 (sono circa 2000 gli ostaggi palestinesi detenuti e torturati nelle carceri israeliani, contro 20 ostaggi israeliani). Il ministro Smitrich si è dichiarato contrario alla firma degli accrodi di pace, così come anche Ben Gvir, che ha detto che non possono essere rilasciati degli assassini (come se loro fossero agnellini mansueti). Staremo a vedere:
Ciò che lascia più basiti in tutta questa vicenda è la faccia di tolla del governo italiano: da Giorgia Meloni che si attribuisce il merito di aver contribuito al processo di pace, ad Antonio Tajani, che non ha mosso un dito per proteggere gli italiani arrestati illegalmente in acque internazionali, fino ad arrivare al coro che inneggia al Nobel per la pace per Donald Trump, che risulta quantomeno imbarazzante, da parte dei rappresentanti di uno Stato che dovrebbe essere sovrano. la totale sudditanza al potere anglo-americano (e quindi israeliano) del nostro governo è indice di una assoluta mancanza di coerenza rispetto ai principi che avrebbe dovuto seguire e risulta ridicola, soprattutto quando si afferma che l'apporto dell'Italia ha avuto una qualche rilevanza.
Di sotto l'intervista ad Orsi rilasciata su Visione TV
Giorgia Meloni è stata denunciata alla Corte Penale Internazionale per concorso nel genocidio palestinese. Insieme a lei sono stati denunci...
Giorgia Meloni è stata denunciata alla Corte Penale Internazionale per concorso nel genocidio palestinese. Insieme a lei sono stati denunciati il ministro degli esteri Antonio Tajani, il ministro della difesa Guido Crosetto e l'anninistratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani.
I mezzi di comunicazione nostrano di affannano a dire che la Corte Penale Internazionale non conta niente, perché vi aderiscono "solo" 122 Stati, invece dei 193 dell'ONU e non ne fanno parte gli Stati Uniti d'America, la Russia, la Cina e Israele (guarda caso!). I media puntualizzano poi che Netanyahu ha, sì, un mandato di cattura internazionale, ma non è mai stato ufficialmente incriminato per genocidio.
E' strabiliante il tentativo di giustificare in tutti i modi l'operato di Israele, da parte della maggior parte dei giornalisti italiani. I vari Capezzone, Porro, Giordano, Sallusti, Sechi, che penosamente cercano di portare avanti la narrazione israeliana, dovrebbero forse chiedersi che cosa vuol dire fare il giornalisti.
Comunque Italia fa parte della Corte Penale Internazionale e questo esposto farà iniziare delle indagini al riguardo. Tra i firmatari, una cinquantina di intellettuali, avvocati, giornalisti, Alessandro Di Battista e Moni Ovadia. Circa 35.000 persone hanno manifestato il loro appoggio all'iniziativa.
Molto opportuno, io trovo, coinvolgere anche Guido Crosetto, che fu consulente della Leonardo per diversi anni, guadagnando la somma di un milione e ottocentomila euro, e Roberto Cingolani, che è stato nominato da questo governo Meloni.. Ve lo ricordate quando era ministro della transizione econogica nel governo Draghi? Quando disse, soprappensiero, "E pensare che la Terra è stata programmata per tre miliardi di persone"?
Abbiamo intervistato Antonio Spano’, regista cinematografico e ispiratore del Red Line International Film festival , una manifestazione c...
Abbiamo
intervistato Antonio Spano’, regista cinematografico e ispiratore del Red
Line International Film festival, una manifestazione che si svolge
da due anni in Toscana, in provincia di Siena, con la partecipazione di molti
operatori esteri.
Ci potresti raccontare brevemente la storia di questo
festival cinematografico?
Il
festival internazionale di cinema indipendente Red Line International Film
festival è nato nel 2024. La scelta è ricaduta su Montalcino, città
conosciuta in tutto il mondo per la bellezza del suo territorio e il suo vino
unico al mondo.
Ma non
solo di materia vive l'uomo ed è per questo che abbiamo deciso di fondare un
festival di cinema che portasse film di alta qualità in un borgo che non ha più
un cinema aperto.
L'obiettivo
è quello di fornire un luogo di incontro fisico tra le persone, con opportunità
di scambio tra i registi e gli spettatori. Viviamo sempre di più in una società
che rifugge e cerca di ostacolare lo scambio di opinioni tra le persone. Noi pensiamo
invece che il fine ultimo del cinema sia quello di condividere storie e punti
di vista. E' un dialogo, quello tra regista e spettatore, che si perpetua fin
dalla nascita della settima arte.
Quali sono le dimensioni di questo festival?
Il Red
Line Film Festival ha avuto 33 film in concorso, 4 sezioni, 3 premi in denaro,
650 film iscritti alla seconda edizione, 22 paesi rappresentati, più di 800
spettatori.
La seconda edizione del Red Line International Film Festival, nel 2025, è
stata un percorso intenso, fatto di incontri, di scoperte e, soprattutto, di
cinema.
Il nostro obiettivo era chiaro: offrire
uno spazio fisico nel quale produzioni indipendenti
potessero avere il loro "spazio".
Quale, secondo te, dovrebbe essere il ruolo del cinema
nella nostra società?
Io credo che il cinema,
anche e soprattutto quello indipendente, debba continuare ad essere un linguaggio
necessario per leggere il presente. Le pellicole che abbiamo visto ce lo hanno
confermato. Le
sale si sono riempite di storie, di visioni, di sogni. Abbiamo riso, abbiamo riflettuto, ci siamo commossi. Abbiamo ascoltato
voci nuove e riscoperto maestri, viaggiato tra culture, paesi e sensibilità diverse.
Il cinema ha fatto ciò che sa fare meglio: ci ha uniti, mostrandoci il mondo
con sguardi diversi.
Ringrazio di cuore i registi che hanno scelto di condividere con noi i
propri lavori. È una responsabilità e un atto di fiducia che non diamo per scontati.
Ringrazio le giurie per la cura e l’attenzione e tutto lo staff organizzativo,
i volontari, i tecnici e chi lavora dietro le quinte con
passione e discrezione. Voglio ringraziare anche il pubblico, che ha risposto
con partecipazione, dimostrando coinvolgimento e spirito critico.
Chiudiamo questa edizione con la consapevolezza che il cinema indipendente
non cerca scorciatoie. Chiede tempo, sguardo, ascolto. E trova forza proprio in
questo. E noi saremo qui per nutrire quella forza. Perché il cinema ha senso
solo se continua a vivere dentro di noi, ogni
giorno.
La prossima edizione si terrà dal 10 al 14 giugno 2026 e
promettiamo tante sorprese.
Due
parole su Antonio Spano’
Nasce a Milano nel 1985;
diventa regista e direttore della fotografia. Ha realizzato il suo primo
documentario “Our Sky, our Land” nel 2009 in Irak, sulla questione curda, il
problema del loro Stato e il genocidio compiuto da Saddam Hussein. “Our sky our
land” fu selezionato in numerosi festival e ottenne il prestigioso premio
“Unicef per la Pace – 2010”. In seguito Spano’ realizzò “The Silent Chaos”
(2013), film selezionato in 70 festival tra i quali i David di Donatello 2013.
I suoi progetti successivi
Animal Park (2014) e Inner Me (2016) sono stati selezionati in più di 240
festival internazionali e distribuiti in esclusiva a livello mondiale da
Journeyman Pictures. Sono i documentari italiani più premiati (negli anni di
riferimento, fonte cinemaitaliano.it).
I suoi documentari sono stati distribuiti in numerosi paesi del mondo.
Il suo ultimo
lungometraggio “Amuka” è girato in Nord Kivu, Sud Kivu, Masisi e Congo-Central
nella Repubblica Democratica del Congo. Il film è un lungometraggio co-prodotto
da Popiul e dalla televisione pubblica del Belgio RTBF, ricevendo il sostegno
dal Ministero della Cultura del Belgio.
Ha realizzato documentari e
reportage per MTV e RAI in location come Libia, Haiti e Afghanistan. Come
operatore di macchina ha collaborato con produzioni internazionali tra le quali
per il film The Palio di Cosima Spender disponibile su Netflix.
Nel 2026 uscirà il suo
primo cortometraggio di finzione “Come Zucchero dal Cielo” co-diretto insieme a
Niccolò Lorini.
Siamo così malmessi che, quando qualcuno dice che Giorgia Meloni è rimasta fascista, la prima tentazione è rispondergli con un paradossale “...
Siamo così malmessi che, quando qualcuno dice che Giorgia Meloni è rimasta fascista, la prima tentazione è rispondergli con un paradossale “Magari!”.
La destra missina in cui la nostra premier iniziò a fare politica nel 1992 dopo la strage di via D’Amelio aveva tutti i difetti che sappiamo, ma anche alcuni pregi che potrebbero tornarci molto utili oggi: era sociale, quindi mai avrebbe abolito il Reddito di cittadinanza e obbedito ai tecnocrati di Bruxelles; era legalitaria, altrimenti Borsellino non l’avrebbe frequentata in gioventù, quindi mai avrebbe nominato Nordio ministro della Giustizia e votato le sue schiforme della giustizia fino alla separazione delle carriere (che Borsellino aborriva); e in politica estera era multipolare, tendenzialmente antiamericana, filoaraba e più sensibile ai venti dell’Est che a quelli dell’Ovest, quindi mai si sarebbe sdraiata sugli Usa di Biden e di Trump (come se non fossero in antitesi), sullo sterminatore Netanyahu, sulle politiche guerrafondaie e russofobe della Nato e dell’Ue. Purtroppo, appena giunta a Palazzo Chigi, anziché liberarsi dei tanti difetti, ha gettato a mare i pochi pregi.
Nel 2009 la Meloni, ministra della Gioventù del governo B. 4, si reca in visita a Betlemme per portare solidarietà ai giovani palestinesi, firma un protocollo col rettore dell’Università per finanziare con 200 mila euro progetti di microcredito e cita papa Giovanni Paolo II: “Più ponti e meno muri”. Nel 2014 Netanyahu attacca Gaza per colpire Hamas, ma fa 2.200 vittime civili. E la Meloni twitta: “Un’altra strage di bambini a Gaza. Nessuna causa è giusta quando sparge il sangue degli innocenti. Israele e Palestina, due popoli due Stati”.
Nel 2015 la Meloni firma una mozione parlamentare di FdI con Rampelli, La Russa, Cirielli e altri per chiedere al governo Renzi di riconoscere lo Stato palestinese e condannare l’espansione delle colonie israeliane in Cisgiordania. E quando il Parlamento a maggioranza renziana gliela boccia, tiene il punto: “Fratelli d’Italia crede da sempre alla soluzione ‘due popoli, due Stati’”. Nel 2020 Trump sposta l’ambasciata Usa in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme: Salvini propone che anche l’Italia riconosca Gerusalemme capitale d’Israele, ma la Meloni si dissocia: “Quel gesto rischia di esasperare la tensione in una regione già fragile”.
Oggi, per compiacere Trump, dice che riconoscere lo Stato palestinese è un atto “controproducente” e “prematuro”. “Controproducente” già non si può sentire: al massimo è inutile, perché puramente simbolico e autoassolutorio: per fare qualcosa di utile l’Italia, terzo esportatore di armi a Israele, dovrebbe smetterla. Ma in che senso un atto che era tempestivo e doveroso nel 2015 diventa “prematuro” nel 2025?
Marco Travaglio
Applicare l'articolo 5 del Trattato della NATO all'Ucraina è il modo migliore per scatenare la Terza Guerra Mondiale, in quanto tut...
Applicare l'articolo 5 del Trattato della NATO all'Ucraina è il modo migliore per scatenare la Terza Guerra Mondiale, in quanto tutti i Paesi della NATO sarebbero legittimati ad intervenire pesantemente contro l'"aggressore", la Russia. Già adesso le Nazioni occidentali stanno facendo di tutto per provocare la reazione di Putin: queste vicende dei "droni" sulla Polonia, che si sono rivelate prive di reale fondamento, confermano la decisa volontà dell'Unione europea e del Regno Unito a far scoppiare il conflitto vero e proprio.
la costituzione del gruppo dei "volenterosi", appena insediato Trump che invece avrebbe cercato di arrivare ad un accordo con Putin, è sintomatica. la proposta della Von der Leyen di innalzare a 800 miliardi la spesa militare dell'Unione europea per sostenere l'Ucraina è un indice che l'U.E. vuol continuare la guerra, anzi incrementarla. Ma tutte le dichiarazioni e le azioni di Kaya Kallas, di Merz, di Starmer, di Macron, e per finire della Meloni sono sempre per un inasprimento dei rapporti con la Federazione russa e incitano alla guerra, fino alla distruzione totale del nemico.
Si ha l'impressione che tutti i governanti europei abbiano perso il senno, oppure che agiscano su ordine di qualcuno che li comanda, tanto le loro dichiarazioni e i loro atti sono folli.
L'Italia ha spedito undici pacchetti di armi all'Ucraina, che peraltro in parte le rivende ad altri Paesi, aumentando così la conflittualità in tutto il globo. Nessuno parla di sanzioni ad Israele, che sta facendo molto peggio di quanto non faccia la Russia, e si continuano a mandare armi e il governo italiano blocca anche le sanzioni economiche nei riguardi di quello Stato che comanda il mondo attraverso il sistema economico-finanziario.
Intanto diciotto pacchetti di sanzioni sono stati comminati alla Russia e sono passate tutte le imposizioni di Trump sia per i dazi che per le riforniture energetiche. Adesso compriamo il gas quattro volte tanto rispetto a quello che pagavamo per il gas russo, e questo avviene con un governo che ha blaterato di sovranismo fino ad un attimo prima di salire sulle poltrone. Sulle quali vorrebbero rimanere cinque anni, per stabilire il primato di durata del governo in Italia. Ma a chi gioverebbe se Giorgia Meloni rimanesse per tutta la legislatura al governo? Alla Leonardo, che sta facendo affari d'oro soprattutto dopo i contratti stipulati con gli Emirati Arabi Uniti e con la Turchia?
“Una famiglia forte, radicata nella fede, è la prima linea di difesa in un mondo in rovina” (Charlie Kirk, 1993-2025) Colpisce ancora l’...
Colpisce ancora
l’odio progressista (e, stando ai fatti, “progressivo”) dei jihadisti woke
della composita e (a tratti) liberal-democratica società statunitense. Questa
volta non si tratta di minacce, censura o procedimenti disciplinari inferti a
qualche professore universitario (come Jordan B. Peterson) o ad altri presunti
“neofascisti” conservatori, bensì di un colpo fatale che ha spezzato la vita al
tanto amato quanto odiato trentunenne Charlie Kirk. Una morte improvvisa, avvenuta
il 10 settembre, causata da un proiettile sparato con precisione al collo di
Kirk da un cecchino, mentre l’audace conservatore trumpiano stava tenendo uno
dei suoi consueti dibattiti aperti al campus della Utah Valley University.
Devoto cristiano
evangelico (vicino alla conversione cattolica), marito e padre amorevole, da
sempre impegnato nella difesa dei valori cristiani e della libertà di parola,
Charlie Kirk ha affrontato con coraggio ed enorme dedizione folle di collegiali
woke schierati a favore di aborto, immigrazionismo clandestino e ideologia
gender. Era noto per la sua appartenenza al movimento MAGA e per l’instancabile
attivismo nella sua onlus “Turning Point USA” (rete studentesca co-fondata con
Bill Montgomery alla tenera età di 18 anni e oggi diffusa in migliaia di
campus, capace di ispirare milioni di giovani a pensare con la propria testa).
La presenza sulle reti sociali e il successo del suo podcast (“The Charlie Kirk
Show”), oltre a numerose apparizioni pubbliche e provocatorie nei campus
universitari, lo avevano reso inarrestabile e alquanto scomodo alla comunità
progressista.
Rimarranno nella
storia i suoi arguti dibattiti nei college (da lui considerati campi di
indottrinamento al pensiero di sinistra ed ostacolo ad una sana ed efficiente
istruzione) dove, invitando anche i woke più estremi e ostili al confronto
libero e diretto, rispondeva con maestria e schiettezza alle obiezioni e
provocazioni più assurde lasciando (quasi) sempre spiazzati i suoi più
inferociti interlocutori. I temi più dibattuti sono stati: l’aborto (fermamente
condannato da un dichiarato “pro-vita” come Kirk), l’apertura dei confini
nazionali e il giustificazionismo dell’immigrazione clandestina (tanto cara e
difesa dai paladini woke), la libertà di parola e di religione (argomento
scottante per i giovani progressisti, sempre molto inclusivi con i musulmani e
le loro pretese, ma severi censori del cristianesimo), le folli politiche di
“inclusione” di transgender e altri soggetti non ascrivibili al
“discriminatorio e bigotto” (ma pur sempre “naturale”) sistema binario in
competizioni sportive, prigioni, bagni pubblici, spogliatoi ecc., i benefici
della politica Trump sulla vita ed economia americana, il libero mercato, il
governo limitato e la libertà (oltre che responsabilità) individuale. In
relazione a questi ultimi temi Kirk, come altri noti conservatori, ha sempre
criticato (fornendo dati incontestabili) i sistemi socialisti, comunisti e
quelli improntati su forme di anarchia sociale (sostenuti da lobby neomarxiste
come Black Lives Matter ed estremisti ecologisti legati a Greta Thunberg).
Insomma, un boccone troppo amaro per il collegiale medio americano, intriso di
contorte ideologie e di quel patologico vittimismo che contraddistingue larga
parte della gioventù cresciuta sotto i governi Obama/Biden, il costante
bombardamento di messaggi luciferini (provenienti da musica e film) e di una
narrazione contraddittoria e falsata da personaggi politici e autorità
scolastiche. Ultimo ma non meno importante, la sua critica ad Hamas e alle
ondate di chiara discriminazione e violenza nei confronti di studenti ebrei da
parte di pacifici rivoltosi woke “propal” armati di bandiere palestinesi e
arcobaleno (non per tutti un chiaro ossimoro) ma incapaci di indicare su una
cartina la striscia di Gaza o di comprendere le origini di questo doloroso
conflitto.
È innegabile che
Charlie avesse un dono speciale: nessuno come lui sapeva toccare il cuore dei
giovani attraverso la verità e l'esercizio della ragione. Usando il dialogo
costruiva ponti, dove altri alimentavano divisioni, in grado di unire persone
diverse nella sola autentica Verità che alberga in fondo all’animo di ciascun
uomo. Sapeva ascoltare, incoraggiare i giovani a porsi domande su quanto veicolato
dalla narrazione dominante. Invitava inoltre ragazzi e ragazze a non rinunciare
a matrimonio e figli per una vita incentrata sulla sola carriera professionale.
Charlie credeva fermamente che la verità si forgiasse nel dialogo e non nel
silenzio imposto dalla paura. Come diceva lui stesso: “Quando le persone
smettono di parlare, è allora che avviene la violenza. È allora che avvengono
le guerre civili perché inizi a pensare che l'altra parte sia così malvagia, e
perde la sua umanità”.
Messaggi di sentito
cordoglio sono arrivati dall’amico presidente Donald Trump, da Benjamin
Netanyahu e dal fronte conservatore ma anche dalla nostra onlus Pro Vita e
Famiglia che lo ha ricordato come un martire nella lotta a difesa della
Famiglia e della Vita fin dal suo concepimento. Mentre sorge il timore di nuovi
attentati a personalità conservatrici (quali Matt Walsh, Ben Shapiro, Michael
Knowles e Douglas Murray) vicine a Kirk e impegnate in prima linea nelle stesse
campagne, tutti noi ci uniamo in preghiera affinché non accadano più tali
tragedie e ci siano sorveglianza e sistemi di sicurezza più incisivi in
occasione di simili comizi. Un proiettile sventato (come accaduto al presidente
Trump) può arrivare a destinazione in successive occasioni. Il brutale omicidio
di Kirk è un triste e chiaro promemoria che la libertà non è mai scontata.
Charlie mancherà a moltissime persone ma la sua eredità rimarrà nel cuore di
chi lo ha amato e forse anche in quello di alcuni suoi detrattori ai quali è
stata sempre data piena libertà di controbatterlo e accusarlo di bigottismo e
fascismo.
Irene Visciano
Mi trovo con un amico nepalese che ad un certo punto mi chiede: “Ma tu sai cosa sta accedendo in Nepal?”. “No, veramente”, rispondo io. ...
Mi trovo
con un amico nepalese che ad un certo punto mi chiede: “Ma tu sai cosa sta
accedendo in Nepal?”. “No, veramente”, rispondo io. “Il governo si è dimesso”,
incalza lui, “Hanno protestato i giovani dai 18 ai 28 anni, ed erano 100.000 a
Katmandu”. “Per la popolazione del Paese sono tanti” osservo io. “Sì, perché il
capo del governo aveva vietato l’uso delle reti sociali in tutta la Nazione,
escluso Tik Tok”. “E questo appena tornato dalla Cina”, aggiunge lui, per farmi
capire meglio. Le proteste sono state contro il divieto di usare le piattaforme
sociali (ben 26, tra cui Facebook, Instagram, X, Youtube, What’s up) e contro
la corruzione. E’ quella che i media hanno chiamato “la rivoluzione della
generazione Z”. Il governo aveva imposto il coprifuoco e l’esercito aveva
ripreso il controllo delle strade della capitale. Le proteste però erano
continuate e i manifestanti avevano bloccato strade, assaltato palazzi dei
politici e appiccato incendi, suscitando la reazione delle forze armate. E’
stato dato a fuoco anche il Parlamento. In tutto ci sono stati 22 morti e circa
400 feriti.
Io però voglio rendermi conto anche della
situazione istituzionale. “Quindi adesso non c’è un governo?” “Certo, come
tempo fa in Bangla Desh”. Poi soggiunge: “il presidente dovrà scegliere un
altro candidato”. “Ma scusa, il presidente del Nepal si è dimesso?”. “Sì”,
risponde lui. “E come si chiama?”. “KP Sharma”. “Ma è anche capo del governo?”.
“Sì”, dice lui, ma nella sua voce avverto una qualche incertezza. “Allora il
Nepal è una repubblica presidenziale?”. Lui risponde affermativamente, ma è
ancora più titubante. Io però non sono convinto, e incalzo: “E come si chiama
il presidente della repubblica?”. “Ram Chandra Poudel”. “Ma allora non è una
repubblica presidenziale, bensì parlamentare!” concludo io. “Se fosse stata
presidenziale il capo dello Stato e il capo del governo sarebbero la stessa
persona!”. “Sì”, ammette lui, “KP Sharma è il primo ministro, mentre Ram
Chandra Poudel è il presidente della repubblica”.
Poi lui continua: “Adesso il presidente dovrà
nominare un altro capo del governo, perché al momento non c’è nessuno”. E
aggiunge: “Forse domani…”. “Ma adesso chi comanda, in Nepal?”. “L’esercito”,
risponde lui. Vengo a sapere che c’è stato un incontro tra il movimento
giovanile di protesta e le forze armate. Vengo a sapere inoltre che il
presidente della repubblica era scappato in elicottero per sfuggire alle
violenze dei manifestanti. Tornato, ha poi nominato “ad interim”, cioè
temporaneamente, il precedente capo del governo, KP Sharma, fino all’insediamento
del nuovo esecutivo.
Insomma, il mondo sta diventando sempre più una
polveriera, in questa “terza guerra mondiale a pezzi”, per usare un’espressione
di Francesco. Ma nello stesso tempo assistiamo a dei movimenti di protesta dal
basso, come questo guidato dai giovani nepalesi, che arrivano addirittura a
costringere il governo a dare le dimissioni. I popoli devono riprendere in mano
la loro sovranità e poter decidere il cambiamento, come è avvenuto in questi
giorni in Nepal.
Poi, se vogliamo proprio dirla tutta, cioè risalire alle cause di questa rabbia incontrollata e apparentemente esagerata, il Nepal è sempre stato uno dei Paesi più poveri del mondo e i giovani faticano moltissimo a trovare lavoro, tanto che circa un terzo della popolazione nepalese è emigrato all'estero. Per non parlare della corruzione, che arriva a livelli altissimi ed è una vera piaga nazionale.
Ho insegnato per quasi quarant’anni nelle scuole statali italiane: i primi cinque anni Religione cattolica, i rimanenti trentacinque diritto ed economia politica, sempre in Istituti superiori, tecnici commerciali e industriali. Credo di aver passato un po’ tutta la città metropolitana di Milano e oltre, essendo stato docente al Falcone-Righi di Corsico, all’Alessandrini di Abbiategrasso, all’Ettore Conti e al Curie/Sraffa di Milano, solo per citare le scuole nelle quali ho lavorato di più.
Paradossalmente ho imparato più l’economia politica, in quanto ho dovuto studiarmela da solo volta per volta e non c’è modo di imparare più efficace di quello di dover insegnare ad altri una materia, in quanto uno è costretto a capire veramente le questioni e a comunicarle in maniera semplice e chiara. Per questo l’unico libro che ho scritto, almeno per adesso, è un testo di economia politica per terza e quarta ragioneria, edito dalla Le Monnier nel lontano 2005, che avevo scritto con la collaborazione di una collega ed amica, Marilena Cinti. Il testo aveva avuto inizialmente un grande successo, poi man mano questo successo è andato diminuendo, forse perché il libro non era “enciclopedico” ma presupponeva un docente che spiegasse gli argomenti in classe e non si limitasse ad assegnare le pagine da studiare agli alunni.
Comunque l’insegnamento non è mai stata la mia unica occupazione: l’altra mia passione è sempre stata il canto: ho iniziato a cantare in un coro polifonico della parrocchia San Protaso da quando avevo vent’anni e tutt’ora canto la musica sacra; poi dal 2009 ho cominciato a cantare l’opera, nella Corale Lirica Ambrosiana, imparando una quindicina di opere come corista (baritono). Sono stato per sei anni nel Coro Sinfonico della Verdi di Milano, e adesso canto su richiesta in singole produzioni.
Mi sono sempre occupato di attualità: ero famoso nelle scuole perché invitavo personaggi di spicco e di spessore intellettuale, controcorrente rispetto all’andazzo dominante di sinistra: a Corsico Magdi Cristiano Allam, al Curie/Sraffa Giorgio Bianchi e Moni Ovadia, per citare i più significativi.
Per la mia posizione controcorrente sono stato violentemente attaccato da quasi tutti i presidi nei quali mi sono imbattuto: il preside Liborio Scillia dell’Alessandrini di Corsico cercò in tutti i modi di sanzionarmi perché avevo denunciato l’autogestione, che impediva a chi voleva di far lezione, già nel 1995, appena arrivato ad Abbiategrasso; da allora tutti i presidi, che si sentono immediatamente quando un “reprobo” capita nel loro Istituto, mi hanno perseguitato. Il preside Dario Manzo del Falcone di Corsico, iscritto alla CGIL e attivista del Partito Democratico, riuscì ad aprire contro di me ben 9 (nove) procedimenti disciplinari nel giro di sei anni: un primato che credo sia difficile da superare, soprattutto in un mondo nel quale la stragrande maggioranza della gente cerca solo di non avere problemi. Ma il bello arrivò dopo: la preside Maria Vittoria Amantea, succeduta a Dario Manzo, mi denunciò penalmente perché avevo criticato il Corano durante una delle mie lezioni. La cosa durò cinque anni, risolvendosi in una assoluzione completa. Sorte diversa ebbe invece la segnalazione per aver criticato la Shoa’, sostenendo che il numero di 6.000.000 di morti ebrei fosse enormemente gonfiato. Lì la questione non fu penale bensì amministrativa, e ho avuto l’onore di essere sospeso in via cautelativa nientepopodimeno che dallo stesso Ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Valditara. Il quale, senza neanche sentirela mia versione, cedette totalmente alle affermazioni di Enrico Mentana e soci, che mi dipinsero come “negazionista” e fece scattare il provvedimento in un batter d’occhio. Io impugnai il provvedimento ma in questo caso perdetti la causa, sia in primo che in secondo grado e addirittura in Cassazione. Posso asserire, in seguito a tali vicende, di essere stato perseguitato esclusivamente per espressioni del pensiero e mai per problemi didattici.