lunedì 27 gennaio 2025

IL VERO GIORNO DELLA MEMORIA

 Anche quest’anno viene celebrato il “Giorno della memoria” il 27 gennaio, in ricordo delle sofferenze del popolo ebraico in quello che è stato definito l’Olocausto. I sostenitori di tale evento affermano che mai nessun popolo ha sofferto come gli ebrei e che per tale ragione deve essere ricordato e propagandato il più possibile, affinché non si ripeta mai più.

Non starò qui a disquisire sulla questione in sé, che peraltro presenta molti aspetti discutibili, come ad esempio l’affermazione che siano morti più ebrei di quanti ne fossero presenti negli Stati occupati dai tedeschi. Si afferma infatti che ne siano morti 6.000.000, quando all’epoca gli ebrei presenti in tutta Europa (Unione sovietica e Polonia occupata dai sovietici escluse) erano circa 5.5000.00. Anche ammettendo che siano stati tutti uccisi (cosa che non sembra sostenibile), non si arriverebbe a tale numero. Inoltre i dati forniti dal Senato americano (fonte che non può essere definita antiebraica), sul numero degli ebrei presenti nel mondo, parlano di 15.319.359 nel 1940 e di 15.713.6381 nel 1950 (1). Secondo l’Annuario Mondiale (World Almanac), nel 1938 erano 15.688.259; dieci anni dopo, nel 1948, fra i 15.600.000 circa e i 18.700.000 circa (2). Se di ebrei ne fossero stati uccisi sei milioni entro il 1945, come avrebbe potuto essere tanto alto il loro numero negli anni immediatamente successivi? O si ipotizza che abbiano fatto figli a manetta, ma questo non è ragionevole, oppure avrebbe potuto esserci un fenomeno di conversione di massa, del quale però non c’è alcuna prova.

Il punto però è un altro: la questione della cosiddetta Shoah è stata sganciata da ogni possibile esame storico (e quindi critica) ed è stata fatto assurgere a dogma indiscusso e indiscutibile del pensiero dominante. Qualunque osservazione, anche velata, di messa in discussione di tale “dogma assoluto” viene ostracizzata e violentemente attaccata, per mettere a tacere l’importuno che osi cercare di ribaltare la narrazione dominante oppure semplicemente di porre alcune domande.

Ciò è contrario al metodo storico (se si tratta di un fatto avvenuto nella realtà va sottoposto al metodo adeguato) e anche ad ogni elementare principio di libertà democratica. Sento spesso dire da tante persone che siamo fortunati a vivere in un Paese democratico, nel quale ciascuno può liberamente esprimere le proprie opinioni, ma io ribatto che, se dobbiamo dire la verità, noi siamo liberi di dire tutto ciò che vuole il potere dominante: appena si sgarra dal pensiero unico, scatta la sanzione punitiva.

Senza andare tanto lontano posso riportare la mia stessa esperienza: due anni fa, il 26 gennaio 2023, ho osato dire, verso la fine di uno spettacolo di propaganda martellante, che il numero di 6.000.000 di morti ebrei nei campi di concentramento nazisti era gonfiato e che semmai 6.000.000 di morti (peraltro in stragrande maggioranza civili) li ebbe la Germania, sotto i bombardamenti anglo-americani. Apriti cielo! La questione è finita immediatamente sui giornali di regime. Sono stato attaccato visceralmente da Enrico Mentana su Open, da Repubblica, dal Giorno (Quotidiano nazionale), insomma da tutta la stampa allineata ai poteri forti, la quale, senza minimamente essere interessata al fatto reale, mi bollo’ e condanno’ senza appello. Perfino illustri personaggi politici mi degnarono della loro attenzione: Matteo Renzi, ad esempio, dichiarò che avrei dovuto essere licenziato in tronco, e il ministro della pubblica (d)istruzione Giuseppe Valditara, prima ancora di informarsi sui fatti e di chiedere al diretto interessato cosa fosse successo, mi comminò una sospensione cautelare immediata.

Faccio notare che la sospensione cautelare viene di solito data all’insegnante che abusa sessualmente di una studentessa o al preside che ruba dalle casse della scuola, cioè per fatti gravi, per reati di un certo peso, non per espressioni di pensiero o per una critica storica.

E nemmeno la legislazione vigente in Italia considera la messa in discussione dell’Olocausto un reato, in quanto la legge del 2012 prevede che le “affermazioni negazionistiche” possano essere considerate solo una circostanza aggravante di un altro reato (per esempio l'incitamento all'odio razziale). Ma appunto l’andazzo dominante non prevede l’esame ragionevole delle questioni, bensì solo ed unicamente la “messa alla gogna” del malcapitato, il quale deve essere distrutto nella sua immagine, a monito per eventuali altre persone che abbiano una pur vaga intenzione di esprimersi liberamente sull’argomento.

Nel sessantotto si diceva. “colpirne uno per educarne cento”; adesso la faccenda si è ampliata, con il nuovo sistema di informazioni globalista, per cui se ne colpisce uno per educarne sessanta milioni, ma il criterio è lo stesso.

La cosa entusiasmante poi, per i miei detrattori, fu che il provvedimento lo prese lo stesso ministro Valditara, che si dimostro’ più “realista del re”, comportandosi meglio (secondo loro, ovviamente) di un qualunque ministro di sinistra, per cui la sospensione cautelare fu trasformata in provvedimento disciplinare di sospensione di cinque mesi, con decurtazione di metà dello stipendio. Insomma, per farla breve, ho perso 5.000 euro per aver detto, verso la fine di uno spettacolo, che una cifra non corrispondeva alla realtà dei fatti. Questa sarebbe la libertà di espressione nell’Italia di oggi.

Se fossimo in un Paese democratico ci sarebbe stata una discussione; essendo una critica storica, la cifra avrebbe dovuto appunto essere discussa. Il problema è che su alcuni argomenti, e soprattutto sull’Olocausto, non ci si può permettere di parlare: bisogna accettare la versione sdoganata da decenni, che è tutto tranne che storica, anzi ha la connotazione di una propaganda ideologica.

A tale riguardo il processo penale (perché naturalmente era stato avviato un procedimento penale a mio carico, essendo io un pericolo pubblico per le idee e le affermazioni che portavo avanti) è stato immediatamente archiviato, anzi non è stato nemmeno iniziato, non essendoci i presupposti; ma l’amministrazione pubica (pardon, pubblica) non ha di queste “remore giuridiche” e applica immediatamente i propri provvedimenti, per ottenere lo scopo suddetto, cioè che tutti accettino la versione “ufficiale” senza battere ciglio.

A questo punto uno potrebbe chiedere: “Ma qual è lo scopo di tutto ciò? Perché impedire che si discuta di questo fatto, che, essendo appunto un evento storico, dovrebbe essere soggetto alla critica storica? Perché mettere il bavaglio a chi, magari talvolta non nella maniera più opportuna, cerca sostanzialmente di far ragionare gli studenti e di non fargli bere tutto quello che gli propinano? 

Per cominciare a capire come mai su tale argomento non si può dire alcunché bisognerebbe leggere alcuni testi illuminanti, tra i quali il più significativo è “L’industria dell’Olocausto” di Norman Finkelstein. L’aver fatto assurgere a dogma assoluto la Shoah ha permesso ad Israele (o meglio ai sionisti) di potere occupare territori palestinesi, di potere fare le guerre che a loro servivano e di potere, da ultimo massacrare sotto i bombardamenti circa 70.000 persone a Gaza, in Cisgiordania, in Libano, in Siria, senza che nessuno osasse parlare di intervento militare per fermare tali bombardamenti. Quale altro Stato, oltre Israele, può permettersi di bombardare impunemente donne e bambini, ospedali, chiese, moschee e quant’altro, senza che nessuno dica niente? E quale altro Stato può permettersi di avere ricevuto 70 risoluzioni ONU del Consiglio di Sicurezza contrarie alla propria politica e continuare nella sua opera di sterminio sistematico di una popolazione? 

A questo punto si dirà: ma Israele lo fa per difendersi dall’essere sterminata, lo fa per scopi difensivi, perché tutti cercano sempre di sterminare il popolo ebraico, fin dai tempi di Hitler e quindi Israele è costretta ad usare la forza per non essere eliminata dalla faccia della Terra.

E qui veniamo al “punctum dolens” della questione: il problema è che, nel corso di tutti questi decenni, la maggioranza del popolo ebraico ha perso sostanzialmente il senso del “Giorno della memoria”. Nella tradizione ebraica il memoriale era il ricordo della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto; si faceva memoria, il giorno di Pasqua, del fatto che il popolo d’Israele era stato liberato dall’oppressione dei Faraoni ed aveva potuto ritornare nella sua terra. Ma il protagonista di tale liberazione non era il popolo stesso, bensì Dio: era Jahvé che aveva istruito e condotto Mosé a liberare la sua gente. 

Questo, a mio parere, è il vero dramma del popolo ebraico, che ben pochi capiscono: perduta la fede nella venuta del Messia, lasciata ogni speranza nell’azione di Dio nella storia, è lo stesso popolo ebraico a diventare il soggetto agente della sua liberazione. Sono gli ebrei, che, con la loro immensa sofferenza, sono diventati l’agnello sacrificale da immolare; è lo stesso popolo ebraico ad essere quindi l’artefice della propria salvezza, dato che Dio non si fa più sentire.

Perciò si deve difendere a tutti i costi e in tutti i modi, perché è solo con le proprie forze che può liberarsi dei suoi nemici. Ma è la dimenticanza della propria storia che porta a questa disperazione e io, che non sono nessuno, mi sento di dire al popolo ebraico: ritorna alle tue origini! Ricorda i tempi antichi, medita sugli anni lontani! Mantieni la memoria, la vera memoria, che è quella dell’amore che Dio ha avuto ed ha ancora per te! Che non è quella della sofferenza del popolo, bensì quella della Pasqua! Della liberazione del popolo dalla schiavitù ad opera di Mosé!

“Quando Israele era giovinetto, io l’ho amato, e dall’Egitto ho chiamato mio figlio”; ”Come potrei abbandonarti, Efraim, come consegnarti ad altri, Israele?” “Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo: sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira”. Osea. 11, 1, 8-9

Pietro Marinelli

1) Appendice VII, “Statistiche sull'Affiliazione Religiosa”, dal libro del Senato Americano A Report of the Committee on the Judiciary of the United States Senate.

 2) Il dato relativo al 1938 è fornito al World Almanac dall’ American Jewish Committee (Comitato Ebreo Americano) e, altresì, dal Jewish Statistical Bureau of the Synagogues of America. Il dato riguardante il 1948 è tratto da un articolo apparso nel New York Times del 22 febbraio 1948, firmato da Hanson W. Baldwin, esperto di questioni demografiche del suddetto giornale

sabato 25 gennaio 2025

I MEDIA, LA REALTA' E TRUMP

E’ esilarante, se non fosse tragico, rivisitare i commenti dei media all’insediamento dei Trump e, ancora di più, alle prime disposizioni emanate.

Le priorità, alla cerimonia di insediamento, erano il look delle Signore e l’accostamento cromatico dei Mister. La cravatta rossa repubblicana di Tizio, il tailleur di tizia e via discorrendo così sulle cose che influenzano le future sorti del mondo.

Il ricevimento all’interno, il primo da Ronald Reagan, era dovuto alle rigidità di gennaio quando, a causa del riscaldamento climatico, in genere fa freddo. Del timore di attentati, soprattutto del timore di “lupi solitari” o “cani sciolti” non controllabili, nessun riferimento.

Caccia alla Meloni di cui, non essendo un corazziere, a cercarla si intravede la bionda chioma al fondo della sala insieme a Milei. Nessun riferimento al rappresentante cinese, il vice Presidente, in rappresentanza di Xi Jingping ufficialmente invitato. Nessun riferimento neanche a Zelensky che, pur avendo fatto carte false per essere invitato, è dovuto rimanere a casa in maglione e mimetica.

Inizia il discorso di insediamento che enumera gli aspetti che già conosciamo

Il discorso, che propone uno stravolgimento del mondo, è commentato in modo indecente, su RAI 1, da una improbabile Stefania Battistini che, reduce dalle medaglie conquistate sui campi ucraini con il casco d’ordinanza anche nelle cucine interrate delle vecchiette, è promossa a spaesata commentatrice di fatti che non conosce e per cui è palesemente impreparata. Almeno è affiancata dal collega Oliviero Bergamini che ne mastica un po' di più.

Per avere un commento neutro su RAI 1 occorrerà attendere la serata inoltrata, con XXI Secolo e Francesco Giorgino ed i suoi ospiti, almeno neutri e competenti.

Sulle altre reti la controffensiva iniziando ora, dopo lo shock termico dovuto senza dubbio al freddo del luogo.

Su LA 7 Giovanni Floris, con Di Martedì, si esibisce con i suoi ospiti nell’elenco dei disastri prossimi venturi che la scelleratezza trumpiana ci garantirà. Mi limito ad elencare i più eclatanti problemi che propone, finora ignorati quando non magnificati, tralasciando quasi tutti i punti reali:

Giannini ci ricorda che Trump aumenterà la produzione di gas per venderlo a noi a prezzo 10 volte superiore a quello russo con notevoli problemi per famiglie e industrie. Fino a ieri, e da tre anni a questa parte, il costo era arrivato ad oltre 20 volte, ma si richiedeva la “resilienza” a noi cittadini senza tentare mai ad eliminare le cause, cioè la fine delle forniture russe non l’aumento della produzione USA, con Draghi che ci invitava a scegliere tra pace e condizionatore;

Trump è attorniato da miliardari che sono i nuovi gerarchi di una tecnocrazia invadente. Sono gli stessi che fino a ieri (per Musk sino a febbraio dello scorso anno) erano magnificati perché appoggiavano e finanziavano Biden e i democratici, ma non fa fine ricordarlo.

Neanche una parola sulla fine delle censure sui media, che avevano bloccato lo stesso Trump. Quindi nessuna riflessione in merito, a parte qualche accenno a Tik Tok strumento terribile dello spionaggio cinese in mano agli adolescenti.

Neanche una parola sulla grazia di Biden a Antony Fauci, il prestidigitatore del COVID 19 che finora non è imputato di nulla, quindi non avrebbe alcun motivo per essere graziato di qualcosa di cui non è accusato. Eppure, dopo aver taciuto sulla grazia garantita al proprio figlio per droga, sesso, porto d’armi abusivo ed oscuri affari in Ucraina sfruttando il nome di tanto padre, anche la grazia preventiva di Biden a Fauci viene coperta e dimenticata. Non sia mai detto che ci sia qualcosa di illegale sul COVID che tanto bene ha fatto a Big Pharma.

Per noi europei il problema neanche si pone. Infatti non viene mai citata la cara signora Von der Pfitzer, imputata in Belgio per la gestione oscura e scandalosa dei vaccini e moglie disinteressata di tanto marito ai vertici della casa farmaceutica. Non verrà neanche processata avendo trovato il modo di fermare tutto. Non c’è bisogno di grazia alcuna.

Peccato che, fra tutte le grazie concesse, Biden abbia dimenticato quella verso se stesso che, quindi, in futuro potrebbe essere perseguito per molti aspetti interessanti.

Sempre da Floris imperdibili anche i siparietti di Alan Friedman, soprattutto quello con l’ex senatore di Fratelli d’Italia, Achille Totaro. Ad un certo punto Floris ha dovuto addirittura eliminare l’audio, ma non prima di alcuni scambi piccanti con Friedman che si lamenta della Meloni a Palazzo Chigi come del ritorno di Trump alla Casa Bianca e Totaro che lo invita a tranquillizzarsi: “la vedo un pò depresso per questi aspetti che la stanno inquietando”. Friedman conferma la forte preoccupazione per le democrazie ma rassicura : “Non sto male, sono un giornalista. Non sono depresso e non ho alcun problema. Chi è lei? Non la conosco!”

In fondo, in assenza di argomenti, una versione odierna del vecchio e caro “lei non sa chi sono io”.

Stremato da tanto sfoggio ho cercato di vedere da un’altra parte L’aria che tirava, ma anche li ho visto facce piene di sgomento tra i convocati. A Roma direbbero “No ja fanno”. La depressione dei rosiconi è palpabile e pericolosa. Meglio attrezzarsi perché il peggio, al solito, deve ancora arrivare.

I giornali e giornaloni non sono stati da meno ma se siete sopravvissuti al COVID evito di farvi morire dalle risate.

Sarebbero da stigmatizzare almeno due dei campioni mondiali delle facce di bronzo nostrane, Mieli e Galli della Loggia, ma visto che i loro sproloqui sono finalizzati a maggior gloria della casa d’Israele, ne parleremo quando sarà il momento.

Sfiora la comicità il titolo de Il Giornale, che non dovrebbe essere tra gli estremisti unidirezionali: “Trump minaccia Putin: Chiuda la guerra o sanzioni e dazi. E manda truppe al confine con il Messico”. Inutile dire che anche i telegiornali hanno inviato lo stesso messaggio.

Oltre all’ironia involontaria, non si vede dove sia la minaccia. Anche rimanendo al solo titolo potremmo tradurlo in lingua italiana con: non cambia nulla, continua come adesso, visto che le sanzioni ti hanno rafforzato. Noi mandiamo le truppe al confine col Messico ed elimineremo gli aiuti all’Ucraina.

E’ dal 2014, cioè dal colpo di Stato in Ucraina, che la Russia è soggetta a sanzioni e questa è stata la molla che ha obbligato Putin a sviluppare una propria industria manifatturiera e con essa un florido sviluppo economico. Noi europei siamo i soli che abbiamo sofferto per le sanzioni e continueremo a soffrirne le conseguenze. Eppure ci vengono vendute come minacce terribili. Putin è seriamente preoccupato mentre forse sarebbe bene che iniziassimo a preoccuparci noi europei.

Apprendiamo anche che il piano di Trump per l’Europa, prima ancora che dazi e divieti, prevede una riduzione dell’ombrello NATO con 20 mila soldati in meno in Europa ed un contributo finanziario per pagare la presenza USA a nostra difesa. Se a questo si aggiunge la richiesta di aumentare al 5 % la spesa per la NATO a carico dei paesi europei, che adesso non riescono a devolvere neanche il 2%, oltre al disimpegno degli USA dall’Europa si sentono già le note del De Profundis per la stessa Alleanza atlantica.

Queste riflessioni non volevano essere una specie di mini rassegna stampa su castronerie, dimenticanze, menzogne e travisamenti dei media nostrani. Solo un promemoria a conferma di due aspetti: ancora non si sono ripresi dallo shock delle elezioni di Novembre e si stanno preparando a continuare sulla falsariga seguita finora alzando ulteriormente i toni visto che le battaglie vere stanno per iniziare.

Da domani cominceremo a parlare di cose serie, ma tenendo sempre presenti questi aspetti perché l’opinione pubblica, che cerca di informarsi e pensa di sapere, giudica solo su quello che viene divulgato e, a reti quasi unificate, viene propagandata questa visione deformata e strumentale della realtà che viene spacciata come veritiera e indiscutibile.

Vincenzo Fedele


mercoledì 22 gennaio 2025

TRUMP 2 - LA VENDETTA

Prendiamo a prestito la saga di Rambo per proporre una traccia credibile del nuovo mandato di Trump alla Presidenza USA.

Sarebbe più corretto dire: “Trump 2 – l’Attuazione”, ma rende poco l’idea e purtroppo, nel bene e nel male, si vive di immagini.

La vendetta è quello che propongono i media che infatti disegnano, già dal titolo, la chiave di lettura di tutto quello che farà il tycoon nel suo secondo mandato.

Il lessico, del resto, sembra sia il solo terreno di lotta dei progressisti impenitenti, non avendo idee credibili da proporre o contrapporre.

Il rimpatrio dei migranti clandestini è tradotto in “deportazione”. Viene così sdoganato un termine che in futuro sarà parte del linguaggio comune. Già attuato, ad esempio, da Israele con i palestinesi di Gaza, almeno dei sopravvissuti, ma adesso avrà valenza generale e famigliare, senza gli sgradevoli retrogusti negativi.

L’uscita degli USA dall’OMS è tradotto con isolazionismo. L’eventuale fine della guerra in Ucraina sarà tradotto con “cedimento”.

Non so dire, lo penso ma non lo dico, come tradurranno i futuri rapporti con Israele, la Cina, i BRICS, ma è tutto un ricamo lessicale senza alcun rapporto con la realtà ma ha molto a che fare  con i florilegi di una narrazione improbabile e menzognera che ci verrà imposta.

Elenchiamo, per cominciare, i primi provvedimenti di Trump, già ampiamente commentati, ma da esplorare comunque:

Rimpatrio degli immigrati clandestini;

L’umanità è composta da uomini e donne. Quindi fine degli enti statali che appoggiano il gender entro 60 giorni e, intanto, i funzionari degli enti a ciò preposti sono posti in ferie o in aspettativa, da nullafacenti, come prima, e per evitare ulteriori danni rispetto a quanto già fatto;

Uscita degli USA dall’OMS e fine del finanziamento americano, oltre 1,5 miliardi di dollari, all’organizzazione mondiale della sanità supportata da Big Pharma e da Bill Gates. Per troncare realmente ci vuole un anno, ma visto che Trump l’aveva proposto già dal 2020, non è improbabile che si anticipi.

Riavvio delle estrazioni petrolifere, minerarie e di gas per garantire l’indipendenza energetica degli USA già autosufficienti per loro conto.

Stop alle politiche green, all’ecologismo assurdo ed all’imposizione di auto elettriche (con buona pace di Musk).

Riduzione delle tasse interne ed aumento dei dazi da importazioni dall’estero per far pagare agli altri la rinascita americana.

Ce ne sono molti altri, tutti importanti, ma fermiamoci qui, al momento.

Soprattutto questo ultimo punto, che avrà un impatto non indifferente per noi europei, sarà il più problematico.

L’inflazione è il fenomeno che più ha flagellato la vita dell’americano medio tanto che adesso con uno stipendio di 3 – 4 mila Dollari, che potrebbe essere considerato di tutto rispetto, non si riesce ad arrivare a fine mese. Forse con 4 – 5 mila dollari si arriva ma, pur eliminando tutte le spese voluttuarie, non si mette un dollaro da parte per il futuro.

I dazi eventuali saranno mirati anche perché la tassazione di beni che entrano nel circuito economico USA, pur dando respiro al tesoro in deficit insostenibile, provocherà in primis un aumento dell’inflazione che invece deve essere fermata.

Vorrei tralasciare, al momento, l’analisi dei singoli provvedimenti, che devono essere analizzati per punti, per inquadrare la svolta di cui siamo spettatori.

Trump non è il bene assoluto.

E’ fondamentale che sia presente, che abbia vinto, che abbia stoppato tutte le derive ideologiche, prima ancora che insensate e deleterie, del gender, del wokerismo, del vaccinismo, del climatismo, del green e dell’accoglienza a prescindere. Dei “valori” inventati e mortiferi spacciati per nostro patrimonio culturale da difendere implementare ed esportare.

“America First”, lo slogan trumpiano va letto nel duplice obiettivo: l’America viene prima e l’America deve ritornare ad essere prima nel mondo.

Anche questo deve essere considerato nella duplice versione.

L’America viene prima significa che le azioni del Presidente saranno indirizzate a vantaggio prioritario degli USA. Finora è sempre avvenuto, ma con sacrifici economici nel breve periodo per garantire vantaggi strategici nel medio e lungo periodo. Adesso i sacrifici economici dovranno farli gli altri e, guarda tu i casi della vita, i più coinvolti saremo noi europei.

Che l’America deve ritornare ad essere prima ispira già più fiducia, se i “valori” di riferimento saranno quelli della tradizione e non quelli dell’agenda 2030, della cancel culture e della cultura gender.

Chi si ricorda più che fino a pochi anni fa la battaglia, lessicale perché è sempre da li che parte tutto, era se esisteva una teoria gender, con negazione totale di una simile inesistente teoria.

C’era una contrapposizione negazionista dell’esistenza di una simile teoria a livello culturale, filosofico, storiografico e chi più ne ha più ne aggiunga, sino ad arrivare all’emarginazione di chi cercava di contrapporsi a questa teoria che non c’era.

Adesso che è realtà i pseudo-intellettuali di turno si appellano alla libertà di pensiero per supportare una teoria che si sbracciavano a tacciare come inesistente.

Adesso che ci è stata imposta come se la teoria gender fosse un fatto normale, esagerando con le forzature ogni umana sopportazione, non si sono neanche accorti che ogni innovazione può anche essere tollerata, in attesa di vedere se è utile o deleteria, ma ogni esagerazione provoca una reazione di rigetto che va oltre la normale reazione uguale e contraria.

Ecco. Come ogni manifestazione umana Trump è un misto di bene e di male interconnesso.

Insieme ad un benefico stop a mille deviazioni e stravolgimenti porterà con se molti aspetti negativi che ci cadranno addosso in modo prevedibilissimo, ma improvviso ed imprevisto perché non siamo preparati a fronteggiarli e nessuno ci ha avvisato del loro arrivo.

Tanto per dirne una, senza svelare già al principio del giallo che l’assassino è il maggiordomo, basta contrapporre i discorsi di Trump a Washington con quelli della Von der Leyen a Davos.

Trump chiude la stagione delle fantasie estemporanee green, la Von der Pfitzer continua a magnificarne le splendide sorti e progressive proponendo sempre e solo le risorse verdi (pale eoliche e fotovoltaico) inefficaci nel breve e medio periodo, ma molto remunerative per le élite di cui è espressione.

Forse non le hanno spiegato che siamo in inverno e che è adesso che fa freddo, non fra tre anni. Che è adesso che le famiglie pagano già il 30 % in più per elettricità e riscaldamento. Che è adesso che le aziende europee non sono competitive e chiudono con gravissimi problemi all’economia, al lavoro, all’innovazione ed al futuro dei nostri figli.

Emblematico è anche il comportamento dei media. Non lo hanno visto arrivare (copyright Elly Schlein) e cercano di demonizzarlo adesso con argomenti fantasiosi e improbabili ma che sembrano realistici, visto che vengono declamati a reti unificate.

Per l’Italia si prospettano problemi grossi ed opportunità enormi.

Ci torneremo da domani in poi.

Vincenzo Fedele

lunedì 20 gennaio 2025

TRUMP, BIDEN, L' AMERICA E NOI

Oggi, lunedì 20 Gennaio, Trump prenderà possesso del trono decaduto da imperatore del mondo.

Ragioniamo, in attesa del discorso di insediamento ufficiale, sulla sua intervista di pochi giorni fa anche se è bene rimandare i giudizi al fare effettivo.

Per non farci mancare nulla prendiamo in considerazione due dichiarazioni: quella citata di Trump ed il discorso di commiato di Biden.

I media ci presentano l’aspetto ovvio, eclatante e folkroristico delle idee esposte da Trump.

Quindi veniamo a sapere che Trump è interessato alla Groenlandia, se necessario anche con una azione militare, acquisire il Canada, riavere il canale di Panama e cambiare il nome del Golfo del Messico.

Un bel programma. Sobrio e di basso profilo.

A mio parere è più importante quello che non ha detto, rispetto a quello che ha detto.

Ma partiamo dalle parole in libertà che ci vengono sventolate dai media mondiali.

Sarebbe interessante vedere gli USA attaccare la Danimarca per acquisire la Groenlandia ed ancora di più assistere al dibattito nella NATO, soprattutto all’interno dell’UE sempre indecisa a tutto, se e come difendere uno degli Stati NATO attaccato da uno dei Paesi dell’Alleanza, anzi dal Leader e portabandiera della Democrazia e della difesa delle regole.

Stesso ragionamento per il Canada, contro cui non è stata espressa l’opzione militare, ben sapendo quanto l’economia canadese dipenda da quella americana e che eventuali dazi, o anche solo i mancati aiuti economici, farebbero sparire la foglia d’Acero dalla bandiera canadese per sostituirla con una foglia di fico con cui coprire le nudità evidenti. La crisi politica del Paese, dopo 10 anni di guida scellerata di Justine Trudeau, potrebbe non interessarci, ma occorre sentire il parere del Capo di Stato, cioè Carlo III d’Inghilterra, per avviare l’iter. Non mi sembra un percorso molto lineare.

Per il canale di Panama tutto è possibile, vista la flessibilità con cui le rigide regole internazionali vengono interpretate ed applicate.

Sarebbe anche possibile una rivendicazione, al ridicolo non c’è mai limite, visto che il primo accordo del 1901 era un trattato che investiva gli Stati Uniti del diritto, permanente e neutrale, di accettare e difendere tutte le navi che avrebbero attraversato il canale, i cui lavori iniziarono nel 1907. Un secondo trattato, del 1903, limitò i termini dell’affitto agli USA al 31 dicembre 1999 e solo un terzo, del 1977, restituì a Panama la zona del canale nel 1979. Volete che non si trovi una virgola o una piega che annulli l’ultimo accordo (o gli ultimi due) ?

In questo caso il capo di Stato da ascoltare, però, si chiama Xi Jingping che, pur non avendo titoli ufficiali nell’ordinamento giuridico panamense, come invece per Re Carlo III in Canada, avrebbe qualcosa da dire se vedesse le proprie navi bloccate o rallentate in qualsiasi modo.

Parlando di cose serie, però, dicevo che sarebbe più importante vedere cosa Trump non ha detto.

Non ha parlato dell’Ucraina e della Russia. Non ha parlato della Cina. Non ha parlato del Pacifico.

Non ha parlato di tante altre cose, ma limitiamoci a queste che sono state tra i cavalli di battaglia di Biden e che Biden stesso non ha toccato nel suo discorso di commiato che vedremo in seguito.

Facile dipingere il tycoon sempre e solo oltre le righe per far finta che nessuno dei pensosi media se ne sia accorto, mentre è evidente che nessuno ne abbia voluto parlare.

Lo scenario futuro, che tutti hanno visto nel Pacifico e in contrapposizione a Cina e Russia, è cambiato. Si giocherà nel Pacifico, ma privilegiando l’America First a scapito, anzitutto, dell’Europa che dovrà essere totalmente sottomessa molto di più e meglio di quanto, pesantemente, sia già.

Già il controllo energetico, attuato tagliando i rifornimenti russi a basso prezzo, è un mortale cappio al collo. Se aggiungiamo l’incentivo fiscale ed economico per far traslocare le principali aziende europee negli USA, i possibili dazi all’orizzonte sulle nostre merci, la richiesta di adeguare gli stanziamenti per NATO al 5% del PIL quando tutti, a parte la Polonia, hanno difficoltà ad adeguarsi al 2%, il quadro sembra a tinte fosche.

Le richieste di aumento dei finanziamenti NATO sono, inoltre, il preludio al disfacimento totale dell’Alleanza cambiando totalmente il gioco, compreso il tavolo.

Avremo modo di tornare sull’argomento, e dovremo farlo a puntate, ma intanto il realismo di Trump indica che lui ha ben chiaro che il mondo è ritornato multipolare e che oggi gli USA non sono in grado di fronteggiare Cina e Russia contrapponendosi ad esse.

Non è un caso che la telefonata successiva l’abbia fatta proprio a Xi Jingping, che non aveva neanche nominato nella famosa intervista, ed ha avuto la sensibilità di farci sapere anche i tre argomenti di cui hanno parlato e su cui i cinesi, confermando la telefonata, hanno sorvolato: commercio internazionale, TikTok e fentanyl.

Sul commercio internazionale approfondiremo, ma intanto è sconfortante vedere come molti commentatori economici abbiano interpretato l’aumento delle esportazioni cinesi di oltre il 10% (10,7) su base annua a dicembre 2024 andando ben oltre le previsioni massime degli analisti. Molti l’hanno descritto come una ripresa della Cina dall’appiattimento degli ultimi tempi.

A mio parere è solo una risposta difensiva di molte aziende occidentali che, in previsione dei dazi che Trump applicherà ai prodotti cinesi, hanno effettuato acquisti aumentando le proprie scorte.

Ho già detto in altre occasioni che la Cina è alla disperata ricerca di clienti, ma questa volta Xi non si lascerà trovare impreparato come nel 2016, con la prima presidenza Trump. Ha già preso contromisure preventive, ad esempio limitando le esportazioni di materie prime strategiche, e Trump sa bene che una guerra di questo tipo non avrebbe vincitori.

Per il Fentanyl il problema è urgente e da risolvere subito. Da noi se ne parla poco, ma negli USA il Fentanyl sta facendo stragi e non solo di giovani.

Tik Tok, prego non ridere, sarà uno dei problemi principali. Soprattutto dopo che Zuckerberg (Facebook – Meta) e Bezos (Amazon) si sono affrettati a salire sul carro del vincitore dopo anni di dura lotta per fermarlo.

L’obiettivo primario di Trump, quindi, è l’Europa che rimane ignava ed immobile, senza guida e orientamenti, incapace di reagire e forse neanche in grado di comprendere le sfide che si approntano. Le pastoie burocratiche e l’incapacità dei burocrati passacarte di Bruxelles di vedere al di la del proprio naso (per ignoranza o connivenza), ci condanna all’irrilevanza assoluta.

Ma tornando agli USA ed a Trump possiamo chiederci come cercherà di muoversi, anche con la possibilità di essere smentiti dal discorso di insediamento che avverrà fra poche ore.

Trump eredita una nazione dilaniata, impoverita e sfiduciata. La classe media è quasi sparita anche se virtualmente continua ad essere il pilastro portante della nazione. Con uno stipendio di 4 – 5.000 Dollari si arriva a stento a fine mese, mangiato da inflazione, tasse, bollette, aumenti di elettricità e gas che ingrassano le aziende produttrici che guadagnano molto di più vendendo l’energia a noi europei ma opprimono il ceto medio che annulla le spese voluttuarie per arrivare a fine mese.

Il solo aumento dei dazi, lungi da poter operare come bacchetta magica per riportare a casa le manifatture dislocate in Cina, aumenterà ancora di più l’inflazione che già tanti danni ha fatto.

Deve anche iniziare a pensare alle elezioni di medio termine del 2026 che, politicamente parlando, sono dietro l’angolo. Adesso i Repubblicani hanno il controllo sia della Camera che del Senato, ma alla camera la maggioranza è risicata ed una fronda interna è più perniciosa dell’opposizione democratica che, oltretutto, potrebbe affermarsi fra due anni.

Non è che i democratici siano messi meglio, quindi veniamo al discorso di commiato di Biden.

Quì è bene concentrarsi su quello che ha detto, già grave, ignorando quello che ha taciuto.

Biden ha dichiarato che ha deciso di farsi da parte, dopo il noto dibattito televisivo con Trump, per “non far perdere le elezioni ad un partito che non era unito”. Nonostante le sue convinzioni personali esternate in una delle sue isolate sortite (E’ presuntuoso dirlo, ma penso che in base ai sondaggi avrei vinto), è stato obbligato, pardon “consigliato”, a farsi da parte.

Un partito Democratico dilaniato al proprio interno, quindi, è uno degli aspetti, al solito palesi e taciuti, che ci viene consegnato dal commiato di Biden.

L’altro aspetto, il resto è piattume, è aver messo in guardia gli americani da un possibile abuso di potere.

Effettivamente sembra che i pesi e contrappesi della democrazia americana siano totalmente saltati. Il congresso è in mano ai repubblicani, sia Camera che Senato, la Corte suprema è a maggioranza conservatrice, il consenso che Trump ha nella società civile va molto oltre il margine elettorale, già ampio di suo. L’appoggio (anche se interessato) dei Social e di Amazon, oltre che di Musk, gli dovrebbe consentire margini di manovra che pochi Presidenti hanno mai avuto.

Personalmente ho timore di questa concentrazione del potere nelle mani di una sola persona, ma per quest’aspetto ritorno a quanto detto all’inizio: aspettiamo i fatti, oltre le parole.

Se sto parlando di quest’aspetto del discorso di Biden è solo perché il mio timore è ancora maggiore se penso alle inconsulte reazioni finali di una bestia mortalmente ferita, quale è il potere globalista come finora lo abbiamo conosciuto.

Il discorso finale di Biden a me sembra quasi a metà tra il bue che accusa l’asino di essere cornuto ed una sorta di autodenuncia che sfiora un “muoia Sansone con tutti i filistei”.

Gli appoggi infiniti che il sistema di potere vigente ha finora indifferentemente avuto, sia sotto bandiera democratica che repubblicana, dovrebbe farci sganasciare dalle risate anche solo a sentir parlare di abuso di potere. Trump ha sparigliato le carte rispetto al giochino di presentare come contrapposti due partiti e due visioni che, in realtà, sono solo la diversa angolazione di una unica visione degli interessi americani a loro volta indirizzati agli interessi inglesi ed ancora più in alto a quelli israeliani, per non dire ebrei che suona male.

Le sfide di Trump vanno ben oltre quanto detto finora. La stessa stupidaggine che ci viene raccontata, cioè che la cerimonia di insediamento sarà fatto all’interno e non all’esterno a causa del freddo, la dice lunga sul timore di attentati, che possono troncare la vita stessa di Trump.

Non solo una diversa visione del mondo separa Trump dalle elite globaliste che finora hanno manovrato a Washington, e di riflesso in tutte le cancellerie del mondo, ma anche le notizie che potrebbero venire fuori semplicemente facendo affiorare alcune verità eccellenti.

Dallo stato miserrimo dell’economia americana alle vere informative in possesso dell’FBI e della CIA, anche usate per incastrare Trump. Dai retroscena del colpo di Stato e della guerra in Ucraina a quelli dei rapporti con Israele e con l’anglosfera della City di Londra.

Per non parlare di quella più plateale ed immediata della vera storia di Jeffrey Epstein, di cui abbiamo già parlato in diverse occasioni, dei rapporti con il mondo della finanza e della droga, con i servizi segreti israeliani e di mezzo mondo, con la pedofilia e gli scandali sessuali in cui sono pesantemente coinvolti i Clinton e molta parte dell’elite americana.

Ci sarà molto da dire e da vedere, altro che Tik Tok. Al momento aspettiamo l’insediamento.

Vincenzo Fedele

giovedì 16 gennaio 2025

TREGUA TRA ISRAELE E HAMAS?

 Tregua tra Israele e Hamas

Sembra che la notizia più importante di questi giorni sia l’ipotesi di tregua tra Israele e Hamas che oggi è stata finalmente confermata da Trump, dal Qatar e infine anche da Biden.

L’ordine, questo con cui è stata annunciata e poi confermata, è importante. Molto importante.

E’ da oltre un anno, cioè dall’ultima e finora unica tregua di novembre 2023 che si susseguono notizie su possibilità di tregua sempre abortite.

Dicevo pochi giorni fa che ero rimasto stupito, a novembre, dell’ipotesi di tregua, poi attuata, tra Israele e Hezbollah. I retroscena inconfessati erano che Hezbollah sapeva in anticipo, come lo sapevano Assad e Putin tramite i servizi segreti iraniani, della preparazione della caduta della Siria.

Adesso, se la annunciata tregua Israele Hamas andrà in porto, è perché i retroscena nascondono altro che, essendo platealmente palese, risulta invisibile a chi non voglia vederlo.

Hamas non ha avuto finora alcun interesse ad una semplice tregua. Una tregua, qualsiasi tregua, sarebbe solo la continuazione dei patimenti in tutta la striscia e l’illusione del possibile ritorno dei sopravvissuti. Non nelle loro case, che non ci sono più, ma tra le macerie e gli scheletri disossati di edifici sotto cui sono sotterrati migliaia di morti mai seppelliti.

Finora Hamas ha sempre cercato la fine delle ostilità, ma il governo israeliano ha sempre trovato cavilli per non fare accordi. Se non c’erano più cavilli li ha ricercati, costruiti, inventati o provocati. Dagli assassinii eccellenti di dirigenti di Hezbollah e di Hamas, anche a Teheran, ai cercapersone esplosivi in modo casuale, che avrebbe dovuto indignare il mondo intero, fino all’uso strumentale, un boomerang a rovescio, della condanna dello stesso Netanyahu per genocidio o della stessa convocazione del leader in uno dei tre processi che lo vede imputato nel proprio paese.

La presunta impossibilità della pace, quindi neanche di una tregua, è sempre stata imputata ad Hamas, mentre è sempre stato evidente che è stato Netanyahu a non volere la pace.

Anche quando, inizio settimana scorsa, sono trapelate le prime informazioni che la trattativa era finalmente avviata seriamente e che Hamas aveva presentato anche l’elenco dei primi 34 ostaggi che sarebbero stati liberati, Israele aveva smentito categoricamente la presentazione dell’elenco, quindi la serietà stessa delle trattative. Quando poi Hamas ha minacciato di rendere pubblico l’elenco, a riprova delle falsità israeliane, Tel Aviv ha ripiegato sul plausibile dettaglio che l’elenco non conteneva indicazione sulla permanenza in vita degli ostaggi proposti nello scambio iniziale.

Vedremo nei prossimi giorni i termini dell’accordo finora molto vago visto che l’accordo stesso prevede che le trattative concrete inizieranno dopo il primo scambio di prigionieri.

Il governo Netanyahu si regge sulla guerra, se può chiamarsi guerra uno scontro che vede solo attacchi contro un popolo decimato e stremato da 15 mesi di distruzioni, deportazioni, fame, sete, malattie, freddo, mancanza di medici e di medicine.

Il giorno che realmente una tregua sia l’inizio di un percorso di pace, qualunque esso sia, il governo Netanyahu sarebbe morto e con lui anche Netanyahu stesso, almeno politicamente parlando.

Netanyahu è assediato, in primis, dai famigliari degli ostaggi, poi dalla stessa società civile israeliana non estremista. Solo gli estremisti continuano a sostenerlo, sbandierando la guerra, anche dall’interno del suo stesso governo che ha continuato a perdere pezzi ma non può cadere finché Israele continuerà ad essere dipinto come sotto attacco. Finchè c’è guerra c’è speranza.

Le considerazioni da fare sono tante e non tutte evidenti o immediate.

La battaglia per liberare gli ostaggi ancora in mano ad Hamas è sacrosanta e mi chiedo come abbia fatto finora Hamas, dopo oltre un anno di distruzioni e la decapitazione di tutti i suoi vertici politici, logistici e militari, a mantenerli ancora nelle proprie mani ed a riuscire a gestirli e nasconderli.

Altrettanto sacrosante sarebbero, per un paese civile, veder liberate le centinaia di ostaggi in mano all’altra parte, cioè agli israeliani, perché se si parla di tregua e di pace occorre parlare anche di quelli. Le carceri israeliane sono strapiene di detenuti palestinesi incarcerati senza processo, torturati e molte volte lasciati morire nel totale anonimato, oltre quelli che hanno già subito condanne in processi che nessun consesso civile qualificherebbe equi o degni di tale nome.

Anche ipotizzando che i condannati siano colpevoli, lo stato in cui vengono detenuti i palestinesi nelle prigioni di Tel Aviv farebbero inorridire le anime belle che volessero prestarvi attenzione.

Qualcuno ha protestato, giustamente, contro le carceri iraniane quando la nostra Cecilia Sala doveva dormire per terra.

Le testimonianze sulle miserrime condizioni delle carceri israeliane arrivano dagli stessi israeliani. Israele sta cercando di porre un limite ed una censura agli stessi militari che postano video e commenti sui social gloriandosi di azioni indegne e degradanti cui sono sottoposti i detenuti. Del resto nessun altro è abilitato a fornire notizie o immagini sulle condizioni reali. Nessun giornalista è ammesso, neanche le organizzazioni internazionali, compresa la Croce Rossa.

Israele ha, nelle proprie mani, oltre 100 volte il numero di ostaggi palestinesi di quanti israeliani siano tuttora nei tunnel di Hamas, vivi o morti che siano. Di molti non si conosce neanche il nome e non si sa se siano detenuti e perchè. Nessuno ne parla, eppure le differenze sono tante.

Israele è una democrazia che dovrebbe rispettare le Leggi internazionali, oltre quelle che si è dato da se stesso ed a quelle dettate dal buon senso e dal vivere civile. Comportandosi al pari, se non peggio, dei carcerieri terroristi ha valicato da tempo tutti i limiti dell’umana convivenza.

Purtroppo commenti simili li ho letti solo su qualche giornale israeliano, iniziando da Haarentz, già citato in passato, soprattutto con articoli a firma di Gideon Levy che si è sempre distinto per coraggio, indipendenza e chiarezza dando sempre voce pubblica alla coscienza critica israeliana.

Nessun giornale italiano e occidentale in genere ha mai voluto avvicinarsi neanche lontanamente alla verità pur evidente, limitandosi a tacerla, negarla o travisarla.

Nei prossimi giorni sapremo, oltre ai termini dell’accordo, anche quanto è buono e magnanimo Israele a liberare centinaia di prigionieri, tutti ovviamente presunti terroristi, in cambio dei 98 ostaggi in mano ad Hamas, molti dei quali probabilmente defunti.

Di ogni ostaggio israelianio verremo a sapere dei patimenti subiti, oltre a genealogia, carriera, sogni e speranze future. Dei palestinesi liberati non si saprà neanche il nome e nessuno andrà ad intervistarli, neanche se detenuti in modo arbitrario e senza processo. La loro vita, il loro passato e soprattutto il loro futuro non verrà approfondito da nessuno. Del dottor Hussam Abu Safya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, sparito da settimane, Israele aveva inizialmente negato di avere notizie, finché non ha dovuto ammettere di tenerlo prigioniero senza alcuna chiara accusa, da persona stimata e che si è sempre prodigato per gli altri.

Di 68 prigionieri palestinesi in mano a Israele si sa per certo che sono morti in prigione a seguito di torture, violenze e assenza di cure. Di migliaia di altri non si sa assolutamente nulla, ma già questi bastano ad ipotizzare un bilancio, macabro ma realistico. Sono più gli ostaggi palestinesi morti in mano e nelle prigioni israeliane che ostaggi israeliani uccisi da Hamas, soprattutto tenendo conto dei molti ostaggi israeliani morti a causa dei bombardamenti e delle distruzioni di Tsahal, compresi i tre israeliani che erano riusciti a liberarsi e, presentandosi seminudi e con una bandiera bianca, erano stati assassinati dai soldati israeliani perché scambiati per palestinesi affamati.

Altra differenza, del resto, è che Israele, avvenuto lo scambio, potrà ricominciare a riempire i posti vuoti nelle proprie prigioni con nuovi detenuti da tenere come ostaggi e dei quali, di nuovo, non si saprà nulla. Nuovi ostaggi che riempiranno le prigioni israeliane senza che nessuno potrà chiedere loro notizie o trattare per la loro liberazione.

Però ritengo però che qualcosa possa cambiare e gli indizi sono molti:

Il primo riguarda proprio Trump.

Nella famosa intervista di pochi giorni fa Trump aveva minacciato che si sarebbe scatenato l’inferno se gli ostaggi israeliani non fossero stati rilasciati prima del suo insediamento.

Anche io avevo commentato negativamente questo passo ma, seguendo il succedersi degli avvenimenti, adesso ritengo che l’avviso fosse indirizzato più a Netanyahu che ai terroristi.

Come detto all’inizio è sempre stato Netanyahu ad opporsi con tutte le forze ad ogni ipotesi di trattativa e gli incontri servivano solo a prolungare la bonifica etnica. Trump, ben a conoscenza dello stato di fatto, ha posto il suo ultimatum a Netanyahu, non ad Hamas che da tempo cercava di arrivare ad una tregua.

Lo ha fatto perché voleva chiaramente che al momento del suo insediamento il discorso fosse chiuso, o almeno ci fosse il campo sgombero per poter guidare la fine del genocidio.

In questo credo abbia influito anche il gioco sporco che ha provocato la caduta del regime siriano a cui si sono dovuti inchinare anche Putin e Teheran e che doveva avvenire, inderogabilmente, prima che, il 20 di gennaio, ci sia l’insediamento del nuovo inquilino alla Casa Bianca.

Credo, come accennavo, che anche l’annuncio della tregua sia avvenuto in un ordine non casuale:

Ad un primo post di Trump, in verità non trionfalistico, è seguito il comunicato ufficiale e la dichiarazione pubblica del Qatar a cui è seguito un secondo post trumpiano che, a questo punto, è

stato anche trionfalistico. Biden è arrivato molto dopo a suggello della nullità di cui è espressione.

Penso di andare vicino alla verità ritenendo che gli accordi erano già pronti ma qualcuno (Netanyahu?) non si decideva a dare il benestare finale. E’ stato allora necessario l’esposizione mediatica di Trump per far cadere l’ultima parete divisoria. L’alternativa sarebbe stata una clamorosa smentita di Trump che dallo studio ovale, dopo il 20 gennaio, avrebbe scatenato quell’inferno che aveva promesso minacciando appunto Netanyahu, prima ancora che Hamas ed il popolo palestinese che non potrebbe cadere in un inferno peggiore di quello in cui si trova già.

A questo si aggiunga che con la fine della guerra è certa anche la caduta del Governo di Tel Aviv e la fine politica di Netanyahu con tutte le conseguenza che questo comporterà.

La fine della guerra permetterà anche l’ingresso dei giornalisti nella striscia di Gaza e spero che non tutti siano della caratura dei media italiani. Le testimonianze, tacitate da 15 mesi, potranno essere ascoltate. Non solo quelle dei superstiti palestinesi, ma anche quelle dei volontari internazionali che hanno sacrificato la loro vita in questo inferno che Trump ha evocato per farlo terminare. Gli stessi funzionari di ONU, UNICEF, Croce Rossa, medici ed infermieri degli ospedali. Non potranno dire nulla gli oltre 200 giornalisti morti nel frattempo nel totale silenzio dei loro colleghi che si stracciano le vesti solo a comando.

Ci sono ancora da aggiungere altri due nomi: una ragazza, Ahlam Al Nafed che ancora, nonostante tutto, continuava a documentare con le sue parole e le immagini che riusciva a far trapelare il genocidio nella parte nord della striscia e Ahmed Abu Al-Rous, ucciso dagli israeliani poche ore prima dell’annuncio.

Certo l’annuncio della tregua non è ancora la fine di nulla.

Si ha notizia che anche alcune ore dopo l’annuncio della tregua altri edifici sono stati colpiti nella striscia di Gaza dall’aviazione israeliana con altre distruzioni, altri morti ed altri feriti. L’ipotesi di tregua deve essere ancora approvata anche dal Governo Israeliano, ma almeno speriamo che sia l’inizio di qualcosa di nuovo e di buono.

Vincenzo Fedele

giovedì 9 gennaio 2025

IL TEATRINO MELONI IN SALA

 Solitamente non commento le azioni dei politici nostrani, perché mi sembra che ci sia ben altro di cui parlare, ma stavolta non riesco a non commentare l'indegna pagliacciata che ci ha offerto l'attuale presidente del consiglio. Tutto studiato nei minimi particolari, a cominciare dalla liberazione della giornalista del Foglio immediatamente prima della conferenza stampa di Meloni. Ma, a dire in vero, hanno partecipato attivamente al teatrino, anche se come comparse, anzitutto i giornalisti: basti solo dire che la prima domanda riguardava che cosa ne pensasse Meloni del fatto che Luca Marinelli interpretasse la parte di Benito Mussolini. E che dire degli "osanna" al capo del governo per la pronta liberazione della Sala? Perfino il Manifesto titola "Qualcosa di buono"! e certo, questa azione di Meloni non può che essere giudicata positivamente, poiché fa gli interessi della sinistra. Viene da chiedersi se sia stato utile avere un presidente del consiglio di centro destra, se i suoi atti sono esattamente gli stessi che avrebbe fatto un qualunque capo del governo del partito democratico!

E Cecilia Sala? Della quale tutti hanno notato la forma smagliante e soprattutto il trucco? Peraltro sul palcoscenico bisogna andare acconciati nella maniera giusta!

Ma la vera protagonista sulla scena è lei, è sempre lei, Gioggia! E' lei che con estrema sicumera afferma esattamente il contrario di quello che ha detto il giorno prima! E' lei che porta avanti iniziative che contraddicono completamente l'orientamento del suo partito e i desiderata dei suoi elettori! E' lei che ribatte con decisione le timide osservazioni degli addetti alle comunicazioni, dimostrando una capacità di trasformismo degna della vecchia politica italiana! E' lei, d'altronde, che è appena volata ad incontrare Trump, per accaparrarsi la palma della prima "pedina" del nuovo potere statunitense! Poco importa che fino ad un attimo fa sia stata la fedele esecutrice degli ordini di cui Biden era portavoce!

Naturalmente la suddetta dichiara ai giornalisti di non essere attaccata alla poltrona: per carità, come avrebbero potuto anche solo sospettarlo? Come è possibile pensare che un presidente del consiglio si comporti in modo totalmente opposto al mandato degli elettori ed avere il minimo dubbio che lo faccia per motivi di principio e non per opportunismo? A me viene in mente l'adagio antico che recita "excusatio non petita, accusatio manifesta"; se tu senti il bisogno di scusarti per qualcosa che non ti hanno chiesto, vuol dire che sai di essere colpevole. 

sabato 4 gennaio 2025

L'ANNO CHE VERRA'

 Ieri, stando ai resoconti di stamane, sono stati uccisi 63 civili palestinesi dall'esercito israeliano.

Nelle ultime 72 ore risultano morti di stenti e freddo 7 bambini nelle "safety zones" palestinesi.

Ah, dimenticavo, buon anno a tutti.

Il primo impulso oggi sarebbe di dire che mi vergogno di essere italiano ed europeo. 

Ma francamente, oltre ad appartenere al novero delle dichiarazioni sterilmente patetiche, si tratterebbe di una proposizione profondamente ingiusta. 

Perché significherebbe lasciare alle nostre attuali classi dirigenti la titolarità di presentarsi come eredi di una storia e di una cultura grandi, di una storia e una cultura che essi ignorano e disprezzano.

NLo, l'unica cosa di cui credo sia giusto provare davvero vergogna è di vivere in un protettorato americano, guidato da una classe politica (con destra o sinistra perfettamente equivalenti) composta di servi di bottega, di lacchè senza dignità, disponibili a svendere ogni briciola del proprio paese, del proprio popolo, della propria storia pur di mantenersi in sella per qualchemese in più, pur di godere delle genuflessioni untuose di greggi mediatici dipendenti dai medesimi padroni.

'è chi dice che la classe politica agisce così perché cerca di preservare il benessere del proprio paese pur sotto condizioni di oggettivo ricatto. 

Solo che queste sono semplicemente balle utogiustificatorie.

gni mese che passa, ogni decisione autolesionista che viene infilata come perline, una dietro l'altra, porta l'Europa, e l'Italia, come vaso di coccio tra vasi di latta, ad indebolirsi ulteriormente. E quanto più questa cessione di sovranità e indipendenza procede, tanto minore sarà il potere contrattuale per poter resistere alla pressione successiva.

'Europa che si è consegnata mani e piedi alle forniture energetiche americane si è evirata con le proprie mani. Poteva resistere, poteva capire, poteva negoziare, ma non lo ha fatto. E non lo ha fatto perché le sue classi dirigenti sono composte in misure bilanciate di imbecilli e di venduti, cioè di gente che pensa sul serio di vivere nel migliore dei mondi possibili (il giardino liberaldemocratico) e di gente il cui sogno esistenziale sarebbe di vendersi la Sicilia per un appartamento a Manhattan.

Ma visto che è l'inizio di un nuovo anno, cerchiamo di scorgere qualcosa di buono in questo disastro umano e civile. Ecco, l'elemento amaramente positivo di questa situazione è che il processo di decomposizione occidentale ha preso un passo accelerato, gli scricchiolii aumentano di frequenza come accade tipicamente nelle fasi che preludono ai crolli. 

ensiamo solo a quel non banale dettaglio che è la sorte dell'ideologia del diritto. 

L'Occidente ha prodotto come sua principale sovrastruttura autogiustificativa globale l'idea di essere l'alfiere del Diritto contro la Volontà soggettiva: i "diritti umani", il "diritto internazionale", il "diritto di proprietà", il "sistema fondato sulle regole", ecc.

Negli ultimi 4 anni ogni parvenza in questo senso si è dissolta come neve al sole. 

Non che in precedenza davvero i "diritti umani" potessero essere compatibili, per dire, con 600.000 morti in Irak per "liberarli dalla dittatura". Ma la frequenza delle violazioni più manifeste era tale da consentire di dissimularle, di annegarle in altro notiziame brado di varia umanità. Ma cose come la complicità con l'eccidio palestinese in corso da parte degli eredi di Erode superano ogni livello di dissimulabilità: sono uno schiaffo in faccia ad ogni parvenza di umanità, sono una vergogna che rimarrà nella storia.

Similmente, ma su un piano differente, il rispetto sacrale della proprietà legittima è stata parte della struttura di diritto portante dell'Occidente. Può piacere o non piacere, ma l'idea di un diritto inscalfibile conferiva comunque una dimensione di affidabilità e non arbitrarietà al sistema occidentale. Anche questo si è dissolto nello spazio di un mattino, dapprima congelando conti correnti a contestatori politici, poi sequestrando beni di cittadini privati (russi), bloccando fondi finanziari in transito, cedendo gli interessi su quei fondi a entità statali terze, ed infine appropriandosi definitivamente di questi fondi stessi (unico passo su cui c'è ancora qualche resistenza in Europa). In un paio d’anni tutto il patrimonio secolare di affidabilità delle istituzioni finanziarie occidentali è finito giù per lo scarico. 

O ancora, l'Occidente si è fatto vanto per lungo tempo di essere il luogo della libertà d'opinione e di parola. Ma anche qui, in tempi rapidissimi si è passati dalla persecuzione di Assange, alla chiusura di siti e pagine sgraditi, alla rimozione delle emittenti internazionali non allineate dalle piattaforme comunicative, all'arresto pretestuoso di Pavel Durov, patron dell'unico social riottoso ai desiderata della NSA, ai decreti censori del Digital Service Act, alla serena accettazione che l'ultimo anno abbia segnato il record di uccisioni di giornalisti sul campo, ecc. ecc. 

La lista dei segni di collasso potrebbe continuar a lungo. 

Molto semplicemente, l'ideologia autogiustificativa dell'Occidente ha perduto in brevissimo tempo, all'interno ma soprattutto all'esterno, ogni credibilità, e ciò lascia campo libero al puro e semplice esercizio della forza. 

Ma quando si arriva al piano della forza, l'Occidente non ha più poi tante carte da giocare: le risorse naturali e demografiche lo vedono perdente, mentre il primato tecnologico non è più così netto (e verso alcuni paesi extraoccidentali non c'è proprio più). 

Dunque qual è la buona novella di questo inizio d'anno?

Ecco credo che la buona notizia sia soltanto una: la parabola del lungo tramonto dell'Occidente ha subito una brusca accelerazione, la stagnazione senza sbocco sta giungendo a conclusione, tempi nuovi sono alle porte. 

Come la storia del termine "apocalisse" ricorda, lo svelamento del nuovo tende ad avere caratteri cruenti, dunque l'avvento dei tempi nuovi non è una buona notizia per chi vive con agio il presente e brama solo una sua serena prosecuzione. Ma per tutti gli altri, si apre la stagione in cui ogni azione conterà doppio, la stagione in cui si gettano i semi dell'epoca a venire.

Andrea Zhok

TUTTI IN CARCERE!

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