lunedì 20 gennaio 2025

TRUMP, BIDEN, L' AMERICA E NOI

Oggi, lunedì 20 Gennaio, Trump prenderà possesso del trono decaduto da imperatore del mondo.

Ragioniamo, in attesa del discorso di insediamento ufficiale, sulla sua intervista di pochi giorni fa anche se è bene rimandare i giudizi al fare effettivo.

Per non farci mancare nulla prendiamo in considerazione due dichiarazioni: quella citata di Trump ed il discorso di commiato di Biden.

I media ci presentano l’aspetto ovvio, eclatante e folkroristico delle idee esposte da Trump.

Quindi veniamo a sapere che Trump è interessato alla Groenlandia, se necessario anche con una azione militare, acquisire il Canada, riavere il canale di Panama e cambiare il nome del Golfo del Messico.

Un bel programma. Sobrio e di basso profilo.

A mio parere è più importante quello che non ha detto, rispetto a quello che ha detto.

Ma partiamo dalle parole in libertà che ci vengono sventolate dai media mondiali.

Sarebbe interessante vedere gli USA attaccare la Danimarca per acquisire la Groenlandia ed ancora di più assistere al dibattito nella NATO, soprattutto all’interno dell’UE sempre indecisa a tutto, se e come difendere uno degli Stati NATO attaccato da uno dei Paesi dell’Alleanza, anzi dal Leader e portabandiera della Democrazia e della difesa delle regole.

Stesso ragionamento per il Canada, contro cui non è stata espressa l’opzione militare, ben sapendo quanto l’economia canadese dipenda da quella americana e che eventuali dazi, o anche solo i mancati aiuti economici, farebbero sparire la foglia d’Acero dalla bandiera canadese per sostituirla con una foglia di fico con cui coprire le nudità evidenti. La crisi politica del Paese, dopo 10 anni di guida scellerata di Justine Trudeau, potrebbe non interessarci, ma occorre sentire il parere del Capo di Stato, cioè Carlo III d’Inghilterra, per avviare l’iter. Non mi sembra un percorso molto lineare.

Per il canale di Panama tutto è possibile, vista la flessibilità con cui le rigide regole internazionali vengono interpretate ed applicate.

Sarebbe anche possibile una rivendicazione, al ridicolo non c’è mai limite, visto che il primo accordo del 1901 era un trattato che investiva gli Stati Uniti del diritto, permanente e neutrale, di accettare e difendere tutte le navi che avrebbero attraversato il canale, i cui lavori iniziarono nel 1907. Un secondo trattato, del 1903, limitò i termini dell’affitto agli USA al 31 dicembre 1999 e solo un terzo, del 1977, restituì a Panama la zona del canale nel 1979. Volete che non si trovi una virgola o una piega che annulli l’ultimo accordo (o gli ultimi due) ?

In questo caso il capo di Stato da ascoltare, però, si chiama Xi Jingping che, pur non avendo titoli ufficiali nell’ordinamento giuridico panamense, come invece per Re Carlo III in Canada, avrebbe qualcosa da dire se vedesse le proprie navi bloccate o rallentate in qualsiasi modo.

Parlando di cose serie, però, dicevo che sarebbe più importante vedere cosa Trump non ha detto.

Non ha parlato dell’Ucraina e della Russia. Non ha parlato della Cina. Non ha parlato del Pacifico.

Non ha parlato di tante altre cose, ma limitiamoci a queste che sono state tra i cavalli di battaglia di Biden e che Biden stesso non ha toccato nel suo discorso di commiato che vedremo in seguito.

Facile dipingere il tycoon sempre e solo oltre le righe per far finta che nessuno dei pensosi media se ne sia accorto, mentre è evidente che nessuno ne abbia voluto parlare.

Lo scenario futuro, che tutti hanno visto nel Pacifico e in contrapposizione a Cina e Russia, è cambiato. Si giocherà nel Pacifico, ma privilegiando l’America First a scapito, anzitutto, dell’Europa che dovrà essere totalmente sottomessa molto di più e meglio di quanto, pesantemente, sia già.

Già il controllo energetico, attuato tagliando i rifornimenti russi a basso prezzo, è un mortale cappio al collo. Se aggiungiamo l’incentivo fiscale ed economico per far traslocare le principali aziende europee negli USA, i possibili dazi all’orizzonte sulle nostre merci, la richiesta di adeguare gli stanziamenti per NATO al 5% del PIL quando tutti, a parte la Polonia, hanno difficoltà ad adeguarsi al 2%, il quadro sembra a tinte fosche.

Le richieste di aumento dei finanziamenti NATO sono, inoltre, il preludio al disfacimento totale dell’Alleanza cambiando totalmente il gioco, compreso il tavolo.

Avremo modo di tornare sull’argomento, e dovremo farlo a puntate, ma intanto il realismo di Trump indica che lui ha ben chiaro che il mondo è ritornato multipolare e che oggi gli USA non sono in grado di fronteggiare Cina e Russia contrapponendosi ad esse.

Non è un caso che la telefonata successiva l’abbia fatta proprio a Xi Jingping, che non aveva neanche nominato nella famosa intervista, ed ha avuto la sensibilità di farci sapere anche i tre argomenti di cui hanno parlato e su cui i cinesi, confermando la telefonata, hanno sorvolato: commercio internazionale, TikTok e fentanyl.

Sul commercio internazionale approfondiremo, ma intanto è sconfortante vedere come molti commentatori economici abbiano interpretato l’aumento delle esportazioni cinesi di oltre il 10% (10,7) su base annua a dicembre 2024 andando ben oltre le previsioni massime degli analisti. Molti l’hanno descritto come una ripresa della Cina dall’appiattimento degli ultimi tempi.

A mio parere è solo una risposta difensiva di molte aziende occidentali che, in previsione dei dazi che Trump applicherà ai prodotti cinesi, hanno effettuato acquisti aumentando le proprie scorte.

Ho già detto in altre occasioni che la Cina è alla disperata ricerca di clienti, ma questa volta Xi non si lascerà trovare impreparato come nel 2016, con la prima presidenza Trump. Ha già preso contromisure preventive, ad esempio limitando le esportazioni di materie prime strategiche, e Trump sa bene che una guerra di questo tipo non avrebbe vincitori.

Per il Fentanyl il problema è urgente e da risolvere subito. Da noi se ne parla poco, ma negli USA il Fentanyl sta facendo stragi e non solo di giovani.

Tik Tok, prego non ridere, sarà uno dei problemi principali. Soprattutto dopo che Zuckerberg (Facebook – Meta) e Bezos (Amazon) si sono affrettati a salire sul carro del vincitore dopo anni di dura lotta per fermarlo.

L’obiettivo primario di Trump, quindi, è l’Europa che rimane ignava ed immobile, senza guida e orientamenti, incapace di reagire e forse neanche in grado di comprendere le sfide che si approntano. Le pastoie burocratiche e l’incapacità dei burocrati passacarte di Bruxelles di vedere al di la del proprio naso (per ignoranza o connivenza), ci condanna all’irrilevanza assoluta.

Ma tornando agli USA ed a Trump possiamo chiederci come cercherà di muoversi, anche con la possibilità di essere smentiti dal discorso di insediamento che avverrà fra poche ore.

Trump eredita una nazione dilaniata, impoverita e sfiduciata. La classe media è quasi sparita anche se virtualmente continua ad essere il pilastro portante della nazione. Con uno stipendio di 4 – 5.000 Dollari si arriva a stento a fine mese, mangiato da inflazione, tasse, bollette, aumenti di elettricità e gas che ingrassano le aziende produttrici che guadagnano molto di più vendendo l’energia a noi europei ma opprimono il ceto medio che annulla le spese voluttuarie per arrivare a fine mese.

Il solo aumento dei dazi, lungi da poter operare come bacchetta magica per riportare a casa le manifatture dislocate in Cina, aumenterà ancora di più l’inflazione che già tanti danni ha fatto.

Deve anche iniziare a pensare alle elezioni di medio termine del 2026 che, politicamente parlando, sono dietro l’angolo. Adesso i Repubblicani hanno il controllo sia della Camera che del Senato, ma alla camera la maggioranza è risicata ed una fronda interna è più perniciosa dell’opposizione democratica che, oltretutto, potrebbe affermarsi fra due anni.

Non è che i democratici siano messi meglio, quindi veniamo al discorso di commiato di Biden.

Quì è bene concentrarsi su quello che ha detto, già grave, ignorando quello che ha taciuto.

Biden ha dichiarato che ha deciso di farsi da parte, dopo il noto dibattito televisivo con Trump, per “non far perdere le elezioni ad un partito che non era unito”. Nonostante le sue convinzioni personali esternate in una delle sue isolate sortite (E’ presuntuoso dirlo, ma penso che in base ai sondaggi avrei vinto), è stato obbligato, pardon “consigliato”, a farsi da parte.

Un partito Democratico dilaniato al proprio interno, quindi, è uno degli aspetti, al solito palesi e taciuti, che ci viene consegnato dal commiato di Biden.

L’altro aspetto, il resto è piattume, è aver messo in guardia gli americani da un possibile abuso di potere.

Effettivamente sembra che i pesi e contrappesi della democrazia americana siano totalmente saltati. Il congresso è in mano ai repubblicani, sia Camera che Senato, la Corte suprema è a maggioranza conservatrice, il consenso che Trump ha nella società civile va molto oltre il margine elettorale, già ampio di suo. L’appoggio (anche se interessato) dei Social e di Amazon, oltre che di Musk, gli dovrebbe consentire margini di manovra che pochi Presidenti hanno mai avuto.

Personalmente ho timore di questa concentrazione del potere nelle mani di una sola persona, ma per quest’aspetto ritorno a quanto detto all’inizio: aspettiamo i fatti, oltre le parole.

Se sto parlando di quest’aspetto del discorso di Biden è solo perché il mio timore è ancora maggiore se penso alle inconsulte reazioni finali di una bestia mortalmente ferita, quale è il potere globalista come finora lo abbiamo conosciuto.

Il discorso finale di Biden a me sembra quasi a metà tra il bue che accusa l’asino di essere cornuto ed una sorta di autodenuncia che sfiora un “muoia Sansone con tutti i filistei”.

Gli appoggi infiniti che il sistema di potere vigente ha finora indifferentemente avuto, sia sotto bandiera democratica che repubblicana, dovrebbe farci sganasciare dalle risate anche solo a sentir parlare di abuso di potere. Trump ha sparigliato le carte rispetto al giochino di presentare come contrapposti due partiti e due visioni che, in realtà, sono solo la diversa angolazione di una unica visione degli interessi americani a loro volta indirizzati agli interessi inglesi ed ancora più in alto a quelli israeliani, per non dire ebrei che suona male.

Le sfide di Trump vanno ben oltre quanto detto finora. La stessa stupidaggine che ci viene raccontata, cioè che la cerimonia di insediamento sarà fatto all’interno e non all’esterno a causa del freddo, la dice lunga sul timore di attentati, che possono troncare la vita stessa di Trump.

Non solo una diversa visione del mondo separa Trump dalle elite globaliste che finora hanno manovrato a Washington, e di riflesso in tutte le cancellerie del mondo, ma anche le notizie che potrebbero venire fuori semplicemente facendo affiorare alcune verità eccellenti.

Dallo stato miserrimo dell’economia americana alle vere informative in possesso dell’FBI e della CIA, anche usate per incastrare Trump. Dai retroscena del colpo di Stato e della guerra in Ucraina a quelli dei rapporti con Israele e con l’anglosfera della City di Londra.

Per non parlare di quella più plateale ed immediata della vera storia di Jeffrey Epstein, di cui abbiamo già parlato in diverse occasioni, dei rapporti con il mondo della finanza e della droga, con i servizi segreti israeliani e di mezzo mondo, con la pedofilia e gli scandali sessuali in cui sono pesantemente coinvolti i Clinton e molta parte dell’elite americana.

Ci sarà molto da dire e da vedere, altro che Tik Tok. Al momento aspettiamo l’insediamento.

Vincenzo Fedele

giovedì 16 gennaio 2025

TREGUA TRA ISRAELE E HAMAS?

 Tregua tra Israele e Hamas

Sembra che la notizia più importante di questi giorni sia l’ipotesi di tregua tra Israele e Hamas che oggi è stata finalmente confermata da Trump, dal Qatar e infine anche da Biden.

L’ordine, questo con cui è stata annunciata e poi confermata, è importante. Molto importante.

E’ da oltre un anno, cioè dall’ultima e finora unica tregua di novembre 2023 che si susseguono notizie su possibilità di tregua sempre abortite.

Dicevo pochi giorni fa che ero rimasto stupito, a novembre, dell’ipotesi di tregua, poi attuata, tra Israele e Hezbollah. I retroscena inconfessati erano che Hezbollah sapeva in anticipo, come lo sapevano Assad e Putin tramite i servizi segreti iraniani, della preparazione della caduta della Siria.

Adesso, se la annunciata tregua Israele Hamas andrà in porto, è perché i retroscena nascondono altro che, essendo platealmente palese, risulta invisibile a chi non voglia vederlo.

Hamas non ha avuto finora alcun interesse ad una semplice tregua. Una tregua, qualsiasi tregua, sarebbe solo la continuazione dei patimenti in tutta la striscia e l’illusione del possibile ritorno dei sopravvissuti. Non nelle loro case, che non ci sono più, ma tra le macerie e gli scheletri disossati di edifici sotto cui sono sotterrati migliaia di morti mai seppelliti.

Finora Hamas ha sempre cercato la fine delle ostilità, ma il governo israeliano ha sempre trovato cavilli per non fare accordi. Se non c’erano più cavilli li ha ricercati, costruiti, inventati o provocati. Dagli assassinii eccellenti di dirigenti di Hezbollah e di Hamas, anche a Teheran, ai cercapersone esplosivi in modo casuale, che avrebbe dovuto indignare il mondo intero, fino all’uso strumentale, un boomerang a rovescio, della condanna dello stesso Netanyahu per genocidio o della stessa convocazione del leader in uno dei tre processi che lo vede imputato nel proprio paese.

La presunta impossibilità della pace, quindi neanche di una tregua, è sempre stata imputata ad Hamas, mentre è sempre stato evidente che è stato Netanyahu a non volere la pace.

Anche quando, inizio settimana scorsa, sono trapelate le prime informazioni che la trattativa era finalmente avviata seriamente e che Hamas aveva presentato anche l’elenco dei primi 34 ostaggi che sarebbero stati liberati, Israele aveva smentito categoricamente la presentazione dell’elenco, quindi la serietà stessa delle trattative. Quando poi Hamas ha minacciato di rendere pubblico l’elenco, a riprova delle falsità israeliane, Tel Aviv ha ripiegato sul plausibile dettaglio che l’elenco non conteneva indicazione sulla permanenza in vita degli ostaggi proposti nello scambio iniziale.

Vedremo nei prossimi giorni i termini dell’accordo finora molto vago visto che l’accordo stesso prevede che le trattative concrete inizieranno dopo il primo scambio di prigionieri.

Il governo Netanyahu si regge sulla guerra, se può chiamarsi guerra uno scontro che vede solo attacchi contro un popolo decimato e stremato da 15 mesi di distruzioni, deportazioni, fame, sete, malattie, freddo, mancanza di medici e di medicine.

Il giorno che realmente una tregua sia l’inizio di un percorso di pace, qualunque esso sia, il governo Netanyahu sarebbe morto e con lui anche Netanyahu stesso, almeno politicamente parlando.

Netanyahu è assediato, in primis, dai famigliari degli ostaggi, poi dalla stessa società civile israeliana non estremista. Solo gli estremisti continuano a sostenerlo, sbandierando la guerra, anche dall’interno del suo stesso governo che ha continuato a perdere pezzi ma non può cadere finché Israele continuerà ad essere dipinto come sotto attacco. Finchè c’è guerra c’è speranza.

Le considerazioni da fare sono tante e non tutte evidenti o immediate.

La battaglia per liberare gli ostaggi ancora in mano ad Hamas è sacrosanta e mi chiedo come abbia fatto finora Hamas, dopo oltre un anno di distruzioni e la decapitazione di tutti i suoi vertici politici, logistici e militari, a mantenerli ancora nelle proprie mani ed a riuscire a gestirli e nasconderli.

Altrettanto sacrosante sarebbero, per un paese civile, veder liberate le centinaia di ostaggi in mano all’altra parte, cioè agli israeliani, perché se si parla di tregua e di pace occorre parlare anche di quelli. Le carceri israeliane sono strapiene di detenuti palestinesi incarcerati senza processo, torturati e molte volte lasciati morire nel totale anonimato, oltre quelli che hanno già subito condanne in processi che nessun consesso civile qualificherebbe equi o degni di tale nome.

Anche ipotizzando che i condannati siano colpevoli, lo stato in cui vengono detenuti i palestinesi nelle prigioni di Tel Aviv farebbero inorridire le anime belle che volessero prestarvi attenzione.

Qualcuno ha protestato, giustamente, contro le carceri iraniane quando la nostra Cecilia Sala doveva dormire per terra.

Le testimonianze sulle miserrime condizioni delle carceri israeliane arrivano dagli stessi israeliani. Israele sta cercando di porre un limite ed una censura agli stessi militari che postano video e commenti sui social gloriandosi di azioni indegne e degradanti cui sono sottoposti i detenuti. Del resto nessun altro è abilitato a fornire notizie o immagini sulle condizioni reali. Nessun giornalista è ammesso, neanche le organizzazioni internazionali, compresa la Croce Rossa.

Israele ha, nelle proprie mani, oltre 100 volte il numero di ostaggi palestinesi di quanti israeliani siano tuttora nei tunnel di Hamas, vivi o morti che siano. Di molti non si conosce neanche il nome e non si sa se siano detenuti e perchè. Nessuno ne parla, eppure le differenze sono tante.

Israele è una democrazia che dovrebbe rispettare le Leggi internazionali, oltre quelle che si è dato da se stesso ed a quelle dettate dal buon senso e dal vivere civile. Comportandosi al pari, se non peggio, dei carcerieri terroristi ha valicato da tempo tutti i limiti dell’umana convivenza.

Purtroppo commenti simili li ho letti solo su qualche giornale israeliano, iniziando da Haarentz, già citato in passato, soprattutto con articoli a firma di Gideon Levy che si è sempre distinto per coraggio, indipendenza e chiarezza dando sempre voce pubblica alla coscienza critica israeliana.

Nessun giornale italiano e occidentale in genere ha mai voluto avvicinarsi neanche lontanamente alla verità pur evidente, limitandosi a tacerla, negarla o travisarla.

Nei prossimi giorni sapremo, oltre ai termini dell’accordo, anche quanto è buono e magnanimo Israele a liberare centinaia di prigionieri, tutti ovviamente presunti terroristi, in cambio dei 98 ostaggi in mano ad Hamas, molti dei quali probabilmente defunti.

Di ogni ostaggio israelianio verremo a sapere dei patimenti subiti, oltre a genealogia, carriera, sogni e speranze future. Dei palestinesi liberati non si saprà neanche il nome e nessuno andrà ad intervistarli, neanche se detenuti in modo arbitrario e senza processo. La loro vita, il loro passato e soprattutto il loro futuro non verrà approfondito da nessuno. Del dottor Hussam Abu Safya, direttore dell’ospedale Kamal Adwan, sparito da settimane, Israele aveva inizialmente negato di avere notizie, finché non ha dovuto ammettere di tenerlo prigioniero senza alcuna chiara accusa, da persona stimata e che si è sempre prodigato per gli altri.

Di 68 prigionieri palestinesi in mano a Israele si sa per certo che sono morti in prigione a seguito di torture, violenze e assenza di cure. Di migliaia di altri non si sa assolutamente nulla, ma già questi bastano ad ipotizzare un bilancio, macabro ma realistico. Sono più gli ostaggi palestinesi morti in mano e nelle prigioni israeliane che ostaggi israeliani uccisi da Hamas, soprattutto tenendo conto dei molti ostaggi israeliani morti a causa dei bombardamenti e delle distruzioni di Tsahal, compresi i tre israeliani che erano riusciti a liberarsi e, presentandosi seminudi e con una bandiera bianca, erano stati assassinati dai soldati israeliani perché scambiati per palestinesi affamati.

Altra differenza, del resto, è che Israele, avvenuto lo scambio, potrà ricominciare a riempire i posti vuoti nelle proprie prigioni con nuovi detenuti da tenere come ostaggi e dei quali, di nuovo, non si saprà nulla. Nuovi ostaggi che riempiranno le prigioni israeliane senza che nessuno potrà chiedere loro notizie o trattare per la loro liberazione.

Però ritengo però che qualcosa possa cambiare e gli indizi sono molti:

Il primo riguarda proprio Trump.

Nella famosa intervista di pochi giorni fa Trump aveva minacciato che si sarebbe scatenato l’inferno se gli ostaggi israeliani non fossero stati rilasciati prima del suo insediamento.

Anche io avevo commentato negativamente questo passo ma, seguendo il succedersi degli avvenimenti, adesso ritengo che l’avviso fosse indirizzato più a Netanyahu che ai terroristi.

Come detto all’inizio è sempre stato Netanyahu ad opporsi con tutte le forze ad ogni ipotesi di trattativa e gli incontri servivano solo a prolungare la bonifica etnica. Trump, ben a conoscenza dello stato di fatto, ha posto il suo ultimatum a Netanyahu, non ad Hamas che da tempo cercava di arrivare ad una tregua.

Lo ha fatto perché voleva chiaramente che al momento del suo insediamento il discorso fosse chiuso, o almeno ci fosse il campo sgombero per poter guidare la fine del genocidio.

In questo credo abbia influito anche il gioco sporco che ha provocato la caduta del regime siriano a cui si sono dovuti inchinare anche Putin e Teheran e che doveva avvenire, inderogabilmente, prima che, il 20 di gennaio, ci sia l’insediamento del nuovo inquilino alla Casa Bianca.

Credo, come accennavo, che anche l’annuncio della tregua sia avvenuto in un ordine non casuale:

Ad un primo post di Trump, in verità non trionfalistico, è seguito il comunicato ufficiale e la dichiarazione pubblica del Qatar a cui è seguito un secondo post trumpiano che, a questo punto, è

stato anche trionfalistico. Biden è arrivato molto dopo a suggello della nullità di cui è espressione.

Penso di andare vicino alla verità ritenendo che gli accordi erano già pronti ma qualcuno (Netanyahu?) non si decideva a dare il benestare finale. E’ stato allora necessario l’esposizione mediatica di Trump per far cadere l’ultima parete divisoria. L’alternativa sarebbe stata una clamorosa smentita di Trump che dallo studio ovale, dopo il 20 gennaio, avrebbe scatenato quell’inferno che aveva promesso minacciando appunto Netanyahu, prima ancora che Hamas ed il popolo palestinese che non potrebbe cadere in un inferno peggiore di quello in cui si trova già.

A questo si aggiunga che con la fine della guerra è certa anche la caduta del Governo di Tel Aviv e la fine politica di Netanyahu con tutte le conseguenza che questo comporterà.

La fine della guerra permetterà anche l’ingresso dei giornalisti nella striscia di Gaza e spero che non tutti siano della caratura dei media italiani. Le testimonianze, tacitate da 15 mesi, potranno essere ascoltate. Non solo quelle dei superstiti palestinesi, ma anche quelle dei volontari internazionali che hanno sacrificato la loro vita in questo inferno che Trump ha evocato per farlo terminare. Gli stessi funzionari di ONU, UNICEF, Croce Rossa, medici ed infermieri degli ospedali. Non potranno dire nulla gli oltre 200 giornalisti morti nel frattempo nel totale silenzio dei loro colleghi che si stracciano le vesti solo a comando.

Ci sono ancora da aggiungere altri due nomi: una ragazza, Ahlam Al Nafed che ancora, nonostante tutto, continuava a documentare con le sue parole e le immagini che riusciva a far trapelare il genocidio nella parte nord della striscia e Ahmed Abu Al-Rous, ucciso dagli israeliani poche ore prima dell’annuncio.

Certo l’annuncio della tregua non è ancora la fine di nulla.

Si ha notizia che anche alcune ore dopo l’annuncio della tregua altri edifici sono stati colpiti nella striscia di Gaza dall’aviazione israeliana con altre distruzioni, altri morti ed altri feriti. L’ipotesi di tregua deve essere ancora approvata anche dal Governo Israeliano, ma almeno speriamo che sia l’inizio di qualcosa di nuovo e di buono.

Vincenzo Fedele

giovedì 9 gennaio 2025

IL TEATRINO MELONI IN SALA

 Solitamente non commento le azioni dei politici nostrani, perché mi sembra che ci sia ben altro di cui parlare, ma stavolta non riesco a non commentare l'indegna pagliacciata che ci ha offerto l'attuale presidente del consiglio. Tutto studiato nei minimi particolari, a cominciare dalla liberazione della giornalista del Foglio immediatamente prima della conferenza stampa di Meloni. Ma, a dire in vero, hanno partecipato attivamente al teatrino, anche se come comparse, anzitutto i giornalisti: basti solo dire che la prima domanda riguardava che cosa ne pensasse Meloni del fatto che Luca Marinelli interpretasse la parte di Benito Mussolini. E che dire degli "osanna" al capo del governo per la pronta liberazione della Sala? Perfino il Manifesto titola "Qualcosa di buono"! e certo, questa azione di Meloni non può che essere giudicata positivamente, poiché fa gli interessi della sinistra. Viene da chiedersi se sia stato utile avere un presidente del consiglio di centro destra, se i suoi atti sono esattamente gli stessi che avrebbe fatto un qualunque capo del governo del partito democratico!

E Cecilia Sala? Della quale tutti hanno notato la forma smagliante e soprattutto il trucco? Peraltro sul palcoscenico bisogna andare acconciati nella maniera giusta!

Ma la vera protagonista sulla scena è lei, è sempre lei, Gioggia! E' lei che con estrema sicumera afferma esattamente il contrario di quello che ha detto il giorno prima! E' lei che porta avanti iniziative che contraddicono completamente l'orientamento del suo partito e i desiderata dei suoi elettori! E' lei che ribatte con decisione le timide osservazioni degli addetti alle comunicazioni, dimostrando una capacità di trasformismo degna della vecchia politica italiana! E' lei, d'altronde, che è appena volata ad incontrare Trump, per accaparrarsi la palma della prima "pedina" del nuovo potere statunitense! Poco importa che fino ad un attimo fa sia stata la fedele esecutrice degli ordini di cui Biden era portavoce!

Naturalmente la suddetta dichiara ai giornalisti di non essere attaccata alla poltrona: per carità, come avrebbero potuto anche solo sospettarlo? Come è possibile pensare che un presidente del consiglio si comporti in modo totalmente opposto al mandato degli elettori ed avere il minimo dubbio che lo faccia per motivi di principio e non per opportunismo? A me viene in mente l'adagio antico che recita "excusatio non petita, accusatio manifesta"; se tu senti il bisogno di scusarti per qualcosa che non ti hanno chiesto, vuol dire che sai di essere colpevole. 

sabato 4 gennaio 2025

L'ANNO CHE VERRA'

 Ieri, stando ai resoconti di stamane, sono stati uccisi 63 civili palestinesi dall'esercito israeliano.

Nelle ultime 72 ore risultano morti di stenti e freddo 7 bambini nelle "safety zones" palestinesi.

Ah, dimenticavo, buon anno a tutti.

Il primo impulso oggi sarebbe di dire che mi vergogno di essere italiano ed europeo. 

Ma francamente, oltre ad appartenere al novero delle dichiarazioni sterilmente patetiche, si tratterebbe di una proposizione profondamente ingiusta. 

Perché significherebbe lasciare alle nostre attuali classi dirigenti la titolarità di presentarsi come eredi di una storia e di una cultura grandi, di una storia e una cultura che essi ignorano e disprezzano.

NLo, l'unica cosa di cui credo sia giusto provare davvero vergogna è di vivere in un protettorato americano, guidato da una classe politica (con destra o sinistra perfettamente equivalenti) composta di servi di bottega, di lacchè senza dignità, disponibili a svendere ogni briciola del proprio paese, del proprio popolo, della propria storia pur di mantenersi in sella per qualchemese in più, pur di godere delle genuflessioni untuose di greggi mediatici dipendenti dai medesimi padroni.

'è chi dice che la classe politica agisce così perché cerca di preservare il benessere del proprio paese pur sotto condizioni di oggettivo ricatto. 

Solo che queste sono semplicemente balle utogiustificatorie.

gni mese che passa, ogni decisione autolesionista che viene infilata come perline, una dietro l'altra, porta l'Europa, e l'Italia, come vaso di coccio tra vasi di latta, ad indebolirsi ulteriormente. E quanto più questa cessione di sovranità e indipendenza procede, tanto minore sarà il potere contrattuale per poter resistere alla pressione successiva.

'Europa che si è consegnata mani e piedi alle forniture energetiche americane si è evirata con le proprie mani. Poteva resistere, poteva capire, poteva negoziare, ma non lo ha fatto. E non lo ha fatto perché le sue classi dirigenti sono composte in misure bilanciate di imbecilli e di venduti, cioè di gente che pensa sul serio di vivere nel migliore dei mondi possibili (il giardino liberaldemocratico) e di gente il cui sogno esistenziale sarebbe di vendersi la Sicilia per un appartamento a Manhattan.

Ma visto che è l'inizio di un nuovo anno, cerchiamo di scorgere qualcosa di buono in questo disastro umano e civile. Ecco, l'elemento amaramente positivo di questa situazione è che il processo di decomposizione occidentale ha preso un passo accelerato, gli scricchiolii aumentano di frequenza come accade tipicamente nelle fasi che preludono ai crolli. 

ensiamo solo a quel non banale dettaglio che è la sorte dell'ideologia del diritto. 

L'Occidente ha prodotto come sua principale sovrastruttura autogiustificativa globale l'idea di essere l'alfiere del Diritto contro la Volontà soggettiva: i "diritti umani", il "diritto internazionale", il "diritto di proprietà", il "sistema fondato sulle regole", ecc.

Negli ultimi 4 anni ogni parvenza in questo senso si è dissolta come neve al sole. 

Non che in precedenza davvero i "diritti umani" potessero essere compatibili, per dire, con 600.000 morti in Irak per "liberarli dalla dittatura". Ma la frequenza delle violazioni più manifeste era tale da consentire di dissimularle, di annegarle in altro notiziame brado di varia umanità. Ma cose come la complicità con l'eccidio palestinese in corso da parte degli eredi di Erode superano ogni livello di dissimulabilità: sono uno schiaffo in faccia ad ogni parvenza di umanità, sono una vergogna che rimarrà nella storia.

Similmente, ma su un piano differente, il rispetto sacrale della proprietà legittima è stata parte della struttura di diritto portante dell'Occidente. Può piacere o non piacere, ma l'idea di un diritto inscalfibile conferiva comunque una dimensione di affidabilità e non arbitrarietà al sistema occidentale. Anche questo si è dissolto nello spazio di un mattino, dapprima congelando conti correnti a contestatori politici, poi sequestrando beni di cittadini privati (russi), bloccando fondi finanziari in transito, cedendo gli interessi su quei fondi a entità statali terze, ed infine appropriandosi definitivamente di questi fondi stessi (unico passo su cui c'è ancora qualche resistenza in Europa). In un paio d’anni tutto il patrimonio secolare di affidabilità delle istituzioni finanziarie occidentali è finito giù per lo scarico. 

O ancora, l'Occidente si è fatto vanto per lungo tempo di essere il luogo della libertà d'opinione e di parola. Ma anche qui, in tempi rapidissimi si è passati dalla persecuzione di Assange, alla chiusura di siti e pagine sgraditi, alla rimozione delle emittenti internazionali non allineate dalle piattaforme comunicative, all'arresto pretestuoso di Pavel Durov, patron dell'unico social riottoso ai desiderata della NSA, ai decreti censori del Digital Service Act, alla serena accettazione che l'ultimo anno abbia segnato il record di uccisioni di giornalisti sul campo, ecc. ecc. 

La lista dei segni di collasso potrebbe continuar a lungo. 

Molto semplicemente, l'ideologia autogiustificativa dell'Occidente ha perduto in brevissimo tempo, all'interno ma soprattutto all'esterno, ogni credibilità, e ciò lascia campo libero al puro e semplice esercizio della forza. 

Ma quando si arriva al piano della forza, l'Occidente non ha più poi tante carte da giocare: le risorse naturali e demografiche lo vedono perdente, mentre il primato tecnologico non è più così netto (e verso alcuni paesi extraoccidentali non c'è proprio più). 

Dunque qual è la buona novella di questo inizio d'anno?

Ecco credo che la buona notizia sia soltanto una: la parabola del lungo tramonto dell'Occidente ha subito una brusca accelerazione, la stagnazione senza sbocco sta giungendo a conclusione, tempi nuovi sono alle porte. 

Come la storia del termine "apocalisse" ricorda, lo svelamento del nuovo tende ad avere caratteri cruenti, dunque l'avvento dei tempi nuovi non è una buona notizia per chi vive con agio il presente e brama solo una sua serena prosecuzione. Ma per tutti gli altri, si apre la stagione in cui ogni azione conterà doppio, la stagione in cui si gettano i semi dell'epoca a venire.

Andrea Zhok

lunedì 16 dicembre 2024

COSA È SUCCESSO VERAMENTE IN SIRIA

 È incredibile come certi sedicenti analisti si sentano in diritto di gettare fango sulla figura di Bashar al-Assad senza conoscere minimamente la realtà siriana, o conoscendola a malapena. Ignorano volutamente il ruolo delle potenze straniere che hanno fomentato orde di tagliagole trogloditi, distrutto un Paese e e ignorano l'impatto avuto sulla popolazione e sul governo dalle sanzioni criminali che strangolano il paese da oltre 13 anni. Parlano senza sapere, dimenticando che la Siria è stata teatro di una guerra imposta dall’esterno, non di una rivolta popolare. 

Eh sì, la guerra contro la Siria può essere considerata una guerra di logoramento contro lo Stato e il popolo siriano. Questo conflitto, iniziato nel 2011, ha comportato una serie di strategie volte a esaurire non solo le risorse materiali del governo siriano, ma anche la resilienza economica, sociale e morale della popolazione. 

La guerra è andata avanti per oltre un decennio, con fasi di intensi combattimenti alternati a periodi di stallo. Questo ha logorato la capacità dello Stato siriano di mantenere il controllo, ricostruire infrastrutture e fornire servizi di base alla popolazione.

Le infrastrutture critiche del Paese, come ospedali, scuole, fabbriche e impianti di produzione di energia, sono state deliberatamente prese di mira da attori esterni e interni. Gli attacchi contro queste strutture hanno impoverito il Paese e hanno reso la sopravvivenza quotidiana una lotta per molti siriani.

Le sanzioni internazionali, imposte soprattutto dagli Stati Uniti e dall'Unione Europea, hanno contribuito a soffocare l'economia siriana, impedendo la ricostruzione e l'accesso a beni essenziali come cibo, medicine e carburante. Questo ha colpito in modo diretto la popolazione civile, logorando il morale e la capacità di resistenza.

Potenze regionali e internazionali hanno creato, finanziato, addestrato, armato e coccolato le varie milizie e gruppi jihadisti per destabilizzare ulteriormente lo Stato siriano. Questi gruppi hanno inflitto sofferenze enormi alla popolazione con attacchi mirati e la distruzione del tessuto sociale del Paese.

Propaganda e guerra psicologica : la narrazione dominante ha incolpato il governo siriano come l'unico responsabile del conflitto, mentre ignorava o minimizzava il ruolo delle potenze straniere nel fomentare la guerra. Questa manipolazione dell'opinione pubblica ha avuto un impatto significativo sulla percezione globale della guerra e sulla sua risoluzione (ma si sa, i media mainstream sono la prima arma da guerra dell'imperialismo anglo-sion-yankee) 

La guerra ha sfregiato profondamente l'identità culturale e il senso di appartenenza nazionale. L'accentuazione di divisioni religiose ed etniche ha tentato di frammentare il tessuto sociale siriano, fomentando una pesante guerra fratricida (come si dice, dividi et impera, no?) 

La guerra contro Siria è stato un attacco su più fronti progettato per logorare la capacità del Paese di resistere e riprendersi. 

Sebbene il LEGITTIMO governo siriano sia poi riuscito a mantenere il controllo su gran parte del territorio, il costo umano e materiale è stato devastante, rendendo questo conflitto un classico esempio di guerra di logoramento contro uno Stato e il suo popolo.

E queste sono state le conseguenze. L'occidente sion imperialista ha distrutto uno dei paesi più antichi del mondo nonchè uno dei pochi paesi dell'area con un governo secolare e garante di ogni minoranza. 

Ci vorrà poco tempo affinchè i fantocci che hanno preso il potere faranno a tutti (non solo a chi segue la vicenda sin dall'inizio) conoscere non solo la loro vera natura, ma anche chi sono i loro veri padroni.

Povera Siria. ❤

Francesca Qibla

martedì 10 dicembre 2024

CHI C'E' DIETRO LA CADUTA DI ASSAD

 Bibì Netanyauh esulta per i jihadisti a Damasco: “E un giorno storico per il Medio Oriente...Assad era un anello di una catena del male”. 

Anche Emmanuel Macron, il burattino effeminato dei Rothschild, è sulla stessa linea: ”A Damasco è finita la barbarie”.  

Idem la tarantolata Kasja Kallas, per la Ue: “La fine della dittatura di Assad è uno sviluppo positivo”.

Dopo Saddam, dopo Mubarak, dopo Gheddafi è ora la volta di Assad, ultimo dittatore laico rimasto. Ancora una volta sono stati usati i tagliagole per creare il Caos, il terrore, la guerra civile, l’immigrazione di massa verso l’Europa. E il metodo Cia e il metodo Mossad. 

La Siria è  ora la perfetta replica della Libia: un Paese smembrato coi  salafiti fanatici al potere. E con centinaia di migliaia di profughi prossimamente diretti da noi.  A cominciare dai cristiani in fuga. Damasco come Tripoli. 

La strategia è sempre quella, usata già negli anni Novanta in Bosnia, in Kosovo, in Cecenia prima contro Milosevic e poi contro Putin.  Poi la Libia e le "primavere arabe". Cia e Mossad armano, addestrano e finanziano le milizie più sanguinarie e le aizzano contro il dittatore sgradito di turno. 

 In Ucraina contro Yanucovich, che non era nemmeno un dittatore, dovetterro  ripiegare sulla manovalanza dei neonazisti Azov. Un buon surrogato dei salafiti fanatici, che a Kiev scarseggiano. 

Il prossimo obiettivo sarà ovviamente l'Iran. 

Poi, al prossimo attentato interno, americani e sionisti ritorneranno a fare le vittime. Ovviamente  sempre con il sostegno dei nostri Salvini, Meloni e pennivendoli vari, che ci diranno che Usa e Israele difendono l’Occidente dall’islam terrorista, e metteranno in guardia dal nuovo montante “antisemitismo”. Con Roberto De Mattei che illustrerà ai cattolici "i valori dell'Occidente". Tanto le  masse lobotomizzate ci cascono sempre. 

Viviamo nell’epoca della menzogna universale.

Martino Mora

giovedì 5 dicembre 2024

PERCHE' DISTRUGGERE LA SIRIA

 Negli ultimi giorni, una violenta offensiva militare ha scosso la città di Aleppo, riaccendendo dopo più di 4 anni il conflitto siriano. Quanto ai responsabili c’è chi li chiama ribelli, chi li chiama jihadisti, chi le chiama forze di liberazione e chi invece non ha proprio capito niente per via della mancata limpidezza e trasparenza dell’informazione in questi anni. I nostri media infatti sono stati troppo impegnati a dipingere Bashar al-Assad come un feroce dittatore che opprime il proprio popolo, salvo non spiegare e dire niente né delle cause del conflitto né degli attori che ne fanno parte. In mezzo a tutta questa confusione intanto rimane sconcertante la terribile indifferenza nei confronti delle persecuzioni che ormai da ormai 14 anni subiscono le minoranze cristiane, assire e curde.

Chi scrive questo articolo è un ragazzo, ormai di 22 anni, di origine siriana che ha seguito sin dai primissimi momenti, fino ad oggi, la guerra civile che ormai dal 2011 va avanti. 

Lungi dal voler fare una lezione di storia, la mia vuole essere una riflessione sullo sviluppo di questa guerra ormai senza fine.

Come ormai sappiamo la guerra civile siriana si incastona nel contesto delle primavere arabe, cioè dei movimenti che sono stati descritti come rivolte popolari volte alla rivendicazione di maggiori libertà e garanzie nei confronti dello stato. È bene ricordarsi che laddove queste rivolte hanno avuto successo senza sfociare nella violenza, lo stato di fatto di quelle realtà non è affatto cambiato e le riforme rimangono solamente di facciata, con la differenza che un presidente si è dimesso ed un altro l’ha sostituito, vedi ad esempio l’Egitto. Nei paesi che sono stati invece meno fortunati in cui le rivolte sono poi mutate in guerre civili, le situazioni che hanno prodotto sono state peggiori di quelle che hanno lasciato, con instabilità ed anarchia che regnano sovrane, ed è il caso della Libia e della Siria.

Quando le rivolte ebbero inizio molti speravano che si trattasse di un movimento di emancipazione nato dalle migliori delle intenzioni: abbattere un regime autoritario e avviare un processo di democratizzazione per ampliare le libertà e iniziare un processo di fioritura culturale e sociale. Tuttavia, quel sogno si è rapidamente trasformato in un incubo. L’instabilità che queste rivolte hanno causato ha aperto il paese a una pericolosa frammentazione politica, etnica e religiosa, scoperchiando il vaso di Pandora che giustificava la presenza di un entità politica forte e coesa che riuscisse a comprendere sotto di sé tutte le anime profondamente diverse tra di loro, facendole coesistere in pace ed armonia. Questo arduo compito è stato portato a termine solo con l’instaurazione di una dittatura  da parte della famiglia degli Assad. 

Perché, che ci piaccia o no, dobbiamo accettare che il processo di democratizzazione delle nazioni non può avvenire da un giorno all'altro tramite un imposizione dall’alto, ma è possibile solo tramite una lento e progressivo sviluppo culturale, economico e sociale. Processo che non può e non deve assolutamente essere turbato da una guerra o da maggiore instabilità politica o da movimenti romantici di chi pensa che cambiando una legge magicamente si possa cambiare la realtà.

La Siria si è trasformata in un teatro di guerra in cui hanno trovato spazio fazioni di ogni colore, ognuna con obiettivi diversi: gruppi jihadisti, movimenti opposizione armata, milizie etniche e potenze estere che hanno iniziato a perseguire i propri interessi politici e religiosi.

Questo mosaico di conflitti in cui nessuna fazione è riuscita a ottenere il pieno controllo, ha portato alla disgregazione della Siria in parti ostili tra loro: ribelli, jihadisti, ISIS, Assad, Hezbollah, la Turchia che occupa vaste zone del nord della Siria abitate dai curdi, sono nomi che evocano la devastazione e la frattura di un paese che oggi sembra irrimediabilmente diviso.

Così, ciò che era nato con l’intenzione di costruire una nuova Siria è diventato il simbolo della sua frammentazione: un conflitto senza vincitori, con milioni di vittime e una nazione che rischia di non trovare mai più la pace in cui a pagarne il caro prezzo sono state tutte quelle minoranze che prima di questa guerra avevano un posto sicuro in cui vivere in pace e libertà mentre ora sono perennemente in fuga e persecuzione. 

Non è mia intenzione negare i crimini e le brutalità che il regime di Assad ha commesso durante questa guerra, ma la mia domanda è questa: che posto è oggi la Siria?

La Siria era quella nazione in cui religioni, confessioni, etnie e culture diverse riuscivano a convivere pacificamente insieme, sotto il governo di chi rappresenta proprio una minoranze, essendo la famiglia di Assad di confessione Alawita, una branca minoritaria della minoranza sciita. Oggi la Siria è quella nazione in cui la popolazione è in mano a chi sa usare con meno scrupoli la violenza, la forza e la brutalità, di chi in nome della libertà ha negato i diritti più fondamentali e prioritari dell essere umano: primo tra tutti il diritto alla vita. 

Un ragazzo siriano


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