In questi giorni infuriano le polemiche intorno alla
scarcerazione di Youssef Siher, l’intellettuale trentenne di nazionalità
marocchina che è stato prima arrestato e poi scarcerato dal Gip Tiziana
Landoni.
Il Pubblico Ministero che chiedeva l’incarcerazione di Siher
adduceva come motivazione il “pericolo di fuga” e il “rischio di reiterazione
del reato”.
La Meloni e Salvini hanno registrato dei video nei quali
rilasciano dichiarazioni durissime contro il Gip che ha deciso la liberazione del
giovane. Meloni sostiene che sia una “decisione
vergognosa”, definendo il profilo di Siher “la pagina che incitava all’organizzazione
di quelle manifestazioni che poi abbiamo visto portare alla devastazione di
diversi esercizi commerciali di Milano”. Inoltre critica “una certa
magistratura” accusandola di rendere difficile per lo Stato normale difendere
persone perbene”.
La Verità scrive che i messaggi di Siher sono “idonei a
scatenare violenze”. Dai sostenitori del governo viene poi addotto il fatto che
la Gip abbia firmato un appello per Gaza e che quindi Tiziana Landoni sia una “pro-Pal”
ideologicamente schierata. Peccato che il manifesto dei giuristi a favore di Gaza
l’abbia firmato anche il pubblico ministero che ha disposto l’arresto del
giovane.
L’Associazione Nazionale Magistrati ha difeso l’operato del
Gip, stigmatizzando l’ennesimo attacco improprio del governo ad un potere che
deve mantenere l’indipendenza dall’Esecutivo, in un Paese civile.
Ma cosa avrebbe fatto Youssef Siher per meritare l’arresto?
Aprire due profili sulle reti sociali il 19 ottobre, cioè due giorni dopo le
manifestazioni del 17 ottobre? E’ sostenibile che si possa organizzare una
manifestazione dopo che sia avvenuta?
E quali erano i capi di imputazione? La frase più grave era
la seguente: “lo stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove,
Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a
questo presente infame”. Questo sarebbe il “fatto” considerato prova di “istigazione
a commettere delitti contro l’ordine pubblico”? E come sarebbe giustificata,
infine, l’aggravante di “terrorismo”?
Bisogna aggiungere che sono state utilizzate anche frasi
contenute nel computer di Siher, le quali, non essendo state pubblicizzate, non
potevano aver contribuito all’istigazione delle violenze. Ma poi, organizzare
una manifestazione anti-governativa consisterebbe automaticamente istigare alla
violenza? Dire che Giorgia Meloni se ne deve andare perché ha rovinato l’Italia
sarebbe un reato di “lesa Maestà”, perché la “donna, madre e cristiana” è stata
incoronata direttamente dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo?
Ma non è finita qui: dopo un po’ si scopre che Youssef Siher
non è proprio l’ultimo arrivato; è un giornalista, in quanto ha un profilo
anche sul sito dell’ISPI ed ha collaborato anche con “Il Fatto Quotidiano”.
Da tutta questa assurda vicenda si possono trarre alcune
conclusioni: il governo Meloni e i suoi accoliti, compresi “Il Giornale”, “La
Verità” e compagnia bella, cercano in tutti i modi di aizzare gli italiani uno
contro l’altro, per motivi di “permanenza al potere”. Vogliono rimanere sulle
loro poltrone, pur essendo totalmente incapaci di risolvere le problematiche
sollevate da chi protesta.
Come si permettano di ingerirsi in questioni che non sono di
loro competenza, non lo so: di fatto questo atteggiamento determina l’ennesimo
scontro di poteri, che non fa assolutamente bene alla Nazione. Questa signorina
e questi signori che la contornano forse farebbero meglio a fare ciò che gli
spetta: non la campagna elettorale in vista delle prossime elezioni, bensì
GOVERNARE.
E amministrare la cosa pubblica non significa alimentare le
divisioni e le contrapposizioni, o peggio ancora militarizzare il Paese per reprimere
le proteste, ma cercare di risolvere i problemi.
prof.
Pietro Marinelli
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