Con gioia comunichiamo la promulgazione del Decreto che istituisce uno speciale Anno Giubilare in commemorazione dell’ottavo centenario del transito di San Francesco d’Assisi. Sua Santità Papa Leone XIV ha stabilito che, dal 10 gennaio 2026 al 10 gennaio 2027, si celebri questo Anno di San Francesco, durante il quale tutti i fedeli cristiani sono invitati a seguire l’esempio del Santo di Assisi, diventando modelli di santità di vita e testimoni instancabili di pace. La Penitenzieria Apostolica concede l’indulgenza plenaria, alle consuete condizioni, a quanti parteciperanno devotamente a questo straordinario Giubileo, che rappresenta un’ideale continuazione del Giubileo Ordinario del 2025.Questo Anno giubilare è rivolto in modo particolare ai membri delle Famiglie Francescane del Primo, Secondo e Terzo Ordine Regolare e Secolare, così come agli Istituti di vita consacrata, alle Società di vita apostolica e alle Associazioni che osservano la Regola di San Francesco o si ispirano alla sua spiritualità. Tuttavia, la grazia di questo anno speciale si estende anche a tutti i fedeli, senza distinzione, che, con l’animo distaccato dal peccato, visiteranno in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa conventuale francescana o luogo di culto dedicato a San Francesco in qualunque parte del mondo. Gli anziani, i malati e quanti, per gravi motivi, non possono uscire di casa, potranno ugualmente ottenere l’indulgenza plenaria unendosi spiritualmente alle celebrazioni giubilari e offrendo a Dio le loro preghiere, i loro dolori e le loro sofferenze. In questo tempo di celebrazione, che corona otto secoli di memoria francescana, invitiamo cordialmente tutti i fedeli a prendere parte attiva a questo eccezionale Giubileo. Il luminoso esempio di San Francesco, che seppe farsi povero e umile per essere un vero alter Christus sulla terra, ispiri i nostri cuori a vivere nella carità cristiana autentica verso il prossimo e con sinceri desideri di concordia e di pace tra i popoli. Sulle orme del Poverello di Assisi, trasformiamo la speranza che ci ha resi pellegrini durante l’Anno Santo in fervore e zelo di carità operosa. Questo Anno di San Francesco sia per ciascuno di noi un’occasione provvidenziale di santificazione e di testimonianza evangelica nel mondo contemporaneo, a gloria di Dio e per il bene di tutta la Chiesa.
Confessione sacramentale per essere in grazia di Dio (negli otto giorni precedenti o seguenti);
Partecipazione alla Messa e Comunione eucaristica;
Visitare in forma di pellegrinaggio qualsiasi chiesa conventuale francescana o luogo di culto dedicato a San Francesco in qualunque parte del mondo, dove si rinnova la professione di fede, mediante la recita del Credo, per riaffermare la propria identità cristiana;
La recita del Padre Nostro, per riaffermare la propria dignità di figli di Dio, ricevuta nel Battesimo;
Una preghiera secondo le intenzioni del Papa, per riaffermare la propria appartenenza alla Chiesa, il cui fondamento e centro visibile di unità è il Romano Pontefice
Mercosur, Meloni firma e neutralizza il no di Macron. Ma per gli agricoltori non c’è vittoria. Ecco chi ci guadagna
di Luisiana Gaita
La presidente del Consiglio parla di "garanzie ottenute”. Ma l'intesa e le promesse non convincono chi protesta in piazza con i trattori e neppure gli ambientalisti.
Giorgia Meloni lo ha detto: per dare l’ok all’accordo Mercosur “abbiamo messo in equilibrio interessi diversi”. Quelli dell’industria, quelli dell’agricoltura e quelli geopolitici. E quando ci sono troppi interessi in gioco, c’è il rischio che qualcuno perda. Così, mentre gli agricoltori manifestavano per le strade di Milano, con una protesta organizzata da Riscatto agricolo Lombardia e l’intero Coapi, Coordinamento agricoltori e pescatori italiani e i trattori bloccavano il traffico in Spagna, Francia e altre nazioni per dire no all’intesa negoziata per un quarto di secolo, i rappresentanti permanenti degli Stati membri riuniti a Bruxelles nel Coreper davano il primo via libera alla firma dell’accordo di libero scambio con il blocco sudamericano del Mercosur che comprende Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay. E avviavano la procedura scritta per l’adozione formale delle decisioni.
Io sono sempre più restio a scrivere,
perché vedo che la stragrande maggioranza degli articoli o dei commenti che
vengono pubblicati sono “di pancia” oppure rozzamente ideologici e di parte.
Poi mi è capitato di leggere l’articolo di Marcello Veneziani del 21 dicembre
su “La Verità”. Tale scritto tenta un bilancio di questi tre anni del governo Meloni.
Ho letto e riletto l’articolo, cercando un giudizio un attimino approfondito e
soprattutto cercando qualche riferimento a fatti, a decisioni prese dal governo,
ma niente da fare: solo generiche affermazioni adattabili peraltro a qualunque
tipo di esecutivo. Allora mi sono detto: “se questo, che viene considerato uno
dei massimi “pensatori” del centro-destra, può scrivere questo cumulo di
banalità, degno di una portinaia (con tutto il rispetto per le guardiane dei
condomini), che cosa mi impedisce di farlo anch’io?”.
L’articolo esordisce con la solenne
affermazione che “tutto è rimasto come prima”, dopo oltre tre anni di “Gioggia”.
Già questo mi lascia un po’ perplesso, in quanto, da misero insegnante di
economia politica, oltre che di diritto, ho sempre saputo che non esiste una
posizione statica, nelle questioni economiche: o si va avanti o si torna
indietro. Per esempio, se io prendo una pensione di 2000 euro e me la aumentano
di 3 euro mentre l’inflazione è all’1,8 per cento, non c’è nemmeno l’adeguamento
al costo della cita e io perdo 36 euro al mese. Sempre dando per scontato che
le cifre comunicate dall’ISTAT rispecchino la realtà effettiva dell’aumento dei
prezzi, perché se l’aumento dei prezzi fosse superiore ci perderei ancora di
più. Insomma, per esserci un aumento reale esso deve essere più alto del tasso
d’inflazione. Comunque, era per dire che la frase “tutto è rimasto come prima”
è la quintessenza del vuoto cosmico della ragione, quando non viene utilizzata
per dare giudizi sulla realtà ma solo osservazioni che non scontentino nessuno.
E soprattutto non scontentino i proprietari del giornale sul quale si scrive,
che potrebbero adontarsi per critiche più pesanti di qualche ovvio luogo
comune.
Ma venendo alla nostra Giorgia
nazionale, la prima constatazione da fare è che di “nazionale” lei ha fatto ben
poco: la sua preoccupazione principale, durante tutto questo periodo, è stata
quella di mandare soldi ed armi all’Ucraina, Paese che non fa parte né dell’UE
né della Nato. La difesa a tutti i costi di Zelensky, i baci e gli abbracci a
tale individuo losco non sono saltati un minuto. Qualunque scandalo ci fosse
stato, qualunque acquisto eseguito dal guitto eroinomane non hanno scalfito la
fede assoluta che la Meloni ha sempre riposto in lui. E che continua a riporre:
un'altra elargizione di 90 miliardi è stata recentemente decisa. Si dira’: ma è
un prestito! Come se il regime ucraino si fosse distinto per la correttezza in
campo economico e militare! Come se l’Ucraina non commerciasse nella rivendita
delle armi che le vengono date! Ma tamt’è: Giorgia ha deciso di stare dalla “parte
giusta” e contro la Russia in tutti i modi, facendo interrompere la fornitura
di gas russo e facendolo acquisire (liquido) ad un prezzo cinque volte
superiore. Però è gas “buono”, perché è “yankee”! Come sono “buoni” anche i missili
statunitensi, che Giorgia vuol far acquistare per 300 milioni di euro, come se
non avessimo armi a sufficienza!
E che dire dei contratti che ha fatto
stipulare dalla Leonardo per la vendita di armamenti per l’importo di 40
miliardi di dollari con gli Emirati Arabi Uniti? O quelli con la Turchia di
Erdogan, che va bene perché fa parte della NATO? Anche queste decisioni
consistono nel non far niente? Nel lasciare tutto come prima?
La realtà, che pochi vogliono
ammettere, è che con questo governo si è raggiunto un grado di bellicosità e di
attività di produzione di armi mai raggiunto nel dopoguerra; la Leonardo fa
ottimi profitti, ma la gente comune stringe la cinghia per arrivare alla fine
del mese. Con questo governo si è accentuato il processo di “proletarizzazione
del ceto medio”, per citare Marco Rizzo, e ciò è veramente paradossale con un
governo che in teoria sarebbe di centro-destra. Ma che ha favorito il sistema
bancario in maniera un attimino esagerata, tanto che tra le prime dieci imprese
italiane adesso figurano sette banche. E certo, molte grandi imprese non sono
più italiane, avendo trasferito la sede legale all’estero. Con questo governo
continua imperterrita la lotta delle banche al contante; in Italia sono sparite
le banconote da 500 euro e sono viste con grande sospetto quelle da 200 e
addirittura quelle da 100! Ciò non succede in altri Paesi: in Francia, ad
esempio, non hanno nessun problema ad accettare le banconote di grande taglio.
Si dirà: ma è per la lotta alle attività illegali! Con la scusa di contrastare
la malavita si penalizzano soprattutto le piccole e medie imprese, che sono il
fulcro dell’economia italiana. Si indottrina la gente sull’utilizzo dei mezzi
di pagamento elettronici, facendoli passare come necessari per essere “al passo
con i tempi”, mentre il contante sarebbe “antiquato”. E te credo, le banche
hanno fatto, nel 2023, 9 miliardi di euro di guadagni solo con le commissioni
relative ai bancomat e alle carte di credito! Un mio amico che gestisce un piccolo
ristorante con quattro dipendenti, mi ha detto che, se lui non dovesse pagare
le commissioni bancarie, avrebbe uno stipendio: potrebbe assumere una
persona in più.
Questo non significa “lasciare tutto
come prima”, perché ci si ingerisce nell’economia in maniera invasiva,
condizionando l’andamento del mercato. Come si condiziona l’andamento delle
attività favorendo le imprese cinesi, che sono considerate “al di fuori” delle
leggi italiane e non vengono sottoposte a controlli, potendo permettersi, loro
sì, di pagare immediatamente con i contanti anche l’acquisto di esercizi
commerciali o di immobili. Anche in questo caso la situazione, con il governo
Meloni, è addirittura peggiorata e siamo invasi da locali gestiti da gente dell’Estremo
Oriente.
Ma vogliamo parlare poi del milione
di euro dato ad una organizzazione terroristica islamica per il rilascio di una
italiana che peraltro si era convertita all’Islam? Questo è accaduto con
Meloni. E con Meloni si è raggiunto un numero di immigrati clandestini che ha
fatto impallidire le ondate precedenti: circa 300.00 in tre anni!
Però, a dire il vero, qualcosa mi
sembra cambiato, nella politica italiana: la faccia tosta di Meloni nel dire,
con estrema convinzione, tutto e il contrario di tutto a seconda delle
circostanze e nel fare esattamente l’opposto di quanto blaterato in campagna
elettorale. Nel non avere la minima coerenza e nel non cercare nemmeno di “salvare
l’apparenza”, continuando ad affermare ipocritamente di fare l’interesse degli
italiani.
In sintesi, non riesco a capire il
vantaggio di avere un governo di centro-destra invece che un altro governo: l’argomentazione
più diffusa, da parte di coloro che devono a tutti i costi giustificare l’attuale
esecutivo, è che “se ci fosse la sinistra sarebbe peggio”.
A questo riguardo mi
permetto di dare al governo un suggerimento per una proposta di emendamento
alla legge di bilancio 2026: uno stanziamento di fondi per la costruzione di
una statua ad Elly Schlein e a Giuseppe Conte. Senza di loro, infatti, la Meloni
non sarebbe ancora lì.
Quest'anno le assi del Piermarini risuonano della violentissima e titanica musica di Dmitrij Schostakovič, di cui corre il 50esimo anniversario della scomparsa.
Un titolo particolarissimo e di non facile ascolto per gli amanti del melodramma nostrano di Verdi o Puccini. Il primo ostacolo è linguistico poiché il libretto è in russo.
Prima di parlare di regia e cast mi sembra doveroso fare un grandissimo plauso alla magnifica orchestra della Scala che ha fatto tremare la sala con dei "fortissimo" raramente uditi con una pasta timbrica impareggiabile nei pianissimo e una ritmica eseguita alla perfezione e al limite della maniacalità ossessiva.
Va di conseguenza medesimo plauso al Maestro R. Chailly che con bacchetta efficacissima tiene le redini di questa poderosa orchestra e dei meccanismi strutturali dell'opera stessa.
Parlando invece della regia di Vasily Barchatov (lo stesso "scandaloso" regista della Turandot messa in scena al San Carlo di Napoli) , escluso il primo atto in cui era doveroso, se non necessario, creare un sentimento totale di disgusto, ribrezzo e irrecivibilità per la abbietta scena di stupro ahimè edulcorata, è abbastanza aderente drammaturgicamente al libretto.
Elegante e fredda la resa scenica di Zinovij Margolin e le luci di Alexander Sivavev che hanno ben reso le analessi volute, ma non scritte dai librettisti e dal compositore, dal regista.
Splendidi i costumi di Olga Shaishmelashvili, forse però rendono poco la gutturalità sorda e cieca della Russia zarista e del borghese arricchito ma ignorante.
Plauso a metà per i solisti. A. Rolavets produce un ricco personaggio psicologico ma un po' povero in alcun punti vocali nel suocero; Y. Akimiv invece brilla vocalmente come figlio e "marito legittimo" di Katerina con qualche problema di vibrato largo.
S. Jakubjak , la protagonista la vera Lady Macbeth, riluce di personalità data da libretto ma tende a portare indietro il suono e la pronuncia è molte volte poco intellegibile.
N. Mavljanov, Sergej amante di Katerina, brilla poco nel primo atto e per vocalità e per presenza scenica, ma dal secondo atto in poi svela le doti canore e la profondità psicologica di un "Pinkerton" qualsiasi.
Tutto il lungo reparto di comprimari ben si muove e ben canta le proprie parti in maniera puntuale e precisa.
Grande delusione per la scena madre del primo atto, lo stupro ai danni di Katerina da parte di Sergej che diventa goffo al limite del comico mentre la musica indica e incalza una violenza inaudita e difficile psicologicamente da digerire, magistralmente dipinta dall'orchestra.
Dubbi altissimi per il finale atroce che vedrebbe la protagonista e Sonetka, magistralmente interpretata dalla bronzea voce di E. Maximov, annegare ma che invece vede le due bruciate vive.
Altro grandissimo plauso al coro, egregiamente diretto dal M° A. Malazzi , vero secondo protagonista al pari dell'orchestra.
In generale un opera magnificente, cruda, abbietta, inascoltabile quindi sublime nel senso romantico e Kantiano di "orrore dilettevole" che dipinge un umanità sgomenta , paurosa di se stessa che grida, urla , il proprio dolore attraverso la furia cieca e la NON redenzione.
Orchestra, coro e direttore M° Chailly eccelsi, quasi in mistica apoteosi ma, ahimè, regia deludente per troppi dettagli e appuntamenti mancati.
Non
esiste, nel mondo di oggi, una religione che sia più osteggiata del
cristianesimo: si calcola che oltre 380 milioni di cristiani siano perseguitati
e discriminati a causa della loro fede. Nel Medio Oriente, terra natale di
Cristo e dei primi suoi seguaci, la presenza cristiana rischia addirittura di
sparire: è stata ridotta, da circa un milione e mezzo di fedeli, a poche
migliaia. Chiese antichissime, ricche di storia e di tradizioni, sono ormai una
sparuta minoranza, anche per l’esodo dei cristiani, che cercano condizioni di
vita migliori in altri Paesi.
Ma
in questo periodo l’epicentro della persecuzione è in Africa, soprattutto in
Nigeria, Paese nel quale, solo negli ultimi duecento giorni, sono stati uccisi
oltre 7000 cristiani e non meno di 7800 sono stati rapiti. L’ultimo fatto
allucinante è il rapimento di 303 studenti della Saint Mary Catholic School di
Papiri ad opera di Boko Haram. Alcuni di questi ragazzi suno riusciti a fuggire
(una cinquantina) ma gli altri rischiano di essere ammazzati dagli estremisti
islamici. Una piccola parentesi: sapete cosa significa l’espressione “Boko
Haram”? Vuol dire: “L’istruzione occidentale è peccato”. E per “istruzione
occidentale i terroristi islamici intendono anche quella cristiana, tanto è
vero che attaccano scuole ed Università, nelle quali si forma la gioventù. Così
hanno fatto in Kenya nel 2015, quando hanno massacrato 148 studenti di un college. Così hanno fatto in Algeria, perché nelle
Università di Orano e Algeri andava a studiare tutta l’Africa. Per inciso, in
Algeria, negli anni ’90 del secolo scorso, ci fu una vera e propria guerra ,
condotta dai fondamentalisti, per islamizzare la Nazione, con 200.000 morti,
villaggi dati a fuoco ed ogni sorta di nefandezze.
Ciò
che lascia veramente basiti è l’inerzia quasi totale delle autorità, a
cominciare dall’Unione europea, che non ha ancora nominato il rappresentante
per la libertà religiosa. Vi sono ogni tanto delle dichiarazioni, come quella
di Donald Trump sulla Nigeria, alle quali però non segue alcuna reale decisione
e che quindi non sortiscono alcun effetto: le stragi e i rapimenti continuano
come se niente fosse. I cristiani in tanti Paesi sono tutti dei potenziali
martiri e spesso lo diventano, mentre l’Occidente tollera queste uccisioni e fa
di tutto per non vedere. E’ vero che la persecuzione dei cristiani è sempre
stata una costante, nel tempo; però si sono alternate delle fasi più miti a
fasi di recrudescenza. Quella attuale sembra la fase più violenta del tentativo
di annientare la presenza cristiana, perché avviene a livello planetario e con
acquiescenza da parte dei potenti.Da ultimo mi chiedo: “dove prendono le armi,
queste organizzazioni terroristiche islamiche? Non mi risulta che vi siano
fabbriche di armi, in Africa. Probabilmente le comprano dal Qatar e dagli
Emirati Arabi Uniti, i quali a loro volta le comprano dall’Occidente (Italia
compresa). Colei che afferma di essere “complice della pace”, infatti, ha
siglato, tanto per fare un esempio, una serie di accordi per la vendita di armi
della Leonardo agli Emirati Arabi Uniti per un valore di 40 miliardi di
dollari. Non c’è male, come modalità di
portare la pace in Africa!
Sempre più spesso, in questo
periodo, stanno avvenendo rivolte contro i regimi da parte della popolazione
infuriata, e talvolta le proteste assumono la forma di una vera e propria
rivoluzione Questo è sicuramente ciò che è accaduto in Nepal, dove i giovani hanno
guidato la rabbia della gente e hanno dato l’assalto ai palazzi dei politici,
arrivando addirittura a dar fuoco al Parlamento. La protesta è stata così forte
che il governo si è dimesso ed ora c’è una amministrazione provvisoria per sei
mesi, per rendere possibili nuove elezioni.
Io sto seguendo la
questione dall’inizio, ma faccio molta fatica a fidarmi dell’informazione dei
media italiani, e preferisco chiedere direttamente ai miei amici nepalesi. L’altro
ieri, per esempio, durante una festa dell’Associazione dei nepalesi residenti
all’estero alla quale ero stato invitato, ho chiesto ad uno di essi di
raccontarmi le cose fondamentali di questo cambiamento. Lui mi ha detto. “è
stata una rivoluzione!”. Poi ha aggiunto. “tutto il mondo ne parla, ma in
Italia no”. “Ci sono stati 80 morti e circa 4000 feriti”. “L’esercito sparava
direttamente sulla gente; i soldati miravano alla testa e al cuore, per
ammazzare, mentre dovrebbero prima sparare in aria e poi nelle gambe”. E
continuava a ripetere: “sparavano nella fronte, per uccidere!”. Poi aggiunse. “il
primo giorno sono stati i giovani, poi c’erano degli uomini che ci sapevano
fare….”. “professionisti”, suggerisco io. “Sì, esatto, proprio professionisti”.
Ma se un popolo mite
come quello del Nepal arriva a tanto, penso io, la situazione deve essere stata
veramente grave! Io conosco tante persone di quel Paese e noto che tutti
lavorano, anzitutto: non c’è nessuno che non faccia nulla e non mi risulta che
nessuno di loro spacci droga o sia nel giro della prostituzione, come invece
avviene in altri gruppi etnici. Amano trovarsi per mangiare la cucina nepalese
e per danzare i balli della loro Nazione, ed è immancabile il coro in piedi
per l’inno nazionale. Fanno molte feste induiste e talvolta anche buddiste, ma
non disdegnano di organizzarsi anche per il Natale.
Quindi, cari
giornalisti nostrani, una domanda potreste porvela. Evidentemente la corruzione
dei politici era arrivata ad un punto eccessivo, per cui quando il governo ha
vietato l’uso delle piattaforme sociali escluse quelle cinesi la popolazione
non ne ha potuto più e si è ribellata.
Ma cosa fanno i
nostri addetti all’informazione, per non far pensare la gente? Enfatizzano
delle notizie marginali per ridimensionare quelle veramente importanti: mandano
in onda un servizio di dieci minuti sui cinque italiani morti in Nepal per
evitare di parlare in maniera approfondita di quanto sta succedendo in quel
Paese. Ora, è chiaro che la disgrazia che ha colpito quei nostri sventurati
connazionali è una tragedia, ma dieci minuti in un telegiornale sono un’eternità,
ed è il modo con il quale si vuole catalizzare l’attenzione su quel fatto,
trascurando la questione veramente importante, cioè la rivoluzione avvenuta dal
basso.
Si ha l’impressione
che l’informazione italiana, salvo rari casi, sia tutta per il potere
costituito e non veda di buon occhio la partecipazione popolare, che spesso
viene etichettata come “i ribelli”. Ribelli a chi? All’ordine costituito, che
viene considerato giusto ed immutabile. Il popolo deve sottostare a chi comanda,
chiunque esso sia.
Altro esempio
lampante, che anch’esso ho seguito da vicino, è quello delle ultime elezioni in
Camerun: è stata data una notizia laconica, che Paul Biya è stato rieletto. Dei
50 morti e centinaia di feriti, nessuna traccia. Dell’arresto di un camerunense,
a Roma, che aveva pacchi di schede truccate per far vincere Paul Biya, meglio
non parlare. Della rivolta della gente del nord del Paese che ha marciato su Yaounde,
la capitale, perché il candidato dell’opposizione era del nord, tu ne hai
sentito dire qualcosa?
Beh, d’altronde i
regimi sono dittatoriali solo quando non sono allineati al potere occidentale,
no? Che un presidente della Repubblica faccia cambiare la Costituzione per rimanere
al potere vita natural durante e lo sia già da quarantatrè anni, questo non fa
porre alcuna domanda sulla reale democrazia in quel Paese. Basta che sia
filo-francese, filo-occidentale, et voila’.
Per cui se un uomo
di novantatrè anni viene eletto e il mandato presidenziale è di sette anni, come
in Camerun, si trova assolutamente naturale il fatto che egli possa rimanere al
potere fino all’età di cento anni.
Ieri, 8 novembre
2025, sono andato nel Duomo di Milano per il Giubileo dei cori. Uso il passato
prossimo invece del passato remoto, che sarebbe corretto nella lingua italiana,
non solo perché è una abitudine lombarda, ma anche in quanto subisco ancora l’effetto
di tale evento meraviglioso. Per me non è un fatto accaduto nel passato, ma un
avvenimento che ha cambiato il mio presente.
Il Giubileo delle
corali avrebbe dovuto svolgersi nel Santuario di Rho, ma la massiccia adesione
delle compagini musicali che servono la liturgia ne ha consigliato l’effettuazione
nella cattedrale milanese. Non ci saremmo stati, nel santuario di Rho! E questo
alla faccia di chi scrive che “la cristianità è davvero finita” e non ha alcuna
esperienza concreta della realtà ecclesiale!
E’ stato grandioso
vedere circa duemila coristi, appartenenti a centoquarantatrè cori liturgici
provenienti da tutta la Lombardia, cantare insieme! Seguire un unico direttore,
fare le prove, pregare come una sola cosa! L’organizzazione ci aveva
raggruppati per voce, dando a ciascuna voce una striscia distintiva di un
colore diverso: verde per i bassi, giallo per i tenori, blu per i contralti e
bianco per i soprani. Le donne, come sempre, erano molte di più degli uomini:
più del doppio, ma secondo me anche il triplo del cosiddetto sesso forte.
Ci siamo trovati
presto, verso le 08.15, per ottenere il “pass”, con il quale siamo entrati,
malgrado il disappunto dei turisti che non avevano capito essere la mattinata
riservata ad una celebrazione religiosa.
Una volta dentro
abbiamo provato i canti della prima parte e abbiamo ascoltato la meditazione di
don Fausto Gilardi sul significato dell’anno giubilare. Don Fausto è partito
dal Levitico: “conterai sette settimane di anni….il decimo giorno del settimo
mese farai echeggiare il suono del corno”, ed ci avevano fatto sentire il suono
del corno, per introdurci nella meditazione. Poi è stato letto il brano del
Vangelo di Luca in cui Gesù entra nella sinagoga di Nazareth e legge il rotolo
del profeta Isaia e qui abbiamo cantato la parte centrale del brano, in cui
dice “lo Spirito del Signore è su di me”, ed è stato emozionante! In seguito don
Fausto ha individuato dette percorsi spirituali per accompagnarci nella nostra
vita e nel servizio alle comunità.
Dopo la
meditazione guidata è stato lasciato un periodo di riflessione personale e di
possibilità di confessarsi, per ottenere l’indulgenza plenaria. Per fortuna
sono riuscito a confessarmi, malgrado le file fossero molto lunghe; uno degli
effetti del Giubileo è l’enorme numero di persone che si accostano al
sacramento della riconciliazione.
Ma la Messa è
stata il punto centrale e devo dire che anche l’omelia dell’Arcivescovo Mario Delpini
è stata molto bella, sul significato del canto e la sua utilità pedagogica;
alla fine egli ha anche richiamato la necessità di aiutare l’assemblea a
cantare bene, guidandola ed insegnando i canti.
Io ho partecipato
con il mio coretto della GMG (chiesa di Gesù, Maria e Giuseppe, in via Mac
Mahon a Milano); ho conosciuto coristi di Legnano, di Rho, di Monza, di Cantù,
per cui credo che la maggior parte dei partecipanti fosse di fuori Milano. Come
credo che la maggior parte dei coristi fosse di mezza età, se non addirittura
di tarda età. D’altronde io stesso ho appena compiuto sessantanove anni, e non
so se rientro nella categoria degli “uomini di mezza età” o nella “terza età”.
Ma forse
questo non interessa particolarmente a Colui del quale abbiamo cantato le lodi!